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Sicilia: omicidi eccellenti, dossier scomparsi e indagini insabbiate. Il lungo inverno della verità

Mattarella, Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa: dalla strage all'agenda rossa, la Sicilia tra depistaggi, insabbiamenti e la lunga ricerca

Laura Mendola

06 Gennaio 2026, 12:45

12:48

Sicilia: omicidi eccellenti, dossier scomparsi e indagini insabbiate. Il lungo inverno della verità

La Sicilia è stata — e rimane — uno dei cuori più tormentati e simbolici della lotta alla criminalità organizzata in Italia, un luogo dove la storia di mafia e istituzioni si intreccia in modo drammatico, producendo omicidi eccellenti, indagini complesse e talvolta inspiegabili, sparizioni di prove chiave e sospetti di insabbiamenti. Dietro strade, palazzi di giustizia e piazze silenziose si nascondono storie di giustizia avviata, ricerche di verità, ma anche ritardi, depistaggi e zone d’ombra che hanno segnato l’immaginario collettivo italiano.

Questa narrazione parte dal cuore di Palermo e si dipana attraverso decenni di sangue e carta giudiziaria: dai magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, passando per il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fino alla vicenda politica di Piersanti Mattarella, senza dimenticare i casi di Nino Agostino ed Emanuele Piazza. È la storia di persone che hanno pagato con la vita o con l’oblio il tentativo di scalfire un potere violento e radicato.

I giudici Falcone e Borsellino: stragi di Stato e verità negate

Nel 1992 la Sicilia e l’Italia intera subirono un doppio colpo che segnò indelebilmente la lotta alla mafia: le stragi di Capaci e Via D’Amelio.

La mattina del 23 maggio 1992, un’autostrada esplose sotto una colonna di auto: Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta persero la vita in quella che divenne una delle stragi più clamorose della storia italiana. Due mesi dopo, il 19 luglio 1992, fu la volta di Paolo Borsellino e dei cinque agenti che lo accompagnavano, in un agguato in via D’Amelio a Palermo.

Queste uccisioni non furono semplici gesti mafiosi isolati: furono risposte violente dell’organizzazione a indagini e processi — primo fra tutti il Maxi‑Processo — che avevano scoperchiato l’intero sistema Cosa Nostra. Ma se le responsabilità mafiose in senso ampio sono state riconosciute, molti aspetti delle indagini restano avvolti nel mistero e sono percepiti come incompleti, depistati o addirittura insabbiati da interessi più ampi.

L’agenda rossa di Borsellino: il taccuino scomparso

Tra i simboli più inquietanti delle indagini irrisolte c’è la famosa “agenda rossa” di Paolo Borsellino, un quaderno nel quale il magistrato annotava riflessioni, piste investigative e nomi di persone coinvolte nelle sue ricerche.

Quel taccuino non fu mai ritrovato sul luogo della strage, nonostante il fatto — confermato da testimoni — che Borsellino lo portasse sempre con sé. In seguito all’esplosione, tra gli oggetti recuperati non compare: una sparizione che ha alimentato teorie sulla presenza di informazioni “scomode” che qualcuno non voleva emergessero.

Nel corso degli anni, le procure hanno cercato l’agenda e interrogato persone che potrebbero averne avuto conoscenza, ma la ricostruzione resta incompleta. La figlia dello stesso Borsellino ha raccontato dell’esistenza di un’altra agenda — di colore marrone — mai investigata fino in fondo, contenente rubriche e contatti che potrebbero essere cruciali per capire contatti, pressioni e dinamiche di quel periodo.

Questa storia di sparizione di documenti, insieme alle critiche mosse dai magistrati stessi al modo in cui furono gestite le “piste” dell’indagine (incluse possibili interferenze di apparati deviati dello Stato), ha trasformato l’agenda rossa in un simbolo: non solo di un uomo, ma di una verità difficile da raggiungere e ancora oggi sospesa tra processi, indagini e depistaggi.

Falcone e i suoi appunti: un patto interrotto

Come Borsellino, anche Giovanni Falcone aveva accumulato un vasto materiale di riflessioni e dossier che non furono mai resi completamente pubblici o oggetto di trasparenza totale. Alcuni degli appunti furono acquisiti dalla magistratura e restano protetti tuttora, tra archivi giudiziari e valutazioni di riservatezza, con critiche da parte di storici e familiari sull’opportunità di far emergere tutti i documenti per consentire una ricostruzione piena delle relazioni tra mafie, economia e politica.

Carlo Alberto Dalla Chiesa: il generale e il sistema mafia‑Stato

Negli anni ’80, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fu nominato Prefetto di Palermo per dare impulso alle indagini antimafia dopo l’omicidio del leader politico Pio La Torre e per contrastare la sempre più violenta offensiva di Cosa Nostra.

Pochi mesi dopo il suo arrivo, il 3 settembre 1982, Dalla Chiesa fu assassinato dalla mafia insieme alla moglie e a un agente di scorta. Nonostante la condanna di boss mafiosi per l’omicidio, il ruolo di eventuali complicità esterne, rallentamenti o omissioni di informazioni da parte di apparati statali non fu mai chiarito del tutto, e alcuni storici e inquirenti considerano quel delitto non solo una vendetta mafiosa, ma anche un monito rivolto alle istituzioni, in un clima in cui il contrasto alla mafia iniziava appena ad emergere come priorità nazionale.

Nino Agostino ed Emanuele Piazza: l’attentato dell’Addaura e i misteri dopo

Nel febbraio 1989, un attentato all’Addaura — una villa sul mare vicino Palermo — mancò di pochissimo l’obiettivo di uccidere Giovanni Falcone. Dopo quell’episodio, raccapriccianti omicidi di poliziotti e la scomparsa dell’agente Emanuele Piazza — mai ritrovato — e dell’agente Nino Agostino, collegati a quegli eventi, restano tra i capitoli più inquietanti della lotta alla mafia.

Le ricostruzioni ufficiali non hanno mai davvero chiarito il ruolo dei due agenti, né perché Piazza risultò scomparso senza tracce. In anni recenti emergono ancora teorie su complicità di strutture di intelligence e depistaggi mirati, elementi che alimentano un senso di incompletezza nelle indagini.

Piersanti Mattarella: il politico ucciso e le indagini sull’indagine

Uno degli esempi più chiari di come le indagini possano essere insabbiate o deviate nel tempo riguarda il delitto di Piersanti Mattarella, politico democristiano e presidente della Regione Siciliana, ucciso il 6 gennaio 1980 sotto casa sua a Palermo. Il fratello di Piersanti è Sergio Mattarella, l’attuale Presidente della Repubblica italiana.

La vicenda giudiziaria che segue la sua uccisione è intricata. All’epoca, l’omicidio fu attribuito a Cosa Nostra. Ci furono condanne per i mandanti mafiosi, ma l’identità materiale degli autori dell’agguato non fu mai stabilita con certezza, e per anni si discussero piste alternative, compresa quella degli estremisti neofascisti, che però non portarono a condanne permanenti. A oltre 45 anni di distanza, nel corso del 2024‑2025, la Procura di Palermo ha riaperto l’indagine e individuato possibili nomi di esecutori materiali: si tratterebbe di Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, noti uomini d’onore di Cosa Nostra, e si continua a cercare conferme e nuovi riscontri.

Ma non è tutto: un elemento critico di questa vicenda è il sospetto di depistaggio e ostruzione delle indagini originarie. La magistratura ha infatti contestato che l’inchiesta sia stata “contaminata e compromessa da elementi istituzionali”, con la scomparsa o la dispersione di prove chiave — in particolare un guanto rinvenuto nell’auto dei killer che non fu mai repertato e sequestrato correttamente e di cui si è persa ogni traccia.

Secondo gli inquirenti, il guanto e la catena di custodia delle prove sono stati oggetto di falsificazioni o omissioni, e un ex funzionario di polizia — Filippo Piritore — è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di aver ostacolato le indagini e fornito dichiarazioni false per far sparire quell’elemento rilevante.

Questo episodio ha riportato all’attenzione pubblica il tema di come, anche in casi che appaiono “già chiusi”, insabbiamenti o manipolazioni dentro le indagini possano condizionare la ricerca della verità per decenni.

Dietro i depistaggi: omertà, complicità e inattendibilità delle piste alternative

Queste vicende mostrano un quadro complesso. Omertà e reticenza sociale, che rendono difficile raccogliere testimonianze autentiche; Piste investigative deviate (come quelle neofasciste o interne a partiti politici), che hanno spesso distolto l’attenzione da piste più credibili; Interferenze istituzionali o omissioni nell’acquisizione e custodia delle prove, che fanno sospettare che qualcuno, a vari livelli, possa aver cercato di limitare l’emergere di fatti compromettenti.

In molti casi — dalle agende scomparse di Borsellino agli appunti di Falcone, dall’incertezza sui killer di Mattarella alla dispersione di prove — emerge un tema ricorrente: la verità giudiziaria arriva (quando arriva) sempre con ritardo e con molte zone d’ombra.

Una memoria fragile, ma la ricerca prosegue

La Sicilia e l’Italia non possono permettersi di dimenticare questi fatti. La memoria collettiva, la stampa, gli storici e gli stessi magistrati continuano a lavorare perché questi capitoli non restino incompleti. Ogni nuovo elemento — come la riapertura di un fascicolo, l’emergere di un nome, o l’accusa di depistaggio — rappresenta una nuova occasione per avvicinarsi alla verità.

Ma come dimostrano i decenni trascorsi da molti di questi delitti, la verità è spesso il risultato di una lotta lunga e difficile: tra mafia e Stato, tra potere e giustizia, tra memoria e oblio.