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Siracusa non si piega ma le denunce sono poche: una città in marcia, un vuoto che fa rumore

Nel cuore del centro storico, migliaia di passi e poche vetrine aperte: il corteo per dire “no” alle intimidazioni accende la città, ma restano l’ombra delle bombe

Redazione La Sicilia

23 Gennaio 2026, 21:41

Siracusa non si piega ma le denunce sono poche: una città in marcia, un vuoto che fa rumore

Sotto i balconi barocchi di Ortigia, il rumore più forte non è stato quello dei cori. È stato l’eco dei passi lungo corso Umberto, mentre molte serrande restavano abbassate e i negozianti guardavano dalla soglia. Il corteo “Siracusa non si piega” è partito alle 18:30 di venerdì 23 gennaio 2026 da piazza Euripide e ha attraversato il centro fino a piazza Archimede, provando a ricomporre una comunità ferita dalle bombe e dagli atti intimidatori che hanno segnato le ultime settimane. In strada, centinaia di cittadini, tante istituzioni e i rappresentanti delle associazioni; meno visibili, invece, proprio loro, i commercianti e gli imprenditori, i bersagli naturali del racket. Un’assenza che pesa, soprattutto alla luce di un dato che non ammette scuse: in città le denunce contro il pizzo restano a zero.

Un percorso, un messaggio: la città nel segno della legalità

Il tracciato scelto—da piazza Euripide a piazza Archimede—non è casuale: unisce la città “nuova” e quella antica, la Siracusa commerciale con la Siracusa dei simboli. In testa al serpentone civico c’erano i sindaci del territorio, il presidente del Libero Consorzio comunale, esponenti della deputazione regionale e nazionale, e il presidente della Commissione regionale Antimafia, Antonello Cracolici. Uno schieramento istituzionale atteso e, per molti, necessario, in una fase in cui la percezione di sicurezza si è incrinata. La manifestazione si è chiusa in piazza Archimede, dove le realtà promotrici hanno ribadito le tre parole chiave della mobilitazione: legalità, solidarietà, comunità. Nelle stesse ore, una delegazione ha incontrato il Prefetto di Siracusa per consegnare un documento con richieste e proposte condivise.

Perché adesso: la scia delle bombe e l’allarme sul tessuto economico

La miccia si è accesa con una escalation di attentati dinamitardi e danneggiamenti, culminati nei due ordigni esplosi contro i locali della famiglia Borderi, un nome simbolo della ristorazione siracusana. A questi episodi si sommano altre intimidazioni nel territorio: bombe carta contro attività commerciali e furti che, letti in sequenza, raccontano un clima che nessuno può più considerare “fatto privato”. Il bersaglio non è il singolo negozio: è l’intero tessuto economico e sociale della città. Lo hanno ripetuto gli organizzatori e lo confermano i resoconti degli investigatori nelle ultime settimane.

Il paradosso che brucia: zero denunce, la paura più forte delle bombe

Nella Siracusa che sfila contro il pizzo, le denunce restano zero. Lo ha ricordato il coordinatore provinciale delle associazioni antiracket, Paolo Caligiore, sottolineando un fenomeno che non nasce oggi, ma che oggi si fa insopportabile: il silenzio come regola, la rinuncia come alibi. Nel recente passato, le cronache locali hanno più volte messo a fuoco lo stesso paradosso: zero denunce in interi anni e pochissimi esposti anche nell’intera provincia. Uno scenario che, secondo le realtà antiracket, non descrive una Sicilia improvvisamente “immune” dalle estorsioni, ma piuttosto una platea di vittime che ancora “tratta il prezzo” e “paga per non avere guai”. Un meccanismo perverso—pagare meno per far pagare tutti—che abbassa l’asticella del pizzo a 200-300 euro al mese e produce la “normalizzazione” dell’intimidazione.

Le parole di Cracolici: “Il silenzio è un alleato del racket”

Durante e dopo il corteo, Antonello Cracolici ha ribadito un concetto che la Commissione Antimafia ha scolpito nella tappa siracusana di aprile 2025: nel Siracusano esiste una mafia ben inserita nel tessuto economico e sociale, che non viene percepita come una minaccia. Questa bassa conflittualità sociale si traduce in “affari d’oro” per chi reinveste capitali illeciti nell’economia legale. Il presidente ha indicato con nettezza i comparti più esposti: ristorazione e trasporti legati al turismo, con un numero di interdittive antimafia che tocca principalmente questi settori; nelle ricostruzioni di quei giorni si è parlato di circa 11 interdittive nell’ultimo periodo esaminato, con la grande maggioranza che ricadeva proprio nella ristorazione. Un quadro confermato da più fonti e accettato come “dato oggettivo” anche dal Comune di Siracusa, che ha rivendicato un impegno diretto nella prevenzione e nel contrasto, invitando operatori e cittadini a denunciare.

Una piazza ampia, ma con un’assenza evidente: commercianti e imprenditori

Nella massa di bandiere e striscioni, l’altra fotografia è quella dell’assenza. La partecipazione di commercianti e imprenditori—i bersagli più esposti—è stata giudicata scarsa dagli stessi promotori. Le ragioni? La cronaca suggerisce almeno tre chiavi di lettura, tutte parziali e tutte prudenti. La prima è la paura: dopo una serie di attentati così visibili, esporsi può apparire un rischio. La seconda è la sfiducia: chi resta convinto che “poi resti solo”, anche a fronte di tutele e protocolli disponibili, tende a evitare la ribalta. La terza è la rassegnazione all’ordinario—quelle richieste “più basse” ma ricorrenti che diventano costo fisso e che tolgono slancio alla reazione. Nessuna di queste motivazioni, però, regge alla prova dei fatti: storicamente, dove si è denunciato, il racket ha arretrato; dove si è taciuto, ha moltiplicato pressioni e prezzi. E il copione si sta ripetendo.