Storie di Zen
I “pistoleri” che furono bambini «Qui non è possibile sognare»
La giornata tipo di un bimbo di sei anni nel quartiere della solitudine e del degrado. Lasciato spesso solo, condannati a replicare ciò che vivono in casa: disagio, violenza, povertà
Ha sei anni e vive allo Zen. Si sveglia in una casa dove spesso mancano spazio, silenzio e serenità. Non va all’asilo: i posti sono pochi, appena una ventina in tutto il quartiere. Entra così alle elementari già in ritardo, senza quelle basi educative e relazionali che per altri bambini sono scontate. «Qui i bambini partono svantaggiati fin dalla primissima infanzia», racconta Fabrizio Arena, responsabile del laboratorio sociale “Zen Insieme”.
A scuola incontra insegnanti lasciati soli, senza educatori di supporto, col rischio di derubricare in “indisciplina” ciò che è in realtà disagio profondo. «Quei bambini replicano ciò che vivono a casa e per strada: povertà, violenza, frustrazione».
Le palestre e le mense ci sono, ma restano chiuse da anni. Spesso viene etichettato come “difficile”. «Quei bambini non sono ingestibili — spiega Arena — replicano ciò che vivono: disagio, violenza, povertà». È la cosiddetta dispersione implicita: va a scuola perché deve, ma senza gli strumenti per crescere davvero.
Fuori, il quartiere non offre alternative. Cammina tra cumuli di rifiuti, spesso scaricati da chi arriva da fuori perché allo Zen la differenziata non c’è. Non ci sono spazi verdi, né luoghi sicuri in cui giocare. «Lo Zen diseduca alla bellezza», dice Arena. E quando un bambino cresce nella bruttezza, impara a non sentirsi degno di altro. Nasce così una rassegnazione precoce: essere nati allo Zen diventa una colpa. «Non hanno più aspirazioni — racconta Arena — non immaginano un futuro diverso. E senza immaginazione non c’è emancipazione».
Quel bambino capisce presto di essere guardato come un diverso. Stigmatizzato, pregiudicato in partenza. Per essere accettato deve dimostrare di valere. Vuole le stesse cose degli altri — un telefono, un vestito firmato — ma senza i mezzi per ottenerle. «Senza cultura e senza opportunità — spiega Arena — l’unico linguaggio che resta è quello della forza e della violenza».
È qui che si rompe il futuro. Non mancano solo i servizi: manca la fiducia. La politica promette da anni interventi mai realizzati, piazze annunciate e rinviate, progetti che slittano. «Da quarant’anni non cambia nulla — denuncia Arena — progetti annunciati, piazze promesse, slogan e passerelle. I bambini smettono di credere, di sognare», dice Arena. E senza sogni non c’è scelta, non c’è ambizione.
Prima degli spari, allo Zen, c’è questo bambino. Non tutti, ovviamente, sono destinati a un futuro nella malavita. Ma la violenza, racconta chi vive e lavora su quelle strade, spesso nasce molto prima di impugnare un’arma.