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Cause e dinamica della frana di Niscemi: che cosa sappiamo finora

Una terra che scende di notte, l’asfalto che si apre a vista d’occhio, famiglie in fuga: ma perché è successo e come si è mosso quel versante?

26 Gennaio 2026, 12:19

Cause e dinamica della frana di Niscemi: che cosa sappiamo finora

La notte tra il 25 e il 26 gennaio 2026 a Niscemi la terra ha continuato a muoversi. Alcuni residenti, affacciati dal belvedere del quartiere Sante Croci, hanno visto nuove spaccature correre sull’asfalto e sui muretti: il piano campagna si è abbassato fino a circa dieci metri in poche ore, dicono i tecnici regionali. Intanto al Palasport “Pio La Torre” – aperto in fretta come punto di accoglienza – hanno dormito centinaia di sfollati. Siamo nel cuore della Sicilia sud–orientale, su colline di argille e sabbie segnate da frane antiche e recenti. In questo scenario, il maltempo innescato dal ciclone mediterraneo “Harry” ha fatto il resto. Ma qual è la sequenza degli eventi? E, soprattutto, che cosa sappiamo delle cause e della dinamica del movimento franoso che ha colpito la città?

Nelle prime ore di domenica 25 gennaio, intorno alle 13, si attiva un importante movimento del versante ovest di Niscemi, dall’area del Belvedere al torrente Benefizio, con crolli localizzati lungo la SP10 e lesioni sull’asfalto visibili a occhio nudo. Le autorità dispongono l’evacuazione precauzionale di centinaia di persone: le prime stime parlano di circa 500 sfollati e di due strade interrotte, con l’accesso al centro garantito solo dalla SP11. Il Centro Operativo Comunale viene attivato dal sindaco Massimiliano Conti, le scuole vengono chiuse per il giorno successivo. Nella notte il fronte si allarga e il cedimento verticale aumenta: lunedì 26 gennaio il Dipartimento della Protezione Civile indica un totale di “circa 1000 persone evacuate”, con un team già sul posto dal giorno precedente e un punto di situazione presieduto dal Capo Dipartimento Fabio Ciciliano insieme alla Prefettura di Caltanissetta. Le cifre oscillano – segno di un’operazione in corso e in aggiornamento – ma la fotografia è nitida: movimento attivo, viabilità compromessa, assistenza alla popolazione in atto.

La cronologia: dal primo campanello d'allarme all’emergenza

La sequenza non inizia il 25 gennaio. Nelle “prime ore del 16 gennaio” una frana di grandi dimensioni interessa già il margine ovest dell’abitato: secondo i primi rilievi la SP12 cede e si registrano abbassamenti di 6–7 metri, danni a rete gas e fibra ottica e lo sgombero di 35 persone. L’evento è descritto dal CNR–IRPI: fronte di circa 1,6 km, estensione intorno a 1 km², scorrimento verso la valle del Maroglio. Il giorno dopo il dato viene ripreso anche dalla stampa: chiusura della SP12, condotta del gas interrotta, due scuole serrate.

Domenica 25 gennaio la frana si riattiva con nuova energia nell’area Sante Croci–Belvedere–torrente Benefizio–contrada Pirillo: nel pomeriggio scattano gli sgomberi. La Protezione Civile regionale dispone l’invio di brandine e volontari, il Palasport Pio La Torre diventa centro di accoglienza. Le stime aggiornate parlano di oltre 500 persone fuori casa nella notte; immagini da drone mostrano il cedimento e la dislocazione della carreggiata lungo la SP10.

Nella notte tra il 25 e il 26 gennaio il movimento continua: la frana “si muove ancora e si estende verso Gela”, con l’abbassamento che “aumenta da 7 a 10 metri”, spiega il capo della Protezione Civile Sicilia, Salvo Cocina. Si annunciano ulteriori rilievi e l’arrivo di specialisti, tra cui il geologo Prof. Nicola Casagli (Università di Firenze, presidente OGS), per inquadrare la cinematica del dissesto.

Lunedì 26 gennaio il Dipartimento nazionale fa il punto: sono “circa 1000” gli evacuati, chiuse “alcune strade”, il capo Fabio Ciciliano presiede il coordinamento dalla sala crisi. Notizia confermata anche dalla rassegna delle agenzie.

In sintesi: un primo grande evento il 16 gennaio sulla SP12, un secondo episodio esteso il 25 gennaio che coinvolge la SP10 e quartieri abitati, con numeri degli sfollati crescenti nella notte e un quadro in evoluzione.

Un versante di argille e sabbie che scivola verso valle

I dati disponibili delineano un fenomeno esteso e complesso. Il CNR–IRPI parla di una frana “di grandi dimensioni” sviluppata “in direzione ovest, verso la valle del Maroglio”, in “unità geologiche argilloso–sabbiose già interessate da frane pregresse e fenomeni calanchivi”. Le deformazioni rilevate sulle strade (tagli, scarpate di 6–7 m poi salite fino a 10 m) indicano un cinematismo di scorrimento profondo con componenti roto–traslative plausibili, tipico dei terreni coesivi saturati, ma la caratterizzazione precisa (piani di scivolamento, profondità, velocità differenziali) richiederà gli approfondimenti in corso.

Un tassello utile arriva dall’archivio ISPRA delle indagini nel sottosuolo nel territorio comunale: stratigrafie di pozzi realizzati nei primi anni Duemila documentano sequenze di “sabbie medio–fini”, “arenarie”, “argille sabbiose” e “argille marnose”, con falde superficiali a pochi metri dal piano campagna. Un sottosuolo alternato e idraulicamente attivo che, in condizioni di piogge persistenti, può predisporre alla riduzione delle resistenze e alla riattivazione di corpi di frana quiescenti.

La storia locale conferma una vulnerabilità strutturale: la zona di Sante Croci fu colpita da un “evento franoso drammatico” nel 1997, con demolizioni e ricostruzioni successive. Il nuovo quadro, dicono i tecnici, sembra riallacciarsi a quel sistema di dissesto, con effetti a scala urbana che si ripresentano dopo quasi tre decenni.

Il ruolo delle piogge

Sullo sfondo c’è una sequenza meteorologica severa. Tra il 19 e il 21 gennaio il ciclone mediterraneo “Harry” ha scaricato sulla Sicilia accumuli eccezionali, soprattutto sul versante ionico e sui rilievi etnei, mentre il Dipartimento della Protezione Civile emetteva un’allerta di livello elevato per Sicilia, Calabria e Sardegna. I dati regionali e nazionali parlano di centinaia di millimetri caduti in 48–72 ore in aree non lontane, con vento di Scirocco a tratti burrascoso. È ragionevole correlare la riattivazione del corpo di frana alla straordinaria ricarica idrica dei suoli e alla pressione interstiziale aumentata nelle unità argillose di Niscemi; la conferma quantitativa spetterà ai monitoraggi geotecnici e piezometrici che il DRPC e i consulenti accademici stanno mettendo in campo.

Un dettaglio locale: in prossimità di Niscemi gli avvisi regionali evidenziavano condizioni di vento forte e rovesci sparsi anche per il 26 gennaio; tradotto sul versante, significa terreno che fatica a drenare, falde superficiali in crescita e progressiva perdita di resistenza al taglio lungo i piani di discontinuità. Nel linguaggio della prevenzione, una formula già nota: saturazione + argille = elevata suscettibilità a scorrimenti profondi.

Quando la frana intercetta le reti e la viabilità

Il sistema di frana ha interessato più tracciati viari: la SP12 (evento del 16 gennaio) e la SP10 (evento del 25 gennaio), oltre a strade interne di quartiere. Risultato: collegamenti verso la statale Gela–Catania interrotti o ridotti, accesso temporaneamente garantito solo dalla SP11, mentre le autorità locali ragionano su tracciati alternativi per non isolare il centro. Nel primo evento sono state danneggiate la rete metano e la fibra ottica, con disservizi diffusi. Le immagini aeree delle ultime ore mostrano rotazioni e scalini che “tagliano” le carreggiate: evidenza macroscopica di un volume di terreno in movimento che intercetta più livelli di suolo e fondazioni stradali.

Non è un caso che la Regione Siciliana avesse già pianificato “interventi di consolidamento della frana di Niscemi – sistemazione idraulica del torrente Benefizio” per un importo di circa 14,52 milioni di euro: un segnale che, prima ancora del nuovo collasso, quel settore fosse considerato fragile e bisognoso di opere di difesa attiva.

Che cosa dicono le immagini e i numeri

Le riprese con drone diffuse il 26 gennaio mostrano la SP10 dislocata, con un abbassamento stimato inizialmente di circa sei metri e fenditure profonde: una scena che corrisponde alle descrizioni del CNR–IRPI e ai successivi aggiornamenti del DRPC sull’aumento del ribassamento fino a dieci metri durante la notte. Le fotogallery locali scattate sul posto corroborano la scala del danno. In una parola: un corpo franoso attivo, esteso su più chilometri, con cinematismi differenziati lungo il fronte.

La memoria del 1997 e la lezione che ritorna

Il quartiere Sante Croci e il margine ovest di Niscemi hanno già fatto i conti con una frana distruttiva nel 1997: case lesionate, chiesa demolita, urbanistica riscritta. L’attivazione del 25–26 gennaio 2026 rimette in primo piano la necessità di politiche di adattamento e riduzione del rischio: monitoraggio continuo, soglie di allerta calibrate sul comportamento del versante, gestione delle acque superficiali e sotterranee, stringenti regole d’uso del suolo. È una sfida di lungo periodo, ma il calendario – oggi – lo impone.