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il dato

Sicilia, l’asilo che non c’è: perché nell’Isola meno di un bimbo su cinque entra al nido

Attese silenziose, aule vuote e percentuali che non tornano. E, più avanti, troppi adolescenti lasciano la scuola

24 Gennaio 2026, 23:22

Sicilia, l’asilo che non c’è: il primo strappo del percorso educativo

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In Sicilia, “nido” è ancora una parola che riguarda pochi: meno di un bambino su cinque tra 0 e 2 anni ha accesso a un servizio educativo per la prima infanzia, una distanza che pesa già nei primissimi mille giorni di vita e si allarga negli anni, fino a tradursi in maggiore dispersione scolastica nell’adolescenza. È il messaggio che arriva, crudo, nella Giornata internazionale dell’educazione, rilanciato da Mission Bambini insieme a una mappa di interventi locali e a dati che chiedono risposte non celebrative ma operative.

Il primo anello debole: la copertura dei nidi in Sicilia

La fotografia è nitida: in Sicilia la copertura dei servizi educativi 0-2 è sotto la soglia simbolica del 20%. Significa che per ogni 100 bambine e bambini sotto i tre anni, meno di 20 trovano un posto al nido o in un servizio integrativo. L’Isola resta così lontana non solo dalla soglia minima europea del 33% fissata già nel 2010 (il cosiddetto “obiettivo di Barcellona”), ma anche dal traguardo aggiornato al 45% entro il 2030. Gli ultimi dati consolidati sul Paese, riferiti all’anno educativo 2021/2022, dicono che l’Italia nel complesso è al 28%: siamo sotto gli obiettivi, ma con grandi varianze territoriali che penalizzano soprattutto il Mezzogiorno.

Non è una questione astratta di percentuali. Meno nidi significa minori opportunità educative precoci, meno socialità, meno stimoli, meno supporto alle famiglie in difficoltà; e significa anche un freno all’occupazione femminile, perché quando il servizio non c’è (o è troppo caro), a rinunciare al lavoro è più spesso la madre. Gli investimenti del Pnrr avevano promesso un’accelerazione storica, ma sono arrivati i tagli e i rallentamenti: dai 264.480 posti preventivati originariamente, si è scesi a 150.480 con la revisione del piano e la scadenza è stata spostata a giugno 2026. Nel frattempo, a gennaio 2025 l’Ufficio parlamentare di bilancio segnalava che era stato utilizzato appena il 25% dei fondi destinati a nuovi nidi, con il rischio di perdere per strada circa 17.400 posti. Un avvertimento che pesa soprattutto dove il fabbisogno è maggiore: nei comuni del Sud.

Cosa significa tutto questo per la Sicilia? Le stime elaborate da Save the Children con Svimez indicano che, anche con le risorse straordinarie, nel 2026 l’Isola potrebbe fermarsi attorno al 25,6% di copertura: un progresso, sì, ma ancora sotto la soglia minima del 33% e molto distante dalla media nazionale prevista oltre il 41%. È il segno che i divari territoriali rischiano di sopravvivere agli investimenti se non si interviene su capacità progettuale, tempi delle opere, personale e gestione.

Dal nido al diploma: quando il divario si allarga

Quel cartello “posti esauriti” all’ingresso di un nido non è solo una notizia di cronaca locale: è il primo capitolo di una storia che, troppo spesso, porta a un finale noto. In Sicilia il tasso di abbandono scolastico precoce (giovani 18-24 anni con al più la licenza media che non sono inseriti in percorsi di istruzione o formazione) resta alto: secondo diverse rilevazioni recenti, il dato regionale supera stabilmente il 14% e in alcuni anni è andato ben oltre, fino a sfiorare (o superare) il 17%. Per confronto, l’ultimo valore medio nazionale stimato dall’Istat per il 2024 è intorno al 9,8%, in calo, ma con un Mezzogiorno ancora al 12,4%. In breve: il divario con l’Italia e con l’Europa resta ampio, e in Sicilia più che altrove.

Dietro le percentuali c’è un fattore di contesto: dove l’offerta educativa è più debole nei primi anni, dove mancano servizi integrati e presìdi di prossimità, la scuola dell’obbligo eredita fragilità già sedimentate. La dispersione poi non è solo “esplicita” (interruzione dei percorsi): c’è anche una dispersione “implicita”, fatta di bassi livelli di competenza in uscita dalle superiori, molto più diffusa nelle aree svantaggiate. Nei report più recenti, per esempio, alla fine delle superiori la Sicilia presenta una quota di studenti con competenze inadeguate superiore alla media nazionale. È un campanello d’allarme che conferma la necessità di agire presto, e non solo tardi.

Un milione di minori nella povertà educativa: il quadro che non possiamo eludere

Secondo Mission Bambini, in Italia la povertà educativa riguarda circa un milione di minori: un’area grigia in cui l’accesso a opportunità formative, culturali e ricreative è scarso o discontinuo. Non è un fenomeno che si esaurisce dentro le aule: riguarda le biblioteche e i centri sportivi, i laboratori e i doposcuola, la qualità del tempo libero e la disponibilità di spazi sicuri. In parallelo, le analisi dell’Istat e delle principali organizzazioni indicano una crescita della povertà assoluta tra i minori (oltre 1,2 milioni nel 2025 secondo stime riportate da fonti istituzionali), un fattore che alimenta e consolida lo svantaggio educativo.

Per questo Stefano Oltolini, direttore generale di Mission Bambini, insiste su una strategia di continuità educativa: intercettare i bisogni presto (nei nidi, nelle scuole dell’infanzia), accompagnare bambini e ragazzi negli anni, sostenere le famiglie. Non un intervento emergenziale, ma un’alleanza educativa tra scuole, Terzo Settore, servizi sociali e comuni. In Sicilia, la rete delle “Stelle” di Mission Bambini è già attiva a Palermo (quartieri Brancaccio, Guadagna, San Filippo Neri) e a Catania (Librino), dentro un progetto nazionale che oggi conta 27 centri in 15 città. È una di quelle esperienze che provano a cucire lo strappo, là dove lo strappo si forma.

Perché il nido conta (anche) per la crescita del Paese

Investire sui servizi 0-2 non è un lusso: è una scelta ad alto rendimento sociale ed economico. La letteratura internazionale lo ripete da anni e i numeri italiani lo confermano: i nidi di qualità sostengono lo sviluppo linguistico e cognitivo, aiutano la socializzazione, riducono gli svantaggi iniziali dei bambini provenienti da contesti fragili. In più, aumentano la partecipazione femminile al lavoro, un nodo cruciale per la crescita di lungo periodo e per la lotta alla povertà. Quando, come in Sicilia, la copertura resta bassa e l’accesso è più difficile per le famiglie a reddito più basso, si produce una doppia disuguaglianza: chi avrebbe più bisogno del servizio è proprio chi ha meno probabilità di ottenerlo. L’Istat lo sottolinea con chiarezza: al Sud, le domande insoddisfatte restano elevate, complici scarsa offerta e costi che non sempre sono sostenibili per i nuclei più vulnerabili.