la scheda
Da Giampilieri a Niscemi: come è cambiata la prevenzione e il rischio idrogeologico in Sicilia
Dal piano PAI post‑Sarno alle nuove mappe ISPRA, risorse stanziate ma cantieri che arrancano
Un taglio di terra lungo quasi quattro chilometri continua a vivere di vita propria: rumori sordi, fessure che si allargano, asfalto che cede. La frana ha inghiottito la SP 10 e la SP 12, costringendo a lasciare le case gli abitanti dei quartieri Sante Croci, Trappeto e di via Popolo: circa trecento famiglie, poco meno di mille persone “delocalizzate”, tra il palazzetto e le abitazioni di parenti. È il 26 gennaio 2026 e il sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti, parla di “zona rossa” e di un movimento “sempre più ampio”. La Protezione civile regionale, guidata dal direttore generale Salvo Cocina, ha inviato volontari, brandine e tecnici per i rilievi. Sul posto segue la situazione anche il presidente della Regione Renato Schifani. La scuola è chiusa, la città è parzialmente isolata. È la fotografia più recente di un’isola che, quando piove forte o il suolo si imbibisce, ricorda quanto sia fragile.
1997, il prima di una stagione di piani e di scosse
Per capire “cosa è cambiato” dal 1997 a oggi, bisogna risalire alla stagione in cui l’Italia – e la Sicilia – hanno cominciato a dotarsi di strumenti moderni di prevenzione. Il quadro di base era già tracciato con la legge quadro sulla difesa del suolo (legge 183/1989), ma è dopo la tragedia di Sarno e dei comuni del salernitano (maggio 1998) che arriva il cosiddetto “decreto Sarno” (DL 180/1998, convertito nella L. 267/1998), che impone ai territori la redazione dei Piani per l’Assetto Idrogeologico (PAI). La Sicilia avvia così la propria pianificazione di bacino, adottando via via gli stralci tematici PAI che mappano pericolosità, rischio e regole d’uso del suolo, e che ancora oggi vengono aggiornati per singoli comuni o bacini.
Già nei primi anni 2000, l’Assessorato del Territorio e dell’Ambiente richiama tutti i comuni siciliani: il 7 marzo 2003 una circolare detta procedure e tempi per completare il progetto PAI, “strumento necessario ad assicurare la difesa del suolo impostata sulla prevenzione anziché sull’emergenza”. È un cambio di paradigma: passare da frane “sorprese” a frane “previste” dentro perimetrazioni, norme, vincoli, priorità d’intervento.
Nel frattempo, la Regione sperimenta linee di manutenzione diffusa (dal 2004, ad esempio, con piani per il territorio montano e forestale) e consolida un mosaico istituzionale che, con la L.R. 8/2018, porta all’Autorità di bacino del Distretto idrografico della Sicilia – oggi fulcro della pianificazione PAI e del PGRA (Piano di gestione del rischio alluvioni). È qui che, tra il 2019 e oggi, confluiscono competenze su polizia idraulica, demanio idrico, aggiornamenti cartografici e atti che riguardano centinaia di siti in tutta l’Isola.
Le frane che hanno segnato una generazione
Certe date hanno scavato la coscienza collettiva. Il 1° ottobre 2009, il nubifragio che colpisce Messina e le frazioni di Giampilieri, Altolia, Briga provoca 37 vittime e oltre duemila sfollati. Le intensità piovose furono eccezionali: fino a 220-230 mm in poche ore. È uno spartiacque: la Sicilia orientale, da allora, convive con una percezione più netta del rischio.
Quindici anni dopo, l’Isola è di nuovo in “apprendimento forzato”: tra l’autunno e l’inverno 2025-2026, piogge molto intense, venti e mareggiate – in cronaca si cita anche il passaggio del ciclone “Harry” – stressano suoli già fragili. Le frane attive nel Nisseno, come a Niscemi, non sono un caso isolato ma un tassello di un quadro più ampio.
Che cosa dicono i numeri oggi
Il Rapporto 2024/2025 sul dissesto dell’ISPRA fotografa un Paese – e una Sicilia – più consapevoli, ma anche più esposti perché migliorano le mappe e crescono le aree classificate a pericolosità. Nel 2024, la superficie nazionale a pericolosità da frana nei PAI è cresciuta del 15% rispetto al 2021, passando da 55.400 a 69.500 km², pari al 23% del territorio italiano. La Sicilia registra un incremento di pericolosità del +20,2%, effetto di studi di maggior dettaglio delle Autorità di bacino. Quasi il 94,5% dei comuni italiani è esposto a frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Nelle classi più alte di pericolosità (P3-P4) si arriva al 9,5% del territorio.
Tradotto in persone, significa che nel 2024 vivono in aree a rischio frana complessivamente 5,7 milioni di italiani; di questi, 1,28 milioni risiedono proprio nelle zone a pericolosità elevata e molto elevata (P3-P4). Le esposizioni non riguardano solo le abitazioni: 742.000 edifici, quasi 75.000 imprese e 14.000 beni culturali si trovano in aree a rischio. Sono numeri che danno la misura del divario tra mappa e cantieri.
Dalla carta al cantiere: il nodo delle risorse (e della spesa)
Dal 1997 a oggi le risorse non sono mancate. Nell’ultimo decennio si sono sovrapposti strumenti nazionali (dal “Piano stralcio” post-DL 180/1998 al DPCM 18 giugno 2021 per gli interventi urgenti), fondi europei (PO FESR, FSC/PSC), piani regionali e la struttura del Commissario di governo contro il dissesto idrogeologico in Sicilia, che negli anni è stata incardinata presso la Presidenza della Regione. Ma tra disponibilità e spesa si è spesso aperta una forbice. Nel 2021, una relazione della Corte dei conti rilevava che alla Sicilia erano stati assegnati circa 789 milioni per la mitigazione del rischio, con impegni per 45,33 milioni (19,9%) e pagamenti per 28,66 milioni (12,6%). Un dato divenuto simbolo di un’Italia in cui i fondi ci sono, ma faticano a trasformarsi in opere.
La Regione ha rivendicato negli anni risultati più recenti: tra 2019 e 2021, la struttura commissariale (allora guidata dal governo Musumeci) ha stimato 239 interventi, 475 milioni impegnati in tre anni e 421 milioni pagati, sostenendo di aver invertito la rotta rispetto al passato. Nel triennio successivo, con l’esecutivo Schifani, sono continuati stanziamenti e rimodulazioni: 43 milioni dal Mase per otto comuni prioritari (marzo 2025); 53 milioni per 21 interventi strategici (ottobre 2025); e la riallocazione di risorse del PSC 2014-2020 (ad esempio, 77 milioni per 29 progetti nel novembre 2024). Questi atti mostrano un cantiere amministrativo vivo, anche se i tempi tra decreto e lavori effettivi restano spesso lunghi.
In parallelo, i flussi nazionali del DPCM 18/06/2021 – gestiti dal Dipartimento Casa Italia – hanno erogato acconti fino al 90% agli enti attuatori, per accelerare progettazione ed esecuzione. Ma l’ultimo miglio, dall’affidamento alla chiusura dei lavori, è quello che fa la differenza: vincoli archeologici, varianti, ricorsi e assenza di imprese specializzate sul territorio rallentano spesso la cantierizzazione.