la storia
«Vendo tutto e vado in un'altra città»: Antonini minaccia l'addio, Trapani tra proteste, penalità e la Cittadella che non c'è
Tra conti in perdita, tifosi in rivolta e un investimento senza atti: l'ira dell'imprenditore romano anche contro i tifosi
Un imprenditore, due squadre – una basket e una di calcio -, le grane e la voglia di scappare via. Così Valerio Antonini guarda al suo futuro lontano da Trapani e sciolina i numeri dei suoi investimenti. I conti però sono sempre in perdita e il pensiero del patròn del Trapani Shark è quello di evitare la cancellazione della squadra di basket dalla serie A e salvare il Trapani calcio che milita in serie C. Poi il passo successivo: «Vendo tutto e vado in un’altra città».
L’ira dell’imprenditore
Domenica la vittoria Trapani Calcio per 4 a 0 contro il Sorrento e durante la gara la contestazione della tifoseria che chiede ad Antonini di farsi da parte. «Meglio l’Eccellenza che questa presidenza». Sul campo poi sono stati lanciati petardi e fumogeni e la partita interrotta 10 minuti circa. «Mi auguro che vengano tutti individuati – ha detto l’imprenditore – e per loro ci sia il Daspo a vita». Il patron della squadra è convinto che in questo contesto di tifoseria avversa un contributo importante lo abbia avuto l’attuale sindaco Giacomo Tranchida con il quale da tempo ha un contenzioso per il Pala-Shark. «Questo succede in una città devastata dalla politica – ha detto Antonini – dove parte della curva è legata ad un quartiere vicino al primo cittadino».
Le prossime tappe
Una data cerchiata in rosso – giovedì 22 gennaio 2026 – quando il Tribunale Federale Nazionale della FIGC tornerà a discutere il futuro sportivo del Trapani Calcio. È la settimana in cui una comunità calcistica intera trattiene il fiato. Perché i numeri, stavolta, pesano più delle parole: -15 in classifica complessivi tra 8 e poi 7 punti di penalizzazione, con l’ombra di nuove sanzioni o, nello scenario estremo, dell’esclusione dal campionato. E le frasi di Valerio Antonini – «Trapani è una parentesi» – suonano come un epilogo scritto prima dell’ultima pagina.
Le parole che pesano: “Ripartire in un’altra città”
Nel momento più delicato, Valerio Antonini ha scelto la franchezza, ai microfoni di un podcast che segue il Siracusa: «Conto di ripartire in una nuova città, con nuovi stimoli». Una dichiarazione che, letta a Trapani, suona come un commiato anticipato. L’imprenditore ribadisce di voler «salvare i titoli» e «difendere gli investimenti», ma definisce ormai Trapani una «parentesi» segnata da ostacoli e ostilità. Parole che alimentano l’incertezza tra i tifosi e nel tessuto cittadino, già provati da mesi di penalizzazioni e contenziosi.
“Cittadella dello Sport”: progetto visionario o miraggio da cifre ballerine?
Al centro della narrazione di Valerio Antonini rimane la Cittadella dello Sport, il progetto con cui prometteva di cambiare la geografia sportiva e urbana della città: un nuovo stadio, un palasport, aree commerciali, ricettive e servizi. L’imprenditore sostiene di aver avuto un accordo con il fondo “GEM” per 170 milioni di euro, risorse destinate – dice – proprio alla Cittadella. E annuncia la volontà di pubblicare l’intesa.
In assenza di atti amministrativi vincolanti resi pubblici – bandi, convenzioni urbanistiche definitive, project financing formalizzati – il dossier Cittadella resta un annuncio non convertito in procedimento trasparente e completo. E gli stessi rapporti con il Comune di Trapani, tra gestioni impiantistiche e convenzioni, hanno vissuto fasi controverse e tentativi di accordo per chiudere contenziosi.
La piazza, l’identità, il cortocircuito comunicativo
Negli ultimi mesi, il rapporto tra tifoseria e proprietà si è incrinato. Contestazioni, post social al vetriolo, minacce denunciate da Antonini e la sensazione di una frattura che va oltre i risultati. È in questo contesto che maturano frasi come «questa città non merita niente» o l’idea di «nominare presidenti di facciata», con l’imprenditore intenzionato – a suo dire – a concentrarsi su ricorsi e cause legali. Una deriva comunicativa che rischia di allontanare ulteriormente il club dalla sua base sociale, proprio mentre servirebbero compattezza e credibilità.