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Due carabinieri fatti inginocchiare da un colono israeliano armato in Cisgiordania. Roma protesta e convoca l'ambasciatore
Un sopralluogo per gli ambasciatori Ue vicino a Ramallah si trasforma in un confronto armato: due militari del Consolato di Gerusalemme costretti a inginocchiarsi da un uomo in abiti civili
La strada polverosa si interrompe davanti a un villaggio dell’area di Ramallah. È pieno giorno, l’auto con targa diplomatica si ferma. Dall’altra parte, un uomo in abiti civili solleva un fucile e lo punta contro i due occupanti. Sono carabinieri italiani, in servizio al Consolato generale d’Italia a Gerusalemme, in ricognizione per preparare — l’indomani — la visita di un gruppo di ambasciatori europei. Non ci sono posti di blocco, nessun cartello che indichi un’«area militare». Eppure, nel giro di pochi minuti, i due militari vengono fermati, «interrogati», costretti a inginocchiarsi. Solo dopo una telefonata a un interlocutore ignoto, l’uomo fa cenno di andare. I due rientrano al consolato, incolumi. A Roma, la reazione è immediata: protesta formale, convocazione dell’ambasciatore israeliano, richiesta di chiarimenti «al massimo livello».
Che cosa è successo e dove
Secondo la ricostruzione ufficiale della Farnesina, l’episodio è avvenuto nella giornata di ieri — domenica — in un villaggio vicino a Ramallah, durante un sopralluogo collegato a una missione degli ambasciatori dell’Unione europea. I due militari dell’Arma dei Carabinieri, dotati di passaporti e tesserini diplomatici e a bordo di un veicolo con targa diplomatica, sono stati affrontati da un uomo armato, in abiti civili, «presumibilmente un colono israeliano», che ha puntato contro di loro un fucile. I carabinieri, attenendosi alle loro regole d’ingaggio, non hanno reagito con la forza. L’aggressore ha quindi passato loro un telefono: all’altro capo, una voce — non identificata — ha sostenuto che si trovassero dentro una «zona militare» e che dovessero allontanarsi. Una successiva verifica con il Cogat (l’ufficio militare israeliano responsabile per i Territori) ha confermato che in quel punto non esiste alcuna area militare.
Fonti governative italiane hanno precisato che i due militari sono stati «fatti inginocchiare sotto la minaccia dell’arma». La dinamica trova riscontri anche in ricostruzioni della stampa israeliana, che indicano come località probabile l’area di Na’ama/Kafr Ni’ma, a nord-ovest di Ramallah.
La mossa diplomatica italiana
A Roma, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ordinato all’ambasciatore d’Italia a Tel Aviv di presentare una «nota verbale» di protesta al governo israeliano e ha convocato l’ambasciatore di Israele in Italia per «chiedere chiarimenti» e ribadire una «ferma protesta». La Farnesina ha chiesto un coinvolgimento diretto di più autorità israeliane: il Ministero degli Esteri, lo Stato maggiore delle IDF, la polizia e lo Shin Bet. «Vista la gravità dell’episodio», ha aggiunto il ministero, «sono allo studio ulteriori passi di protesta al massimo livello politico».
La scelta di esplicitare la catena istituzionale israeliana chiamata in causa non è di prassi. È un segnale politico: l’Italia vuole una risposta coordinata, non un rimpallo. E introduce un punto sensibile: l’identità dell’uomo armato — «presumibilmente un colono» — e l’eventuale concorso o omissione da parte delle autorità locali nel garantire la sicurezza in un’area che, pur contesa e frammentata per giurisdizioni (A, B, C secondo gli Accordi di Oslo), non era identificata come militare.
Il nodo del luogo: una «zona militare» che non c’era
L’elemento che più colpisce nei comunicati italiani è la smentita puntuale della presunta «zona militare». Il Cogat, contattato dopo l’incidente, ha chiarito che nel punto in cui si trovavano i due carabinieri non esiste alcuna area soggetta a restrizioni militari. È un dettaglio non secondario, perché la tesi della «zona militare» è spesso invocata in contesti di contesa territoriale e di accessi limitati in Area C. La verifica formale di Cogat sottrae terreno a ogni giustificazione retrospettiva dell’alt illegittimo.
Chi era l’aggressore
Al momento, non è stato diffuso il nome dell’uomo armato. Le fonti italiane lo definiscono «presumibilmente un colono», in abiti civili. Ricostruzioni di stampa israeliana parlano di un individuo che indossava una giacca mimetica e una kippah, privo di identificazione militare, e che non avrebbe parlato inglese. Sono dettagli che, se confermati, collocherebbero l’episodio nella fenomenologia della cosiddetta violenza dei coloni, un tema da tempo al centro di preoccupazioni internazionali e di tensioni tra Israele e i partner europei.
Perché l’episodio pesa sulle relazioni Italia–Israele
Le relazioni tra Italia e Israele sono tradizionalmente strette in ambito politico, economico e di sicurezza. Ma l’episodio tocca un nervo scoperto: la sicurezza dei diplomatici e del personale di protezione, tutelata dalla Convenzione di Vienna e garantita — in linea di principio — dal Paese ospitante. La convocazione dell’ambasciatore e la «nota verbale» sono, nella grammatica diplomatica, strumenti che segnalano un’increspatura seria. Il messaggio di Roma è duplice: tutela del proprio personale e richiesta di responsabilità nell’arginare la violenza dei coloni, tema su cui anche istituzioni e governi europei hanno alzato il tono nell’ultimo anno.
Il contesto: la violenza dei coloni nella Cisgiordania del dopo-2023
Dall’autunno 2023 la Cisgiordania ha registrato un’impennata di attacchi attribuiti a coloni, con picchi durante la stagione della raccolta delle olive e nelle aree più esposte alla creazione di nuovi avamposti. La UN OCHA (Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari) ha documentato nel 2025 oltre 1.800 attacchi di coloni con feriti o danni a proprietà in circa 280 comunità, una media di circa 5 incidenti al giorno, il livello più alto da quando, nel 2006, ha iniziato a monitorare queste violenze. Le aree più colpite: i governatorati di Ramallah, Nablus ed Hebron.
Nelle ultime settimane, agenzie di stampa e organizzazioni umanitarie hanno segnalato nuovi episodi di allontanamento forzato di comunità palestinesi — come a Ras Ein el-Auja, nella Valle del Giordano — attribuiti a intimidazioni e incursioni da parte di gruppi di coloni. Un fenomeno che le autorità israeliane hanno a tratti condannato pubblicamente, pur tra persistenti accuse di insufficiente contrasto sul terreno.
Non solo Ong e villaggi: sotto tiro anche personale internazionale
L’episodio che ha coinvolto i due carabinieri non è un unicum nell’ultimo biennio. Più volte delegazioni e operatori internazionali sono finiti nel mirino, direttamente o indirettamente, nel corso di attività sul campo in Cisgiordania. Nel novembre 2025 volontari internazionali — tra cui cittadini italiani — sono stati aggrediti e derubati da un gruppo di coloni armati nei pressi di Gerico. La vicenda ha suscitato condanne ufficiali da parte di governi stranieri e nuove richieste di protezione alle autorità israeliane.
Anche i movimenti di rappresentanze diplomatiche europee sono diventati più delicati, come dimostrano episodi del 2025 che hanno visto delegazioni Ue e arabe fermate o «sfiorate» da colpi di avvertimento nel nord della Cisgiordania: casi rarefatti, ma rivelatori di un ambiente operativo sempre più instabile.
Un sopralluogo Ue nel mirino
Il fatto che i due carabinieri si trovassero sul posto per organizzare la missione di un gruppo di ambasciatori europei conferma quanto le capitali dell’Unione europea considerino prioritaria la presenza sul terreno per monitorare l’andamento della violenza dei coloni e le sue ricadute su sicurezza, libertà di movimento e tenuta delle comunità palestinesi. Da mesi, gli Stati membri alternano visite, dichiarazioni congiunte e ispezioni in aree sensibili della Cisgiordania. L’obiettivo: tenere alta l’attenzione politica e ricavare elementi fattuali per le scelte che maturano a Bruxelles, incluse eventuali misure restrittive mirate contro individui responsabili di violenze.
Le regole d’ingaggio e la scelta di non reagire
La ricostruzione italiana sottolinea che i militari hanno «evitato di rispondere con violenza» alle minacce, in linea con le regole d’ingaggio per il personale di protezione in missione diplomatica. È una scelta che ha probabilmente evitato un’escalation sul posto, ma che non attenua la gravità dell’accaduto: due agenti di sicurezza di uno Stato membro dell’Ue, con immunità e riconoscimento diplomatico, fermati e costretti a inginocchiarsi da un civile armato, in un’area non designata come militare. La richiesta di Roma è chiara: accertare i fatti, identificare il responsabile, impedire che accada ancora.
L’altro telefono della scena: chi c’era all’ascolto
Un dettaglio colpisce: l’aggressore ha fatto parlare al telefono i due militari con una persona non identificata che, in inglese, ha intimato di lasciare una supposta area militare. Il ruolo di questo interlocutore — e la sua eventuale appartenenza istituzionale — resta da chiarire. Sarà uno dei punti della richiesta di «spiegazioni» presentata dall’Italia all’ambasciatore israeliano. La presenza di un terzo attore, per quanto solo vocale, aggiunge uno strato di complessità: qualcuno ha conferito autorità a un fermo privo di base legale, almeno secondo la verifica di Cogat.
La risposta israeliana attesa
Al momento di scrivere, non è stato diffuso un commento ufficiale congiunto delle autorità israeliane sull’episodio specifico. Testate di Tel Aviv hanno rilanciato la notizia della protesta italiana e della convocazione, dando conto della richiesta di chiarimenti e dei contatti avviati tra le istituzioni. L’aspettativa è che polizia israeliana e autorità militari forniscano una prima ricostruzione e, se del caso, procedano all’identificazione del responsabile. Per Israele, una risposta rapida e trasparente può aiutare a circoscrivere l’incidente in un momento in cui il dossier «violenza dei coloni» incide già sulle relazioni con più capitali europee.
Una cartina di tornasole per l’Ue
L’episodio arriva mentre, da Bruxelles, non mancano pressioni interne a un salto di qualità nella risposta europea alle violenze in Cisgiordania: dalle richieste di applicare in modo più robusto clausole dei trattati commerciali a misure restrittive individuali contro responsabili e istigatori. Nel 2025, ex ambasciatori dell’Ue in Medio Oriente hanno criticato la «riluttanza» europea ad agire di fronte alla politica d’insediamento e alle violenze. La vicenda dei due carabinieri porta il tema dal piano dei principi a quello della sicurezza dei diplomatici europei.