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L'approfondimento

Petrolchimico: Isab si salva da sola, ma Goi è ufficialmente in crisi. E ora i russi mettono in discussione le trattative

La scacchiera del commercio internazionale di petrolio si trova a Siracusa, in questo momento. E la suscettibilità rischia di essere diventata una pedina. Ecco i destini incrociati di Lukoil Italia, Litasco, Goi Energy e Ludoil

Luisa Santangelo

17 Gennaio 2026, 08:21

Petrolchimico: Isab si salva da sola, ma Goi è ufficialmente in crisi. E ora i russi mettono in discussione le trattative

Nel castello dei destini incrociati le carte di Isab e quella di Goi Energy, che di Isab è proprietaria, hanno storie diverse. Che, probabilmente (e auspicabilmente, direbbero molte persone a Priolo Gargallo), saranno sempre più distanti. La raffineria più grande del polo petrolchimico di Siracusa, infatti, come reso noto da La Sicilia, è appena uscita dalla procedura di composizione negoziata della crisi. Ma Goi Energy, invece, in una crisi d'impresa ufficiale c'è dentro e anziché fare passi avanti ne fa indietro. Perché la rescissione unilaterale del contratto di Isab con Lukoil Italia ha irritato molto la principale creditrice di Goi, la società svizzera Litasco, al punto da fare saltare un accordo che, dall'inizio di gennaio, era sul punto di essere firmato.

Un passo indietro: nel 2023, con l'applicazione delle sanzioni europee contro la Russia per la guerra in Ucraina, la società Lukoil, fra le più importanti raffinatrici di petrolio del mondo, si è vista costretta a vendere il suo principale stabilimento europeo. Quello di Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa, della società Isab srl, che controllava tramite la compagnia di trading svizzera Litasco. Cioè: Isab era di proprietà di Litasco che a sua volta è di proprietà di Lukoil.

Nel marzo 2023, per salvare l'indipendenza energetica della nazione, il governo guidato da Giorgia Meloni ha deciso di applicare il Golden power su Isab, e di controllare la vendita, approvando il compratore: la società cipriota Goi Energy, amministrata da Michael Bobrov. Goi Energy ha dunque comprato Isab da Litasco, impegnandosi a pagare un prezzo di 150 milioni di euro.

La partita sembrava chiusa. Finché, il 12 settembre 2025, è arrivato un decreto di pignoramento del tribunale di Milano, figlio di un mancato intendimento fra Litasco e Goi. In sintesi: l'accordo di vendita sarebbe stato composto di una quota fissa più una quota variabile, che portavano il totale a quei 150 milioni. La quota variabile, però, sarebbe stata suscettibile di modifiche in base a una pluralità di fattori che non è, allo stato, possibile conoscere.

A quasi un anno dalla compravendita, Litasco chiede l'intera somma mentre Goi sostiene di dovere pagare meno («molto meno», viene fatto filtrare). Da cui la richiesta al tribunale di Milano e l'emissione del decreto di pignoramento. A fronte di quest'ultimo, Goi avvia la composizione negoziata della crisi. Una procedura a cui aveva già fatto accesso Isab a gennaio 2025 ma che, all'inizio dello scorso autunno, tocca pure alla sua proprietaria. In soldoni, è un modo per cercare un accordo con i creditori approfittando della mediazione di un esperto.

Il 23 settembre 2025, undici giorni dopo il decreto di pignoramento, Goi chiede al tribunale di Roma l'emissione di «misure protettive»: la protezione del patrimonio da eventuali aggressioni. Il 21 novembre il tribunale accoglie la richiesta e, così, il più è salvo. E la mediazione va avanti senza spade di Damocle pendenti sulla raffineria Isab, che, infatti, lavora a gonfie vele: messe da parte le difficoltà economiche dell'inizio del 2025, gli impianti di raffinazione del petrolio di Priolo si adattano all'assenza di greggio russo e si avviano a chiudere un bilancio in utile che li rende particolarmente appetibili ai compratori.

Si parla di acquirenti da mezzo mondo, dagli Stati Uniti come dalla Bulgaria. Alla fine, però, chi riesce a spuntare una due diligence in esclusiva viene dalla Campania: dalla provincia di Napoli, che dà i natali a Donato Ammaturo, il patron di Ludoil Energy, colosso nazionale del settore della distribuzione di prodotti petroliferi e di produzione dell'energia. Gli affari di Ammaturo in Sicilia, prima che al petrolio, dal 2023 guardano al biometano e alla gestione della frazione organica della raccolta differenziata.

Tanto progressiva e silenziosa era stata l'espansione di Ludoil nel settore del biogas, quanto improvviso e rumoroso è stato il suo approdo al petrolchimico. Con una nota congiunta, Isab srl e Ludoil Energy comunicano «l'entrata in esecuzione del contratto avente ad oggetto la caricazione e la vendita di prodotti petroliferi, nonché la prestazione dei servizi connessi e accessori, presso la Raffineria di Priolo Gargallo». E annunciano inoltre l'avvio della trattativa, il 12 gennaio, per l'acquisizione degli impianti. Il contratto in questione riguarda il trasporto su gomma dei prodotti raffinati, inclusa la distribuzione alle stazioni di servizio. Una gestione che, fino alla notte fra il 12 e il 13 gennaio 2026, era in mano a un'altra società: Lukoil Italia srl, controllata da Litasco e, quindi, da Lukoil.

Per Lukoil Italia lo stordimento dura poco. Il recesso del contratto viene definito quella stessa mattina «privo di fondamento giuridico» e porta a una diffida formale. Ma, soprattutto, ha delle rifluenze sul tavolo della mediazione in corso a Roma. Perché, a quanto pare, Litasco e Goi Energy erano sul punto di arrivare a un accordo transattivo, su una cifra - ancora riservatissima - che andava bene a tutte e due le società. C'erano da limare i dettagli, si pensava che la questione si sarebbe chiusa in fretta.

Dall'inizio della composizione della crisi di Goi sono passati quasi 120 giorni. La normativa prevede che la procedura possa durare al massimo 180 giorni, prorogabili per altri 180. Ma a un anno non ci vuole arrivare nessuno, perché questo rischierebbe di ipotecare la vendita alla Ludoil di Ammaturo. Solo che la rescissione unilaterale del contratto di Lukoil Italia non è stata presa bene. Nella partita a scacchi sul petrolio, la suscettibilità è una pedina. A quanto pare, Litasco (che, come detto, controlla Lukoil Italia) avrebbe fatto saltare il banco, rimettendo le cose in discussione e costringendo la trattativa a tornare indietro anziché andare avanti. Si spera non in modo irreversibile.