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maltempo

Catania, il “rumore” del silenzio un déjàvu: la pausa forzata sotto la tempesta

Cittadini chiusi in casa mentre le strade si riempiono di detriti, rami e cartelli pericolanti

21 Gennaio 2026, 06:00

Catania, il “rumore” del silenzio un déjàvu: la pausa forzata sotto la tempesta

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Strade deserte, banchi vuoti e saracinesche abbassate. Immagini che - inevitabilmente - rimandano al 2020, l’anno del Covid. Ma stavolta a “chiudere” la città è stato il maltempo: in una Catania che trattiene il respiro sotto il temporale e aspetta che passi il ciclone Harry.

Il centro è vuoto, sospeso, spettrale. La città si è svegliata sotto un cielo basso, gonfio di pioggia e silenzio. È sferzata dal vento. E il vento fa paura. Gli occhi sono puntati sugli alberi, sulle palme e sui cartelloni pubblicitari che ondeggiano come barche in balia del mare. I bar hanno le saracinesche abbassate, nessun profumo di caffè nell’aria. Anche scuole, uffici, negozi, ristoranti, cinema, musei e attività commerciali sono chiusi: raccontano una città in pausa. In giro si vede solo qualche auto, mancano i passi, come mancavano durante il lockdown. Le strade sono invase dai detriti, dalle foglie, dai bidoni dell’immondizia rovesciati per terra. Le persiane dei palazzi socchiuse ricordano giorni di clausura. Il mare è in tempesta: piazza Europa, il lungomare e Ognina sono off limits, mentre la pioggia batte forte e insistente scandendo le ore. Come è accaduto durante il Covid, la vita si ritira dentro le case. Le cucine si riempiono di rumori domestici. Fuori, la città sembra una scenografia abbandonata. Le sirene delle allerte non sono suoni lontani, ma avvisi che rimbombano nelle case, nelle strade gremite d’acqua e nei cuori di chi osserva il mare incattivito. Il sindaco Enrico Trantino ha lanciato un appello chiaro: «Restate a casa» mentre il vento “sfida” persiane e pensieri.

All’epoca era marzo. Catania si fermò all’improvviso, come se qualcuno avesse spento il suono della città. Le attività commerciali chiusero i battenti una dopo l’altra, senza sapere quando avrebbero riaperto, le piazze divennero spazi infiniti, privi di tempo. A piazza Duomo, l’elefante di pietra rimase solo a guardare una città che non si riconosceva più. Il mercato del pesce tacque, evento impensabile. Niente grida, niente risate, niente odore di mare mescolato alla fatica. I pescatori restarono a terra, i ristoranti chiusi, le cucine spente. La città, che vive di strada, imparò a vivere dentro le case, tra videochiamate, notiziari continui e una paura che cambiava forma ogni giorno. Eppure, nel silenzio, Catania resistette. Nei forni aperti all’alba, negli infermieri che uscivano di casa con il volto segnato dalle mascherine, nei bambini che disegnavano arcobaleni alle finestre.

La pandemia non fu solo isolamento: fu uno specchio. Mostrò fragilità, disuguaglianze, solitudini profonde. Ma rivelò anche una città capace di fermarsi senza spezzarsi. Quando le strade tornarono a riempirsi, nulla era davvero come prima. Catania riprese a camminare, più lenta, più consapevole, con addosso una memoria che ancora oggi, a volte, fa rumore. Ora come allora, il tempo sembra sospeso. Per molti catanesi, Harry non è un nome scelto da meteorologi, ma l’incarnazione di un timore antico: quello di perdere ciò che è radicato dentro la vita di ognuno di noi. Le onde alte, che i modelli meteo stimano fino a 7-9 metri al largo, raccontano una forza naturale fuori controllo, capace di ridisegnare l’orizzonte con la sua furia. Dal centro cittadino alle periferie chi è costretto a guardare fuori dalle finestre lo fa con lo sguardo di chi ha già visto l’acqua insinuarsi tra i marciapiedi e le soglie delle porte. Ogni strada racconta una rinuncia momentanea. Ogni pozzanghera riflette una memoria recente. Ma sotto la pioggia la città resiste. Aspetta, paziente, che torni il passo umano. E sa che il silenzio, prima o poi, finirà. E che, prima o poi, tornerà anche il sereno.