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Il caso

Intervento errato: l'ospedale Garibaldi di Catania condannato a risarcire due milioni di euro

La vittima, di 26 anni, morì nel 2016 lasciando due figlie piccole. L'azienda sanitaria annuncia l'impugnazione: «Vizi procedurali e sostanziali»

Redazione Catania

16 Gennaio 2026, 18:18

18:54

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Ospedale Garibaldi

Il giudice del tribunale di Catania ha condannato l’Azienda ospedaliera Garibaldi al pagamento di circa 2 milioni di euro in favore dei sei familiari di un giovane di 29 anni deceduto il 28 gennaio 2016 dopo un intervento chirurgico di routine. Il paziente venne ricoverato d’urgenza nell’ospedale Garibaldi con diagnosi di appendicite acuta con peritonite. L’intervento chirurgico venne eseguito senza apparenti complicazioni - dicono i legali dei familiari della vittima Rossella Danile e Raimondo Cammalleri - ma nelle ore successive, al giovane che aveva forti dolori post-operatori venne somministrata mezza fiala di Toradol per via endovenosa. Il paziente perse conoscenza, andò in arresto cardiaco e, nonostante i tentativi di rianimazione, morì dopo poche ore. Il giovane lasciò la moglie, di 23 anni, e due bambine, una di 20 mesi e l’altra di 4 mesi, oltre a padre, madre e sorella.

Dalle carte processuali - dicono gli avvocati - emerge un dato agghiacciante: nonostante il giovane fosse monitorato e avesse manifestato sintomi critici post-operatori, la prima verifica del ritmo cardiaco è avvenuta solo 15 minuti dopo l’arresto. Secondo i periti, un intervento entro i primi minuti avrebbe garantito al giovane una probabilità di sopravvivenza superiore al 50%. La perizia ha stabilito che «qualora si fossero applicate correttamente le raccomandazioni previste dalla più accreditata letteratura scientifica e dalle linee guida sul trattamento dell’arresto cardiaco, si sarebbe potuto evitare il decesso con elevato grado di probabilità». «Il ritardo nell’attivazione delle procedure di emergenza, la mancata immediata valutazione del ritmo cardiaco e, soprattutto, l'omesso utilizzo del defibrillatore hanno inciso in modo causale sull'esito fatale» dicono gli avvocati. «La sentenza ribadisce un principio centrale in materia di responsabilità medica: la struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale non solo per l’atto chirurgico in sé, ma anche — e soprattutto — per la corretta sorveglianza e gestione del paziente nella fase post-operatoria. Un dovere che, nel caso di specie, è stato ritenuto violato in modo grave» dicono Danile e Cammalleri. La sentenza, pubblicata il 9 gennaio 2026, conclude un iter giudiziario durato quasi sette anni.

La replica dell'ospedale Garibaldi

Sul caso è arrivata la replica della direzione strategica dell’Arnas Garibaldi: «Sulla scorta di una disamina approfondita della sentenza e degli atti di causa, la pronuncia è affetta da vizi di natura sia procedurale che sostanziale per le quali l'azienda ha già dato mandato ai legali di proporre tempestivo appello. Invero, in disparte ogni valutazione sull'errata applicazione delle norme e sul nesso di causalità, la decisione è frutto di un travisamento di prove documentali per le quali l'azienda nel corso del giudizio ha regolarmente dimostrato che nel reparto era presente il defribillatore, ma soprattutto che il paziente era affetto da patologia cardiaca strutturale, rimasta silente e non diagnosticata prima del ricovero, che ha rappresentato una concausa naturale, preesistente e indipendente dalla condotta dei sanitari».