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l'indagine

Il taser e la svolta del caso che ha tenuto l'Italia col fiato sospeso: in tre vanno ai domiciliari, ecco le contestazioni

Il Riesame conferma i domiciliari dopo il no della Cassazione ai ricorsi. Video e testimonianze ricostruiscono l’ora che precede il fermo e il successivo malore in questura

22 Gennaio 2026, 09:52

Il taser e la svolta del caso che ha tenuto l'Italia col fiato sospeso. In tre vanno ai domiciliari

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Una mattina di inizio giugno e un giovane che si accascia in ospedale poche ore dopo. Dentro questa scena si riannoda il caso di Riccardo Zappone, 29 anni, pescarese. Oggi una certezza medico‑legale sposta l’asse della storia: la morte fu causata da “intossicazione acuta da cocaina”, non dall’uso del taser. E mentre le carte dicono questo, la giustizia muove i suoi passi: ai domiciliari finiscono i tre uomini accusati di averlo pestato poco prima dell’intervento della polizia. A fissare i tasselli sono gli esiti degli accertamenti e una catena di decisioni giudiziarie culminata con il rigetto, da parte della Cassazione, dei ricorsi presentati dalle difese. 

La sequenza dei fatti: dall’officina al malore in questura

Secondo la ricostruzione fornita da Procura e Questura di Pescara, nella mattina del 3 giugno 2025 Riccardo Zappone si presenta in via Piana, nei pressi di un’officina. È qui che, per cause ancora non del tutto chiarite nelle motivazioni, nasce una lite che precipita in un’aggressione con calci, pugni e anche con un bastone. Gli indagati sono tre: i fratelli Paolo e Angelo De Luca e Daniele Giorgini, genero di uno dei due. Le età: 61, 55 e 37 anni. Le immagini di vari sistemi di videosorveglianza — e un filmato diffuso dalla Questura — mostrano la colluttazione in strada, davanti a passanti e automobilisti. Pochi minuti dopo arrivano le volanti: gli agenti, di fronte alla resistenza opposta dal giovane, impiegano il taser in due attivazioni, lo ammanettano e lo portano in questura. Qui Zappone accusa un malore; il trasferimento in ospedale è rapido, ma il 29enne muore poco dopo. Sin dalle prime ore, l’uso del dispositivo a conduzione elettrica entra nel dibattito pubblico. Ma gli accertamenti medico‑legali porteranno altrove.

Le misure cautelari: un percorso a gradini

Il capitolo giudiziario conosce una progressione accidentata. In un primo momento la Procura di Pescara chiede per i tre la misura cautelare per omicidio preterintenzionale, o in subordine per lesioni personali gravi. Il gip rigetta la custodia in carcere. Il pm appella al Tribunale del Riesame dell’Aquila, che dispone gli arresti domiciliari. L’esecutività si ferma, però, davanti ai ricorsi in Cassazione presentati dalle difese. Il verdetto della Suprema Corte arriva a gennaio 2026: ricorsi respinti, misura confermata e immediatamente eseguita dalla Squadra Mobile. Oggi i tre sono ai domiciliari, indagati — dopo la derubricazione — per lesioni gravi legate all’aggressione precedente al fermo. La derubricazione è la conseguenza diretta degli esiti autoptici definitivi sulla causa di morte.

L’autopsia: dalla pista del trauma toracico alla conclusione sull’intossicazione

Nelle prime ore dopo il decesso, la consulenza medico‑legale aveva indicato una causa emorragica legata a un trauma toracico chiuso. La Procura precisava, tuttavia, che l’uso del taser “non aveva avuto alcun ruolo” nel determinismo della morte. Successivi approfondimenti tossicologici e medico‑legali hanno poi orientato in modo definitivo la diagnosi: “intossicazione acuta da cocaina” assunta dal giovane circa un’ora prima dei fatti. Una conclusione che ha escluso sia l’incidenza del dispositivo elettrico sia altre cause ipotizzate all’inizio. È questa la base su cui si sono assestati i capi d’imputazione e, dunque, il perimetro dell’odierno provvedimento cautelare. Va ricordato — per chiarezza e prudenza — che la causalità penale rimane tema tecnico: la ricostruzione medico‑legale dialoga con quella giudiziaria ma non la sostituisce; ogni tassello dovrà essere vagliato in dibattimento, dove il contraddittorio è pieno.

I video e le prove: le immagini che raccontano un’ora

La giornata del 3 giugno è tra le più documentate che Pescara ricordi: oltre alle telecamere fisse, c’è il video girato da una passante sui minuti dell’arresto; nelle ore successive, la Questura diffonde un montaggio dei momenti salienti della rissa. Dai frame della telecamera di sorveglianza si vede un uomo che colpisce Zappone anche con un bastone; nel video amatoriale, acquisito dagli investigatori, tre agenti sono addosso al giovane che si divincola mentre viene immobilizzato. Le immagini non sono un verdetto, ma concorrono a fissare tempi, distanze e modalità: quanto dura l’aggressione? Quando interviene la polizia? Quante e quali attivazioni del taser sono registrate? A questo servono i rilievi tecnici e informatici già trasmessi alle parti, insieme agli esiti medico‑legali. Il quadro, si apprende, è ormai definito su un punto cruciale: il taser viene escluso dai consulenti come concause del decesso in questo specifico caso, mentre l’assunzione di cocaina è ritenuta causa sufficiente.

Le reazioni e il contesto: dal Viminale alla città

Nelle ore immediatamente successive alla morte, il Ministero dell’Interno aveva comunicato l’avvio di verifiche sull’operato degli agenti, come da prassi ogni volta che l’uso del taser entra in un dossier con esito fatale. A Pescara la notizia aveva acceso una discussione pubblica tra chi chiedeva di sospendere l’arma a impulsi e chi, al contrario, ne rivendicava la funzione di strumento di contenimento in scenari ad alta aggressività. La famiglia del 29enne — già seguita dai servizi di salute mentale, stando agli atti — aveva chiesto “la verità”, evitando dichiarazioni sopra le righe. Oggi il perimetro medico‑legale consente di separare i piani: la morte, accertano i consulenti, è da ricondurre all’intossicazione acuta da cocaina; l’aggressione che l’ha preceduta e l’uso della forza da parte degli agenti restano oggetto di autonome valutazioni, rispettivamente in sede penale e disciplinare.