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l'anniversario

Omicidio del piccolo Di Matteo, 30 anni dopo: cerimonia a San Giuseppe Jato per ricordare l'uccisione

Il sindaco: «Una ferita aperta nella coscienza civile del nostro paese»

Redazione Palermo

07 Gennaio 2026, 13:03

Omicidio del piccolo Di Matteo, 30 anni dopo: cerimonia a San Giuseppe Jato per ricordare l'uccisione

A trent’anni dal barbaro omicidio che sconvolse l’Italia, le istituzioni tornano nel luogo del martirio per onorare la memoria di Giuseppe Di Matteo. Venerdì 9 gennaio, a San Giuseppe Jato, si terrà una cerimonia solenne nel "Giardino della Memoria" di contrada Giambascio, il casolare-bunker dove il bambino rimase prigioniero per 180 giorni prima di essere strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996.

Alla commemorazione, in programma alle ore 15, parteciperà la presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo. Accanto a lei saranno presenti i vertici delle autorità locali: il prefetto Massimo Mariani, il questore Maurizio Vito Calvino, il sindaco metropolitano Roberto Lagalla e i comandanti provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza. Prevista inoltre la partecipazione dei sindaci del consorzio "Sviluppo e Legalità" e, in un momento di profondo raccoglimento, della madre di Giuseppe, Francesca Castellese, e del fratello Nicola.

L'iniziativa, promossa dall'amministrazione comunale guidata da Giuseppe Siviglia, intende trasformare un luogo di orrore in un presidio di legalità. «Giuseppe non è solo una vittima innocente della violenza mafiosa: è una ferita aperta nella coscienza civile del nostro Paese», ha dichiarato il sindaco Siviglia. «Ricordarlo significa rinnovare l’impegno di difendere senza esitazioni i valori della giustizia e della dignità umana».

Un elemento centrale della giornata sarà la riflessione sulle recenti parole di Nicola Di Matteo. In alcune interviste il fratello di Giuseppe ha ribadito la netta presa di distanza dal padre Santino, ex mafioso e collaboratore di giustizia, dichiarando di non poterlo perdonare. Per il sindaco Siviglia, questa posizione rappresenta «la definitiva condanna di un ambiente in cui Giuseppe e Nicola erano stati costretti a vivere da ragazzini», segnando una rottura netta e inequivocabile con il passato criminale che ha distrutto la loro famiglia.