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Cronaca

Omicidio di Stefano Pompeo, il racconto del boss pentito e la vendetta studiata dalla mafia

Di Franco Castaldo

Palermo. C’è voglia di giustizia, voglia di non lasciare impunito l’omicidio di Stefano Pompeo che proprio l’altroieri avrebbe festeggiato il suo compleanno.

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E il procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni di Caltanissetta, Laura Vaccaro, favarese, ha detto che chiamerà il procuratore di Palermo per sapere a che punto sono le indagini sul delitto affinché tale orrore non resti senza colpevoli.

La Direzione distrettuale di Palermo, con la squadra che si occupa dei reati mafiosi della provincia di Agrigento (l’aggiunto Paolo Guido e i sostituti Alessia Sinatra, Claudio Camilleri e Calogero Ferrara) riparte dalle dichiarazioni di Maurizio Di Gati, l’ex barbiere di Racalmuto divenuto il rappresentante provinciale di Cosa nostra.

È il collaboratore di giustizia più importante della provincia di Agrigento (come lui solo Alfonso Falzone) perché ha vissuto da protagonista un ventennio di storia di mafia locale e regionale. Prima da soldato e poi da killer spietato. Sino ad arrivare al comando per poi essere spazzato via dal campobellese Giuseppe Falsone voluto ai vertici di Cosa nostra dall’allora capo dei capi Bernardo Provenzano.

Dopo un decennio di latitanza, Di Gati, nel novembre 2006, ha intrapreso la strada della collaborazione con la giustizia consegnandosi ai carabinieri. Aveva già contribuito alla causa di Cosa nostra perdendo il fratello Diego nella prima strage di Racalmuto ed il fratello Roberto, morto suicida subito dopo il pentimento dell’ex barbiere. Soprattutto, Di Gati aveva compreso di essere divenuto bersaglio da abbattere ad opera del suo acerrimo antagonista di Campobello di Licata.

E le sue dichiarazioni, alcune poco valorizzate, sono state devastanti scoperchiando santuari mai violati, raccontando non solo di dolore e morte ma anche di rapporti tra mafia, politica, imprenditoria e massoneria.

Anche la vicenda dell’omicidio di Stefano Pompeo lo vedono assoluto protagonista per avere agito, nell’interesse della mafia, in prima persona. Nulla racconta de relato. È lui che interviene direttamente sulle dinamiche del dopo delitto organizzando e capeggiando persino tre squadre di sicari che contemporaneamente avrebbero dovuto uccidere gli assassini di Stefano Pompeo.

Un’azione eclatante da mostrare al mondo intero per rafforzare il potere dell’organizzazione criminale e da divenire monito per quanti violano le regole di Cosa nostra,

Il racconto di Di Gati è crudo e ricco di nefandezze e particolari. Talvolta suggestivo e feroce ma è il suo racconto, da protagonista assoluto. Ai giudici il compito di valutarne la fondatezza e l’attendibilità. Ad oggi, il suo contributo è stato definito eccezionale da Tribunali e Corte d’Assise.

E da questa valutazione si ritorna indietro nel tempo di vent’anni. Dal giorno in cui è stato ucciso il piccolo Stefano. Un’inchiesta al contrario, se si vuole, dato che questa volta, come si capisce dalle dichiarazioni di Di Gati, si parte da un delitto ma vengono già indicati il movente e gli autori.

Le dichiarazioni più importanti sulla morte di Stefano sono del 19 aprile 2007 (e successivamente integrate con altri interrogatori).

Davanti ai pubblici ministeri Fernando Asaro e Gianfranco Scarfò, allora in servizio alla Dda di Palermo, l’ex boss afferma: «Dell’omicidio Pompeo posso dire che avvenne mentre io ero in latitanza insieme a Giuseppe Vetro. Debbo riferire di Carmelo Cusumano di Favara, uno che aspirava ad entrare nella “famigliedda” di Presti. Aveva chiesto il pizzo a tale Signorino di Villaggio Mosè, che vende macchine con la ditta Sibo. Signorino chiese ragione a Francesco Vella ed andarono da Giuseppe Vetro che era latitante con Giuseppe Fanara. Il fratello di Cusumano è un vecchio uomo d’onore di Favara, già arrestato nella prima operazione Akragas. Vetro chiese a Fanara che fare, prospettando l’omicidio di Cusumano. Fanara decise prima di cercarlo per farlo dissuadere da questa attività illecita non autorizzata ed incaricò Vetro. Vetro andò da Presti e tale Alba che faceva parte della famigliedda dove aspirava di entrare Cusumano. L’incontro tra Vetro, Alba, Presti ed un certo Nino, avviene verso Palma di Montechiaro. Vetro disse che doveva essere comunicato a Cusumano di non ripetere le condotte già fatte, altrimenti gli sarebbe stato «tirato il collo». Cusumano aveva fatto “domanda” di entrare nella famigliedda ma Alba non voleva Cusumano, mentre Presti era disponibile. Cusumano a questo punto fece sparare alla porta di casa di Alba. Alba si spaventò e, per questo motivo, fece entrare Cusumano nella famigliedda. Ma Alba mantenne risentimento e rancore per questa vicenda ai suoi danni.

Poi, Di Gati, entra nel dettaglio: «Il bambino andò nella cava Lucia insieme con il padre Giuseppe per fare una mangiata dopo aver ucciso un animale, forse un maiale. C’erano anche Vincenzo Quaranta, il genero di Cusumano detto Totò Vallanzasca, Carmelo Cusumano. Giuseppe Pompeo per come so io, appartiene alla “famigliedda” di Giuseppe Rizzo. Questo me lo disse Giuseppe Vetro che mi aggiunse che il padre del bambino si era messo a disposizione per favorire la latitanza di Giuseppe Vetro. Ad un certo punto mancava il pane ai commensali. Vincenzo Quaranta, allo scopo, prese la macchina di Cusumano, una jeep. Solitamente Cusumano si faceva guidare la macchina da un autista. Quaranta si prese la macchina del Cusumano e si portò il ragazzo. Andavano veloci perché la carne era quasi pronta e dovevano prendere il pane. A questo punto ci fu la sparatoria».

Maurizio Di Gati spiega ciò che avvenne subito dopo l’omicidio: «Io e Vetro lo sapemmo dalla televisione. Subito, Vetro chiamò Pasquale Alaimo per far dire al padre del bambino che Cosa nostra non c’entrava niente e che lo avrebbe fatto vendicare. Pasquale Alaimo accertò che erano stati i due fratelli Alba e Vincenzo Quaranta che vende macchine e che faceva parte della famigliedda Presti. Quindi fu un errore perché pensavano di uccidere Cusumano».

Poi, come se nulla fosse, afferma: «Dovevamo andare ad ammazzare gli autori dell’omicidio, ma prima che ci organizzassimo, i carabinieri arrestarono queste persone. Giuseppe Vetro mandò Gioacchino Licata a comprare le divise dei carabinieri a Roma per fare quest’omicidio. Queste divise ce le aveva Gioacchino Licata. Dovevano partecipare “forestieri” come me, Stefano Fragapane, Aquilina ed altre persone. Il progetto era per tre squadre che dovevano operare in contemporanea ed uccidere i tre soggetti. Fra questi c’erano Pasquale Alaimo, Nobile, Francesco Vella. Altre fonti della mia conoscenza è stato proprio il Vincenzo Quaranta che guidava la macchina che mi disse che ha visto scappare tre persone, ma non li aveva riconosciuti. Ho parlato anche con il padre del ragazzo che spingeva per la vendetta. Questa vendetta poteva poi rivolgersi uno dei due Alba che poi si era messo a lavorare a Realmonte. Gerlandino Messina non ha fornito collaborazione sul punto. Questi Alba e Vincenzo Quaranta, “assassini” secondo Cosa nostra, adesso sono liberi. Io parlando con Pasquale Alaimo fino all’ultimo momento ho sempre insistito di dover uccidere queste persone. Ma i favaresi, non se la sentivano in particolare il Pasquale Alaimo per paura di essere identificati dalle forze dell’ordine. Peraltro sotto questo profilo si sentiva la mancanza di Giuseppe Vetro e della sua autorità. Certamente queste persone sono condannate per Cosa Nostra. Se esce Giuseppe Vetro, queste persone sono morte».

Giuseppe Vetro non uscì mai dal carcere. Almeno da vivo. Morì a 53 anni, da detenuto, a causa di un male incurabile un anno dopo le dichiarazioni di Di Gati. E tutto è rimasto come prima in assenza dell’agire di Cosa nostra e, fino ad oggi, dello Stato.

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