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Cronaca

L'attentato poco plausibile ad Antoci e tutti i “buchi neri” di quella notte sui Nebrodi

Di Mario Barresi

CATANIA -  A pagina 63 dell’inchiesta dell’Antimafia si legge: «Ma com’è possibile che di fronte a quello che lo stesso Antoci descrive come “uno degli attentati più studiati nella storia degli attentati di mafia, non ce n’è uno di più…”, si affidi l’indagine soltanto alla squadra mobile di Messina e a un commissariato di zona? Come se dopo il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone la delega alle indagini fosse stata affidata al commissariato palermitano di Mondello».

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Veniamo subito al punto. Il valore della relazione del presidente Claudio Fava (votata all’unanimità) è il non volersi accontentare di verità da hard discount. Affrontando, senza tesi preconfezionate, «domande rimaste senza risposta», «contraddizioni emerse e non risolte», «testimonianze divergenti», «criticità investigative registrate». Non con chiacchierate da Bar dello Sport sui Nebrodi. Montagne di carte giudiziarie e una ventina di audizioni. Con l’ausilio di due consulenti del calibro di Bruno De Marco (ex presidente del Tribunale di Catania) e soprattutto, in quest’istruttoria, di Tuccio Pappalardo (ex direttore nazionale Dia e questore a Palermo e Messina), che ha fatto pesare l’esperienza di super “sbirro” anche nelle audizioni di chi ha investigato sul caso Antoci.

 

Quali sono i «vuoti di verità» di cui parla Fava? Nell’atteggiamento della scorta di Giuseppe Antoci, innanzitutto. «Non è plausibile - scrive la commissione - che quasi tutte le procedure operative per l’equipaggio di una scorta di terzo livello, qual era quella di Antoci, siano state violate (l’auto blindata abbandonata, la personalità scortata esposta al rischio del fuoco nemico, la fuga su un’auto non blindata, l’aver lasciato due agenti sul posto esposti a una reazione degli aggressori…)».

 

E perché la “Thesis” blindata non provò a superare i massi, come da protocollo? «Non ci ho provato… purtroppo con quella macchina (d’esperienza) ne avevo poca…», si giustifica l'autista, l'agente Sebastano Proto. A proposito: «Non si comprende la ragione per cui al gabinetto della polizia scientifica di Roma, tra i vari quesiti sottoposti, non sia stato chiesto - si legge nella relazione - di valutare se la Thesis blindata di Antoci avrebbe potuto o meno superare il “blocco” delle pietre poste sulla carreggiata (e soprattutto quanto tempo e quante persone occorressero per posizionare quelle pietre)».

 

E poi i dubbi sulla dinamica. Per la commissione «non è plausibile» che gli attentatori «non aprano il fuoco sui due poliziotti sopraggiunti al momento dell’attentato», né che «sui 35 chilometri di statale a disposizione tra Cesarò e San Fratello, il presunto commando mafioso scelga di organizzare l’attentato proprio a due chilometri dal rifugio della forestale, presidiato anche di notte da personale armato».

 

Un capitolo a parte viene dedicato all’ex commissario di Sant’Agata di Militello, Daniele Manganaro. Per l’Antimafia è «non comprensibile» il perché, all'inizio della serata, Manganaro non avvisi la scorta di Antoci dei suoi timori sulla presenza di «vedette mafiose» nel ristorante dove avevano cenato a Cesarò. «Per non agitarli»; sostiene. «Salvo poi - si annota nella relazione - cercare di raggiungerli temendo che potesse accadere qualcosa senza nemmeno tentare di mettersi in contatto telefonico con loro». Per Giuseppe Lo Porto, ex comandante della stazione carabinieri di Cesarò, le “vedette mafiose” erano «tutte persone che al massimo possono rubare qualche vitello». Per la commissione «è censurabile» che Manganaro abbia offerto su alcuni punti versioni diverse da quelle che aveva fornito ai pm in sede di sommarie informazioni».

 

Nella relazione anche le “contro-indagini” di Mario Ceraolo, ex dirigente del commissariato di Barcellona. Il primo a segnalare i dubbi sulle dichiarazioni di Manganaro e del collega Granata, raccontando di colloqui con i due nei giorni successivi all'agguato dai contenuti diversi da quelle consegnate ai pm di Messina. Ma Ceraolo, che Manganaro considera un nemico per motivi di carriera, non avrebbe agito per conto suo. Rivela di aver ricevuto «un incarico informale» dall'allora procuratore di Messina Guido Lo Forte davanti all'ex questore Giuseppe Cucchiara. Circostanza smentita da Angelo Cavallo, all’epoca pm a Messina, oggi procuratore di Patti.

Twitter: @MarioBarresi

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