IL CASO
Tutti gli sbagli della società Rigenia, che un «mero refuso» dopo l’altro tratta migliaia di tonnellate di rifiuti
Ad Augusta, in contrada San Cusumano, c'è un altro degli investimenti della famiglia Caruso di Paternò. Una costruzione, e messa in esercizio, segnata da numerosi errori nei documenti
Un errore capita. Due possono essere figli della stessa disattenzione. Tre, forse, ancora ancora, data la complessità di certi documenti, possono essere comprensibili. Ma quanti sono i refusi accettabili nelle autorizzazioni ambientali, soprattutto su aspetti fondamentali come le operazioni concesse e i limiti di emissione in fognatura? Parecchi, evidentemente, almeno a giudicare dalla storia di Rigenia, la società con sede ad Augusta e cuore a Catania che si occupa del trattamento di rifiuti liquidi, pericolosi e non, e che nei prossimi mesi dovrebbe presentare la richiesta di rinnovo dell’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale della Regione Siciliana.
L’ultimo refuso viene certificato a dicembre 2025 e riguarda una modifica, definita «non sostanziale», all’Aia. In particolare, Rigenia comunica al dipartimento Acqua e rifiuti della Regione l’introduzione di alcuni codici di rifiuto tra quelli che possono essere trattati nell’impianto. Si tratta di acido solforico e solforoso, acido cloridrico, acido fosforico e fosforoso e altri «acidi di decapaggio» (in soldoni: destinati alla rimozione di strati di sostanze chimiche). «Per mero refuso», dice il gestore dell’impianto, quelle categorie di rifiuto non sono state inserite nella richiesta di autorizzazione originaria.
La prima Aia di Rigenia risale al 31 marzo 2017, modificata e aggiornata il 28 marzo 2024. Per accorgersi del mero refuso, dunque, ci sono voluti otto anni. Nonostante siano aggiunti nuovi codici a quelli che Rigenia può lavorare, «la modifica non comporta alcun aumento della capacità produttiva degli impianti» e «l’introduzione di nuove operazioni non modifica il quadro emissivo della piattaforma».
In altri termini, si tratta di un’integrazione neutra, sostiene la società, che può risolversi con una semplice comunicazione. E così accade: il dipartimento competente «prende atto e rilascia il proprio nulla osta, riservandosi ogni successivo approfondimento». Tradotto: l’azienda faccia pure, poi, semmai, se c’è qualcosa che non ci convince, veniamo a controllare.
Come detto, però, non è la prima volta che sbagli e distrazioni si mettono in mezzo alle autorizzazioni di Rigenia. Né è la prima volta che per notarli ci vogliono anni. Il 20 febbraio 2020, l’Arpa di Siracusa dà la sua approvazione al Piano di monitoraggio e controllo predisposto dalla società. Si tratta di un documento che contiene, per esempio, tipo e quantità di inquinanti trattati da un impianto, e la frequenza e il tipo di analisi da eseguire per tenerli sotto controllo.
Rigenia, come detto, si occupa di trattare rifiuti liquidi pericolosi e non: solventi, residui dell’industria petrolchimica e agrochimica, fanghi di bonifica, giusto per citare qualcosa. Per questo i suoi reflui sono autorizzati a finire nel depuratore biologico consortile Ias (Industria acqua siracusana) del polo petrolchimico. Nella tabella sui limiti di immissione al depuratore ci sono una serie di parametri del tutto fuori norma.
Sui solidi sospesi il Testo unico ambientale prevede quantità inferiori a 200 milligrammi per litro, nel Piano di Rigenia ne erano autorizzati 1.000. Su BOD e COD (materia organica), a fronte di limiti inferiori rispettivamente a 250 e 500 mg/L, a Rigenia ne vengono accordati 250 e 5.000. L’ammonio per legge deve essere minore o uguale a 30, per Rigenia può essere 50. Lo stagno deve essere assente, Rigenia può averne 10. E poi ci sono i cloruri, che il Testo unico ambientale vuole inferiori a 1.200 milligrammi per litro, mentre Rigenia ha una deroga - concessa da Ias nel 2019, dalla gestione pre-sequestro per disastro ambientale - per arrivare fino a 20.000. Una serie di sei macroscopiche variazioni rispetto alla legge.
Ad accorgersene avrebbe dovuto essere chi quel Piano lo ha validato: la firma, per conto dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, è dell’allora responsabile dell’Aerca di Siracusa (Area a elevato rischio di criticità ambientale) Vincenzo Liuzzo, che nel 2024 è stato condannato a sette anni (in primo grado) nel processo “Mazzetta Sicula”, quello sulla corruzione e la gestione illecita dell’immondizia alla discarica Sicula Trasporti di contrada Codavolpe, fra Lentini e Catania.
Fortuna che nella seconda metà del 2023, in corrispondenza della richiesta di allaccio in fognatura per l’impianto in costruzione (sarà pienamente operativo solo dall’inizio del 2025), a leggere quelle carte c’è qualcuno di più attento. L’amministrazione giudiziaria del depuratore di Priolo, perciò, si accorge dei valori sballati e chiede chiarimenti. La società non fa una piega: tranne che per i cloruri, per tutti gli altri cinque dati si tratta di «meri refusi». E tutti quei cloruri (cioè: il sale), invece, aggiunge Rigenia, non possono certo fare male ai batteri che alimentano il depuratore biologico. In fondo, dicono sempre loro, il refluo di Rigenia si diluirà con tutti gli altri che arrivano a Ias, risultando sostenibile, tutto sommato.
Quando l’amministrazione giudiziaria del depuratore continua a opporsi, Rigenia fa notare di avere già speso venti milioni di euro per costruire gli impianti di contrada San Cusumano. Per risolvere la questione interviene la Regione, in contrasto con le obiezioni fatte da Ias: l’Aia viene sistemata secondo i desiderata dell’azienda, con la deroga per i cloruri.
Gli impianti di Rigenia sono adesso operativi alle porte di Augusta. I suoi serbatoi colorati sono perfettamente riconoscibili nel grigiore generale dell’area commerciale megarese. Nonostante i venti milioni di euro di investimenti dichiarati, l’azienda ha un capitale sociale di 12.000 euro diviso fra le due società che la posseggono: la holding Caruso spa e la Realizzazioni e montaggi srl. È da qui, dunque, che si evince che si tratta di un altro degli investimenti dei fratelli Emanuele e Gaetano Caruso di Paternò, gli imprenditori che tra le costruzioni e l’immondizia stanno consolidando, anche piuttosto rapidamente, un impero.
Ad Augusta si è parlato di loro perché nel porto commerciale avevano l’autorizzazione per il maxi-impianto di stoccaggio dell’immondizia, pericolosa e non, concessa a un’altra società che fa riferimento a loro, la HubCem, dallo stesso dipartimento regionale (quello che non ha notato nessuno dei «meri refusi») con il silenzio-assenso delle istituzioni che avrebbero potuto, o dovuto, esprimere parere. Incluso il dipartimento Ambiente, il Comune di Augusta e l’Arpa. Quell’autorizzazione è stata poi annullata in autotutela alcuni mesi fa.
Ad amministrare Rigenia sono due uomini, uno di Catania e l’altro di Siracusa. Il primo è Pierluigi D’Urso, una carriera al fianco dei Caruso; il secondo è il siracusano Sebastiano Longo, nominato nel 2024 procuratore speciale (per partecipare a gare pubbliche e private) della società Igm rifiuti industriali, amministrata da Angelo Bonomo, commercialista salernitano cui la proprietà - la famiglia Quercioli Dessena - ha affidato l’azienda dopo che Bonomo l’aveva amministrata per conto del tribunale di Siracusa, nell’ambito di un sequestro per bancarotta fraudolenta, nel 2020. La società è stata poi restituita.
Stesso percorso - il sequestro e la restituzione - che hanno subito i beni dei Caruso, accusati nei primi anni Duemila, e poi totalmente scagionati, di concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici, però, erano vittime di estorsione.