Il luogo-simbolo
La forza dei Ciclopi contro il ciclone ma vince la dignità
Dopo il ciclone Harry, il Patto dei Ciclopi: macerie, soccorsi e la forza di ricostruire
Polifemo ha scagliato l’ultimo masso, poi se n’è andato. Ma stavolta non era un mito, si chiamava Harry. Un ciclone con il nome da principe e i modi da barbaro che ha trasformato la Riviera dei Ciclopi in un ring: alberi al tappeto, pali come braccia arrese, il lungomare che porta addosso i lividi di una mareggiata che non ha chiesto permesso.
C’è un’alba che non profuma di brioche e gelsomino, ma di sale e macerie. Eppure, in questo scenario che i sopravvissuti chiamano "post-apocalittico" con la voce che trema, c’è un filo d’oro che tiene insieme le pietre laviche di Aci Castello. È il "Patto dei Ciclopi", quello che non si firma nei palazzi ma si scrive col fango sugli stivali. Mentre il mare schiaffeggiava via Livorno, i volontari della Croce Rossa e i soccorritori sono diventati l’unico faro possibile, portando in salvo famiglie che avevano l’acqua alle caviglie e la paura al cuore. Il sindaco Scandurra guarda i suoi operai in strada e si commuove. È la commozione di chi sa che il servizio pubblico non è un ufficio, ma una trincea.
Ma la lezione più bella, quella che profuma di letteratura russa e dignità siciliana, arriva dai resti della "Cambusa del Capitano". Don Rosario Pappalardo, davanti alle mura sventrate, non cerca colpevoli nel cielo, ma guarda l’orizzonte: «Il mare è padre generoso, ma sa anche ferire». In questa frase c’è tutto Verga, c’è tutta la rassegnazione fiera di chi sa che le mura si ricostruiscono, ma il "cuore" e le "storie" non affondano.
Aci Castello è un cantiere di dolore, sì, ma anche di speranza. Perché se è vero che il mare sa ferire, è altrettanto vero che questa gente ha il sale nel sangue e la roccia lavica nell'anima. Harry è passato, Polifemo è tornato nella sua grotta. Restano i Ciclopi di oggi: quelli che, con un occhio solo ma con due braccia forti, hanno già ricominciato a ricostruire la bellezza.