La califfa De Capitani e le mire del “palazzinaro”: «Dobbiamo giocare la carta del Vaticano»
Nelle carte il piano per Palazzo Dagnino a Palermo con l'imprenditore-ingegnere Vincenzo Marchese Ragona
E fu così che si aprì il fronte della speculazione immobiliare. Nella rete infinita di contatti di Sabrina De Capitani, la califfa - oramai decaduta - di Palazzo dei Normanni, spunta il palazzinaro Vincenzo Marchese Ragona (che risulta estraneo all’inchiesta della procura di Palermo). Il rapporto con l’imprenditore-ingegnere, originario di Agrigento e titolare di ditte afferenti il settore di edilizia e progettazione, sarebbe legato «all’interessamento» su iniziative d’investimento bandite da enti pubblici. In particolare De Capitani e Marchese Ragona avrebbero puntato i radar sui «lavori di valorizzazione di Palazzo Dagnino» a piazza Verdi, alle spalle del Teatro Massimo, di proprietà dell’Arcidiocesi di Palermo. L’immobile, come è ben descritto dai finanzieri che stanno indagando sul presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e il cerchio magico, è stato oggetto di una richiesta di «manifestazione di interesse» con scadenza il 15 giugno 2022 «finalizzata alla valorizzazione di immobili di cui è proprietaria per lascito o donazione». La fase negoziale della procedura, annotano gli investigatori, è avviata solo dopo che una commissione di valutazione esprime un parere sulle manifestazioni d’interesse ricevute.
Ed è in questa fase, secondo i finanzieri, che sarebbe entrata in gioco Sabrina De Capitani che avrebbe cercato di trovare l’aggancio per incontrare monsignor Nunzio Galatino in Vaticano, il presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. L’ex portavoce di Galvagno avrebbe cercato di smuovere tutte le sue conoscenze per accreditarsi da Galatino (non sfiorato dall’inchiesta) che è definito il «ministro dell’Economia del Vaticano». De Capitani avrebbe cercato la via «preferenziale» contattando «l’amico» Paolo Patanè (non coinvolto), già presidente nazionale di Arcigay e attualmente referente Unesco, che attraverso Marco Livia («quello lì delle Acli di Roma» e non indagato) avrebbe ottenuto un appuntamento. Che sarebbe stato fissato il 18 marzo 2023. «Ci vieni anche tu?», domanda la comunicatrice padana al palazzinaro Marchese Ragona, che risponde: «Ma certo! Mica mi fido di te. Business is business». Dalle carte però non risulta che l’incontro ci sia mai stato. Anzi, a un certo punto l’ingegnere sollecita De Capitani di «temporeggiare» con il Vaticano considerando che l’edificio è di proprietà della Chiesa di Palermo: «Sarebbe un viaggio a vuoto. Semmai dovessi carpire che a a Palermo vogliono cunzare la festa per favorire ad altri, allora sì che ha senso fare intervenire quel signore (Galatino, ndr)». Marchese Ragona intanto, nel corso di una conversazione del 2 marzo 2023, informa la donna che la prima manifestazione di interesse si sarebbe «arenata» perché «evidentemente avevano proposto - dice - di prendere i soli uffici». Il palazzinaro si sarebbe presentato all’Arcidiocesi e nel giro di pochi giorni avrebbe saputo.
Nel frattempo Patanè contatta De Capitani per farle sapere che Marco Livia le avrebbe consigliato di fare una telefonata diretta all’ufficio di monsignor Galatino, perché quest’ultimo «non ama molto l’intervento dei politici, facciamola pulita». De Capitani avrebbe tranquillizzato l’amico, dicendo che con l’Arcidiocesi avrebbero trovato un’altra strada. L’incontro con il Monsignore era importante e non voleva «bruciarselo». Ma a Palermo le cose non sarebbero andate bene. Marchese Ragona infatti chiede a De Capitani di ripescare la carta della Chiesa di Roma per poter avere qualche possibilità di chiudere l’affare: «Prima fammi andare lì al Vaticano che qua è finita a tarallucci e vino con quelli là della Curia di Palermo, manco mi hanno cacato praticamente». La califfa quindi chiede: «Dobbiamo entrare in gioco noi?». Marchese Ragona risponde in modo sibillino: «Eh certo, e la borsa a che serviva gioia?». Il riferimento sarebbe il regalo di un bag griffata del valore di 4.000 euro (il dono del palazzinaro avrebbe infastidito anche il presidente Gaetano Galvagno, ndr). De Capitani, all’affermazione dell’interlocutore, non si scompone: «Giusto, non si fa niente per niente. Business is business». Di come sia finita per Palazzo Dagnino (ancora in vetrina sul sito dell’Arcidiocesi) non è dato sapere. La finanza non ha svelato dove le intercettazioni l’abbiano condotta. Comunque le mire speculative in Sicilia della “reginetta” De Capitani avrebbero riguardato anche la costruzione di due campi da golf. I palazzi (politici e non) non le sarebbero bastati.