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A San Filippo Neri

Zen, il monito durissimo dell'arcivescovo Lorefice: "Politica assente, chi spara è un balordo e un codardo"

Nell'omelia del prelato, un appello ai malviventi: "Convertitevi a Dio. Cambiate vita, se no sarete solo dei perdenti"

06 Gennaio 2026, 18:40

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Zen, il monito durissimo dell'arcivescovo Lorefice: "Politica assente, chi spara è un balordo e un codardo"

A San Filippo Neri, l’Epifania non è stata soltanto una celebrazione liturgica. È stata una presa di posizione pubblica. La messa presieduta dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, è diventata un gesto di vicinanza al parroco don Giovanni Giannalia e, insieme, un forte richiamo alla responsabilità collettiva davanti allo Zen, un quartiere ferito, alla città intera, alle sue istituzioni.

Nell’omelia, intensa e senza concessioni, il vescovo ha richiamato la pagina evangelica dei Magi: "Uomini e donne in ricerca, capaci di scrutare il cielo e leggere i segni della storia, mendicanti di senso e animati da una nostalgia di Dio". A questa ricerca luminosa Lorefice ha contrapposto la figura di Erode, simbolo di un potere che conosce la verità ma non la riconosce, che "rumoreggia, si turba e pianifica strategie per mantenere il potere, fino alla violenza più estrema".

"Mentre a Gerusalemme c’è il re fantoccio Erode, vassallo dei dominatori del tempo – ha affermato – nasce il Pastore delle genti, un Capo che non domina, ma dà la vita come un pastore per il suo gregge, che veglia e non disperde". Un potere radicalmente diverso, fondato sull’umiltà e sulla mitezza.

Betlemme è diventata così lo Zen. "Periferia geografica, urbana ed esistenziale, ma anche centro, se guardata alla luce del Bambino. Betlemme come lo Zen. Gerusalemme come Palermo", ha scandito il vescovo, richiamando i bambini, le famiglie, "gli umili pastori", gli abitanti di un quartiere troppo spesso raccontato solo attraverso la cronaca nera.

Da qui il passaggio più duro e politico dell’omelia. "Allo Zen si spara anche perché tutti abbiamo responsabilità. Tutti", ha detto Lorefice, indicando senza ambiguità le cause: "scelte politiche precise, l’abbandono della democrazia partecipativa, quartieri trasformati in ghetti, una politica che non si pensa come servizio, che non dà la parola ai poveri e che frequenta le periferie solo in tempo di elezioni".

Davanti ai rappresentanti delle istituzioni, del mondo politico e del terzo settore, l’arcivescovo ha respinto ogni tentazione di presenza formale: "Essere qui oggi per nessuno può essere una passerella. È un’assunzione definitiva di responsabilità". E ha aggiunto: "Facciamo ancora in tempo a uscire se non sono queste le intenzioni che ci hanno portato qui".

Durissime le parole contro chi spara nei quartieri di Palermo: "Chi spara allo Zen o altrove è un balordo, un nulla, un codardo, uomini che cercano visibilità ostentando il potere delle armi e dei piccioli". A loro Lorefice ha rivolto un appello netto: "Convertitevi a Dio. Cambiate vita, se no sarete solo dei perdenti".

Nel giorno in cui Palermo ha ricordato l’assassinio di Piersanti Mattarella, "servitore delle istituzioni e coraggioso oppositore dei poteri mafiosi", l’Epifania allo Zen è diventata così una visione di città possibile. Una Chiesa chiamata a essere "lievito e sale di trasformazione della città degli uomini", a camminare insieme "a tutti gli uomini e le donne di buona volontà" e a sostenere chi, ogni giorno, abita le ferite del quartiere: scuole, forze dell’ordine, associazioni, parrocchie.

"Coraggio, siamo con voi", ha concluso il vescovo. "Gli Erodi di ieri e di oggi sono e saranno dei perdenti. Non prevarranno".