17 febbraio 2026 - Aggiornato alle 15:16
×

Il caso

Catania, dopo il ciclone Harry il Porto Rossi vuole ripartire. La famiglia: «Non siamo a terra e non lo saremo mai»

«Il porto è danneggiato fortemente ma non distrutto», scrivono gli imprenditori. Ringraziando cittadini e clienti e promettendo di fare di tutto per ricominciare al più presto

25 Gennaio 2026, 16:15

22:42

Catania, dopo il ciclone Harry il Porto Rossi vuole ripartire. La famiglia: «Non siamo a terra e non lo saremo mai»

Seguici su

«Scriviamo queste parole con le mani ancora sporche di fango, siamo abbattuti ma c’è di buono però che non siamo a terra e non lo saremo mai».

Questo è l'inizio del messaggio che la famiglia Rossi, proprietaria dell'omonimo porto turistico a Catania nella zona costiera nota come Caito, ha scritto ad alcuni giorni dal ciclone Harry che ha gravemente danneggiato non solo le circa 250 barche lì custodite, ma anche capannoni e attrezzi.

E soprattutto la strada di accesso da piazza Europa, ovvero quella che da anni è chiusa da un cancello, contestatissimo dalla cittadinanza. Un cancello che però secondo i dipendenti, si è rivelato provvidenziale. «C'è una voragine «di oltre 40 metri. Il cancello ora si è dimostrato aveva motivo di starci, il pericolo c’è», riferiva a meno di 24 ore dal disastro un dipendente di guardia di notte davanti al cancello.

«Sono un dipendente dei Rossi. Starò qui di guardia tutta la notte: non per evitare furti, non c’è più nulla. Per evitare che la gente si metta in pericolo». E aggiunge anche la paura per il posto di lavoro: «Siamo 12 famiglie che lavorano qui, non sappiamo come finirà».

Il Porto Rossi prima del ciclone Harry

La famiglia Rossi oggi però risponde con un moderato ottimismo, nonostante la situazione complicatissima. «Desideriamo rivolgerci ai cittadini e, in modo particolare, ai nostri clienti e armatori per condividere con trasparenza e rispetto quanto stiamo vivendo. Il Porto Turistico Rossi ha subito danni molto gravi. È un dolore profondo vedere colpito un luogo che per noi non è solo un’infrastruttura, ma una comunità ed un luogo di tutti noi. Tuttavia, è importante dirlo con chiarezza: il Porto è stato fortemente danneggiato, ma non è distrutto», prosegue la lettera.

Da verificare restano, si legge sempre nel messaggio «le responsabilità insieme alle istituzioni competenti come organizzare una procedura che possa mettere in sicurezza la struttura e le varie imbarcazioni. Stiamo affrontando una situazione eccezionale e imprevedibile, soprattutto per la violenza e l’entità dell’evento che ci ha colpiti ed ha colpito tutta la costa.

Siamo consapevoli dell’angoscia, della preoccupazione e dei danni che molti stanno vivendo in questo momento, le condividiamo profondamente perché anche noi abbiamo perso tanto. Per questo vogliamo ringraziare tutte le persone che ci stanno dimostrando vicinanza, solidarietà e sostegno.

La lettera continua: «Parallelamente, non ci siamo fermati un momento ed i nostri mancati aggiornamenti sono avvenuti non per negligenza, bensì per mancanza di informazioni utili da darvi, anche noi siamo ignari al momento di come si evolverà la situazione e stiamo aspettando che i vari organi ci diano direttive per mettere in sicurezza l’area. Con determinazione e senso di responsabilità, faremo tutto ciò che è nelle nostre possibilità per ricostruire, ripristinare e far rinascere il Porto Turistico Rossi, con l’obiettivo di renderlo più bello di prima. Siamo vicini a tutti i cittadini che hanno subito danni alle loro attività e proprietà e seppur poco mandiamo da parte nostra un caloroso abbraccio e solidarietà», conclude la lettera.

 «I Rossi - riferisce Giovanni Grasso, presidente dell’associazione di concessionari Arpad - avevano portato tutte le barche in secca. Ma con onde alte anche 20 metri non c’è cosa fare», riferisce. Ricostruire sarà difficilissimo: «Un pontile per 10 barche costa 25mila euro più iva. Servirà, solo per questo, oltre mezzo milione, più le spese di trasporto manodopera eccetera». Stimare il complesso di danni in molti milioni nonè quindi difficile. La speranza? «Lo stato di calamità e i ristori. Vedremo cosa farà la Regione. Alla quale chiediamo anche di recepire la norma sulle concessioni nazionali. È assurdo che realtà come quelle che operano a Ognina abbiano la concessione in scadenza il 31 maggio mentre nel resto d’Italia sono prorogate. Senza questa prospettiva come si può investire?», riferisce Grasso che ha una concessione ad Aci Trezza dove la situazione è migliore: «Avevamo smontato quasi tutto a ottobre». Per il Porto Rossi invece «Il danno, e non si capisce, è per la città perché porta un grande indotto economico alla città». E conclude con una nota storica: «Forse nel 1971 c’è stato un evento naturale paragonabile», conclude.