18 gennaio 2026 - Aggiornato alle 17 gennaio 2026 23:30
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la mossa

Metal detector a scuola: efficacia, costi e implicazioni educative

Un dibattito che divide: cosa mostrano davvero i numeri, quanto costa e cosa cambia nella testa dei ragazzi

Redazione La Sicilia

17 Gennaio 2026, 22:47

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In Italia, il dibattito si è riacceso dopo l’omicidio del diciottenne Abanoub Youssef all’istituto professionale Einaudi‑Chiodo di La Spezia. Nel giorno dell’accaduto, il 17 gennaio 2026, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha aperto alla possibilità di installare metal detector “nelle scuole a maggior rischio”, ipotesi da coordinare con le prefetture e da inserire nel cosiddetto “Decreto Sicurezza”. La linea è netta: prevenire l’ingresso di armi e rimettere al centro “autorità e responsabilità”.

Pochi mesi prima, a Napoli, dopo ripetuti sequestri di armi bianche tra studenti, la preside Valeria Pirone dell’istituto tecnico “Marie Curie” aveva chiesto controlli ai varchi. La risposta: operazioni della Polizia di Stato con metal detector e cani antidroga all’ingresso, con il sostegno del prefetto Michele di Bari, che ha parlato di “servizi pianificati da tempo”. Non un’installazione fissa, ma un presidio a campione, “replicabile” dove necessario.

In questo clima si inserisce la voce della pedagogista Giovanna Pini, presidente del Centro Nazionale contro il Bullismo – Bulli Stop. Nell’intervista a Fanpage.it del 17 gennaio 2026, Pini propone una doppia via: rafforzare i percorsi di educazione affettiva e, al contempo, considerare telecamere e metal detector “sul modello aeroportuale”, come strumenti di sicurezza da affiancare a personale e percorsi adeguati. Sotto accusa, più che la “cultura del coltello”, la difficoltà strutturale delle scuole a intercettare il disagio: mancano figure psicopedagogiche stabili, fondi e formazione continua.

Cosa dicono gli altri Paesi: tra prassi consolidate e prove controverse

Stati Uniti: tanti sequestri, prove sull’efficacia più deboli

Negli Stati Uniti l’uso dei metal detector è concentrato nei grandi distretti urbani. New York, ad esempio, impiega varchi fissi e mobili; la città ha iniziato a sostituire le vecchie macchine con nuovi scanner “meno intrusivi” a partire da marzo 2024. Eppure, nonostante un numero significativo di oggetti pericolosi sequestrati nel post‑pandemia, i dubbi restano: code, disservizi, necessità di personale addestrato, e un costo di gestione non banale.

I dati più recenti sui sequestri sono eloquenti: tra luglio 2025 e metà gennaio 2026 gli scanner hanno individuato 9 armi da fuoco, 58 taser, 1.059 coltelli e oltre 1.100 tra taglierini e “altri oggetti” pericolosi, a fronte di 177 scanner attivi su un sistema di circa 1.600 scuole. Ma la relazione diretta tra scanner e calo della violenza non è dimostrata in modo robusto: gli studi disponibili indicano che l’evidenza sull’impatto reale dei metal detector su reati e aggressioni a scuola è, nel migliore dei casi, “insufficiente”.

Il quadro scientifico, infatti, è cauto. La ricerca sintetizzata dal Justice & Prevention Research Center di WestEd segnala scarse prove che i metal detector riducano la violenza, mentre diverse analisi registrano effetti negativi sulla percezione di sicurezza e sul clima scolastico. Le conclusioni del National Institute of Justice statunitense sono in linea: le tecnologie possono aiutare, ma solo dentro strategie evidence‑based più ampie e valutate nel tempo.

Sul piano percettivo, un’analisi del National Academies of Sciences richiama studi secondo cui i metal detector sono spesso associati a una minore sensazione di sicurezza tra gli studenti, benché le evidenze restino in parte contraddittorie e condizionate dal contesto. Tradotto: si possono trovare più lame ai varchi e, allo stesso tempo, far sentire la scuola più simile a un luogo coercitivo che educativo.

Regno Unito: poteri chiari per i presidi, screening a discrezione

Nel Regno Unito, la normativa consente alle scuole di effettuare screening con metal detector senza sospetto individuale e di perquisire gli alunni per armi e altri oggetti proibiti secondo linee guida del Department for Education. In pratica, i presidi possono installare “knife arches” a rotazione, o utilizzare wands portatili. Negli ultimi anni, complici i dati sul “knife crime” minorile, alcuni trust hanno deciso l’installazione fissa degli archi nelle scuole secondarie delle aree più esposte. È un approccio più flessibile che infrastrutturale, tarato su norme, formazione e discrezionalità.

I costi: molto più dell’arco al varco

Parlare di costi significa guardare oltre il prezzo dell’apparecchio. Un walk‑through di fascia adeguata per un contesto scolastico si colloca, secondo stime citate in letteratura statunitense, tra i 4.000 e i 5.000 dollari per unità, con un range molto ampio (da 1.000 fino a oltre 30.000 a seconda di funzioni e tecnologie). Ma a pesare è soprattutto l’operatività: servono più operatori per varco nelle ore di afflusso, formazione periodica, manutenzione, eventuale backup in caso di guasto, e protocolli per la gestione degli allarmi e dei sequestri. Uno studio di scenario ha stimato, solo per equipaggiare in modo tradizionale tutte le scuole di un grande Stato americano, un costo iniziale di 46 milioni di dollari, al netto del personale; nelle ipotesi di tecnologie più avanzate i costi capitali lievitano di un ordine di grandezza e richiedono budget annuali a sei‑sette zeri per il personale.

E il personale è il vero moltiplicatore: il caso NYC è istruttivo. Gli School Safety Agents – figure civili della NYPD che presidiano accessi e scanner – hanno stipendi di ingresso nell’ordine di 36.955 dollari l’anno, con progressioni sopra i 50.000 e differenziali per turno; stime di mercato collocano il costo medio annuo tra 47.000 e 77.000 dollari a seconda di anzianità, sede e straordinari. Per una scuola con 2‑3 varchi attivi nelle ore di punta, la spesa di personale annua può superare agevolmente le sei cifre, prima ancora di contare formazione, sostituzioni, ferie e contrattualistica.

In Italia, dove non esiste una figura standardizzata analoga agli School Safety Agents e dove la Polizia di Stato o i vigilanti operano a supporto in modalità straordinaria, ogni ipotesi di estensione strutturale di varchi richiederebbe scelte di organico, standard minimi e risorse dedicate, oppure protocolli stabili con le prefetture. La cronaca napoletana mostra che l’alternativa attuale sono i controlli a campione coordinati dalla prefettura, che abbassano i costi fissi ma non garantiscono un filtro quotidiano.

Le criticità operative

  1. Collo di bottiglia agli ingressi. I varchi rallentano l’accesso: servono spazi, pre‑screening degli zaini, personale addestrato per discriminare i falsi allarmi. A New York, malfunzionamenti e carenza di addetti hanno “bloccato” programmi mobili, creando code e ritardi.
  2. Costi ricorrenti e governance. L’arco è la parte meno cara: la spesa vera è l’uomo‑ora per ogni varco, ogni giorno dell’anno scolastico. Senza una governance stabile (chi forma, chi paga, chi decide quando accendere/spegnere), i progetti rischiano di arenarsi.
  3. Spiazzamento del rischio. Gli studi non mostrano, ad oggi, una riduzione certa della violenza complessiva a scuola. C’è il rischio di spostare i conflitti fuori dai varchi – per strada, all’uscita – dove i metal detector non arrivano. Le stesse autorità locali lo riconoscono quando citano, tra le ragioni dei sequestri, la paura nel tragitto casa‑scuola.

Il punto di Pini: sicurezza + educazione affettiva non sono alternative

Nella prospettiva di Giovanna Pini, il metal detector non sostituisce la scuola che ascolta: la priorità è dotare gli istituti di sportelli di ascolto, referenti anti‑bullismo, formazione continua e figure psicopedagogiche stabili. Solo così i segnali di fragilità emergono prima che diventino violenza. Il varco, semmai, è un pezzo di un sistema più ampio, utile se accompagnato da regole chiare, privacy e interventi integrati con ASL e servizi territoriali. È un punto che molti ricercatori confermano: le tecnologie funzionano quando sono innestate in strategie evidence‑based, non al posto loro.