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dopo la strage di otto mesi fa

Né odio, né divisioni: il “perdono” di Monreale allo Zen

Le iniziative deell'Arci: con il passare dei mesi, il dialogo tra Monreale e lo Zen si è fatto sempre più intenso. Festival, incontri pubblici e percorsi condivisi hanno contribuito a costruire una rete basata su ascolto e collaborazione, trasformando il dolore in occasione di crescita collettiva

Anna Follari

07 Gennaio 2026, 06:30

Né odio, né divisioni: il “perdono” di Monreale allo Zen

Né odio né divisione, ma perdono. Monreale sceglie la strada del dialogo, costruendo un ponte con il quartiere Zen. Da lì sono arrivati, otto mesi fa, davanti al bar “365”, i presunti assassini di tre ragazzi monrealesi. Un trauma che ha interessato l’intera comunità, in modo particolare i giovani, costretti a confrontarsi con emozioni contrastanti: dalla paura alla rabbia, fino a un lento e faticoso percorso di accettazione.

A raccontare questo processo è Ilaria Cascino, presidente dell’associazione Arci di Monreale. Un cammino impegnativo, frutto di un lavoro quotidiano portato avanti insieme agli altri membri del gruppo. L’obiettivo, fin dall’inizio, è stato chiaro: evitare che la violenza generasse altro odio, soprattutto tra i giovani.

«Nei primi mesi eravamo tutti sotto shock – racconta – la paura si mescolava alla rabbia e allo smarrimento. Abbiamo capito subito che come associazione dovevamo intervenire. Abbiamo convocato un’assemblea dei giovani, attivato uno sportello psicologico dedicato, ma soprattutto abbiamo lavorato per non criminalizzare lo Zen, spiegando anche ai bambini che non si può colpevolizzare un intero quartiere».

Con il passare dei mesi, il dialogo tra Monreale e lo Zen si è fatto sempre più intenso. Festival, incontri pubblici e percorsi condivisi hanno contribuito a costruire una rete basata su ascolto e collaborazione, trasformando il dolore in occasione di crescita collettiva.

«Un’esperienza particolarmente significativa – aggiunge Cascino – è stata portare i bambini di Monreale allo Zen, poco dopo la sparatoria. La paura c’era, ed era inevitabile. Ma i bambini hanno mostrato la verità più semplice: sono tutti uguali. È stata un’occasione fondamentale per abbattere stereotipi. La risposta alla violenza non può essere altra violenza, ma rete e comunità».