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Il freddo “taglia” rendimento e salute: lo dice la scienza
Dalle aule a 11 gradi di Siracusa ai dati nazionali su impianti obsoleti: perché il freddo a scuola non è un disagio passeggero, ma un problema di salute, rendimento e diritti
Quando il termometro scende, cala l’attenzione: perché non possiamo più ignorare il freddo nelle aule
Nell’istituto tecnico “Einaudi” di viale Santa Panagia, a Siracusa, gli studenti entrano in classe con piumini da sci. Non è un’iperbole: durante un’ispezione, il deputato del M5S all’ARS Carlo Gilistro ha misurato in aula 11-12°C, ben sotto la soglia prevista dalla normativa, e ha annunciato un esposto alla Procura. “Non è possibile andare a scuola con equipaggiamento da settimana bianca”, ha detto, ricordando che in classe la temperatura deve attestarsi tra 18 e 20°C. La scena è di fine gennaio 2026 e racconta una realtà che non riguarda solo la Sicilia: in tutta Italia, dal rientro dopo le vacanze, si moltiplicano le segnalazioni di aule gelide, lezioni con il cappotto e persino evacuazioni per mancato rispetto dei valori minimi.
Il quadro: aule fredde e impianti al minimo
I dati più recenti diffusi da testate nazionali, basati su open data del Ministero dell’Istruzione e del Merito aggiornati a settembre 2025, parlano chiaro: circa l’1,5% delle scuole risulta privo di un impianto di riscaldamento e per un ulteriore 8,7% le informazioni non sono disponibili. Dove i termosifoni ci sono, spesso sono impianti datati, prevalentemente alimentati a metano, costosi da gestire e poco efficienti in edifici che disperdono calore. Nel 34% dei casi segnalati dagli studenti, il problema è che i riscaldamenti non vengono accesi per tempo prima del rientro, lasciando ambienti ghiacciati per settimane; nel 12% gli impianti sono fuori uso; nel 9% sono tenuti al minimo per risparmiare. Risultato: il 36% degli alunni segue le lezioni con il cappotto, qualcuno con coperte o stufette, e in circa l’1% degli istituti si riduce l’orario scolastico.
Sullo sfondo, un’ondata di maltempo e l’ennesima stagione influenzale intensa. Nella stagione 2024-2025, l’ISS ha stimato oltre 16 milioni di casi di sindromi simil-influenzali complessivi; nelle settimane centrali di gennaio 2025, si sono registrati picchi superiori a 17 casi per mille assistiti, con i bambini sotto i cinque anni fra i più colpiti. Non è un dettaglio: temperatura inadeguata, ventilazione improvvisata e aule affollate sono un combinato disposto che può favorire malessere, assenze e scarsa concentrazione.
Cosa dice la legge in Italia
Il riferimento tecnico più citato per gli edifici scolastici è il Decreto Ministeriale 18 dicembre 1975, che prescrive per gli ambienti ad uso scolastico una temperatura interna invernale di 20°C ± 2°C. Tradotto: non si dovrebbe scendere sotto i 18°C. È un limite richiamato ancora oggi da sindacati, amministrazioni e media quando si denunciano aule al gelo. Il Decreto definisce anche parametri di isolamento e comfort (ad esempio la temperatura superficiale delle pareti non sotto i 14°C in condizioni di progetto), proprio per evitare discomfort e condensazioni.
La scuola è inoltre un luogo di lavoro: per il personale si applicano gli obblighi del D.Lgs. 81/2008 sulla valutazione dei rischi, incluso il microclima. Nelle linee informative di INAIL sul comfort termico si ricorda che, pur mancando valori-limite legali per gli “ambienti moderati”, esistono standard tecnici e indici (PMV/PPD) che orientano progettazione e gestione verso condizioni di benessere e riduzione del disagio. In pratica: se in aula fa troppo freddo, c’è un problema di sicurezza e di qualità del lavoro-insegnamento.
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- Il minimo sanitario: 18°C. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità raccomandano, per i paesi a clima temperato o più freddo, che gli ambienti interni siano riscaldati almeno a 18°C per proteggere la salute generale, con valori più elevati per gruppi vulnerabili come bambini, anziani e persone con patologie cardiorespiratorie. L’evidenza è considerata sufficiente per una raccomandazione “forte”.
- Effetti su respiratorio e cardiovascolare. Le revisioni sistematiche associate alle linee guida WHO Housing and Health e ulteriori studi di sanità pubblica indicano che temperature interne basse sono associate ad aumento di morbilità respiratoria, peggioramento dei sintomi nei soggetti con malattie croniche e possibili effetti su pressione arteriosa e apparato cardiovascolare. Public Health Wales ribadisce l’obiettivo dei 18°C in inverno per ridurre rischi su sonno, performance fisica e sintomi cardiopolmonari, notando che in pazienti con malattie respiratorie la severità dei sintomi cresce già attorno a 18,2°C.
- Apprendimento e performance: il ruolo della temperatura. Una meta‑analisi su “Building and Environment” (2019) ha integrato i risultati di 18 studi e stima che riportare la temperatura da 30°C a 20°C migliori del 20% la velocità di esecuzione di compiti cognitivi e scolastici, con una soglia ottimale inferiore a 22°C. Sebbene molti lavori si concentrino sulle alte temperature, la relazione è chiara: il comfort termico incide in modo marcato sulla performance degli studenti, più che negli adulti in ufficio. Gli studi sperimentali recenti in aula confermano che un intervallo di 20-22°C massimizza soddisfazione termica, motivazione e risultati, mentre l’allontanamento da questo range — verso il caldo ma anche verso il freddo — riduce il rendimento.
- Freddo e assenteismo: non solo influenza. La letteratura su scuole e servizi per l’infanzia mostra che condizioni indoor non ottimali (bassa temperatura, umidità inadeguata, scarsa ventilazione, muffe) si associano a più assenze per malattia. In un grande studio statunitense su scuole elementari, una migliore ventilazione è correlata a minori assenze per malattia; altre ricerche indicano che freddo e variabilità termica aumentano il rischio di infezioni respiratorie pediatriche, inclusa la polmonite.
- Virus stagionali e scuola. I bollettini RespiVirNet dell’ISS documentano come la chiusura delle scuole durante le festività invernali coincida con una lieve flessione dei casi di sindromi simil-influenzali, a conferma del ruolo degli ambienti scolastici nella circolazione dei virus. Non è il freddo in sé a “creare” i virus, ma aule fredde possono favorire comportamenti (finestre troppo chiuse o, al contrario, spalancate senza criterio), congestioni e discomfort che amplificano il problema.
Il caso di Siracusa: un campanello d’allarme nazionale
Nell’I.I.S. “Luigi Einaudi” di Siracusa, il plesso di viale Santa Panagia è realtà consolidata, con decine di classi e centinaia di studenti. Proprio lì l’on. Carlo Gilistro ha registrato 11-12°C in aula a fine gennaio 2026, citando la soglia normativa di 18-20°C e annunciando un esposto alla Procura della Repubblica. È un episodio simbolico: se in Sicilia si gela, immaginiamo cosa succede nei plessi meno efficienti del Nord, dove testate e cronache locali riferiscono di classi rimandate a casa e orari ridotti per aule sotto i 18°C.
Perché qualche grado in meno conta così tanto
- Il corpo dei ragazzi, in particolare i più piccoli, disperde calore più rapidamente e ha minore capacità di termoregolazione rispetto all’adulto. Temperature attorno o sotto i 18°C in condizioni sedentarie — come si è in classe — significano mani fredde, irrigidimento muscolare, distrazioni continue: una sottrazione di risorse cognitive al compito.
- Il freddo locale (correnti alle caviglie, pareti fredde, pavimenti freddi) è percepito come particolarmente fastidioso e riduce la tolleranza globale. La normativa tecnica e le guide INAIL su comfort e microclima lo ribadiscono: non conta solo l’aria “a tot gradi”, ma anche la temperatura radiante, l’umidità, la velocità dell’aria e l’abbigliamento.
- L’ambiente “instabile” (si alternano finestre spalancate e termosifoni al massimo) produce oscillazioni che peggiorano la percezione di comfort. È un classico dei rientri: dopo due settimane di vacanze con impianti spenti, portare un edificio mal coibentato a 20°C richiede tempo e consumi; nel frattempo si eccede con l’areazione “a colpi” e si torna al punto di partenza.
Effetti misurabili sull’apprendimento
- Compiti di calcolo, memoria di lavoro e attenzione sostenuta sono i primi a risentire. La già citata meta‑analisi su “Building and Environment” mostra un guadagno medio del 20% nella velocità dei compiti tra 30°C e 20°C; altri studi sperimentali suggeriscono che scostarsi dall’intorno 20-22°C penalizza motivazione e risultati. Sebbene la maggior parte dei dati quantifichi meglio gli effetti del caldo, il principio vale anche per il freddo: discomfort e termoregolazione “rubano” energie cognitive.
- Manualità fine e scrittura peggiorano con dita fredde; un ambiente a 11-12°C in cui si sta seduti e fermi rende più difficile scrivere, usare strumenti di laboratorio o dispositivi digitali con precisione. Le soglie occupazionali e di ergonomia lo riconoscono da tempo.
Assenze e salute: il costo del freddo a scuola
- Lezioni a singhiozzo, orari ridotti, classi spostate: è quanto segnalato in diverse regioni quando la temperatura non raggiunge i 18°C. Oltre al disservizio, ci sono assenze per malesseri minori, irritazioni delle vie aeree, raffreddori persistenti e peggioramento dei sintomi nei soggetti con asma. In letteratura, scuole con migliore qualità dell’aria e ventilazione mostrano minori assenze; al contrario, condizioni di bassa temperatura ed elevata variabilità termica sono legate a più episodi respiratori.
- Le stagioni influenzali recenti hanno mostrato numeri molto alti: nella settimana del 20-26 gennaio 2025 si sono sfiorati oltre 1 milione di malati in sette giorni, con incidenze “alte” e bambini particolarmente colpiti. Ambienti scolastici confortevoli e ben ventilati — non gelidi — sono parte della risposta per contenere assenze e contagio.
Che cosa fare subito: dieci mosse operative per dirigenti, docenti e famiglie
- Misurare, non “sentire”. Posizionare termometri/igrometri affidabili in almeno due punti di ogni aula. Registrare temperatura e umidità nelle prime due ore di lezione per una settimana: se la media resta sotto 18°C, documentare e attivare formalmente il gestore dell’edificio.
- Accensione anticipata e “rampa” graduale. Per edifici freddi dopo lunghe chiusure, programmare l’impianto con anticipo sufficiente per raggiungere 19-20°C all’ingresso degli studenti. Evitare on/off drastici.
- Ventilare con criterio. Ricambi d’aria frequenti ma brevi (3-5 minuti a finestre spalancate tra un’ora e l’altra) limitano il raffreddamento massivo, specie se abbinati a sensori CO₂. L’obiettivo tipico è mantenere portate d’aria di almeno 25 m³/ora per persona.
- Isolamento “di fortuna” dove possibile. Sigillare spifferi, curare guarnizioni, schermare vetrate fredde con tende termiche: piccoli interventi che alzano la temperatura radiante e riducono l’effetto “muro di ghiaccio”. La normativa del 1975 insegna: non conta solo l’aria, ma anche la superficie delle chiusure.
- Non confondere aria pulita con aria gelida. In assenza di ventilazione meccanica controllata, l’uso di purificatori HEPA portatili può consentire di ridurre l’apertura continuativa delle finestre durante i picchi di freddo, migliorando qualità dell’aria con costi energetici ridotti (1-2% dei costi di riscaldamento) e senza trasformare la classe in una ghiacciaia. Serve però monitorare la CO₂ per non sacrificare i ricambi.
- Dress code intelligente. Per studenti e docenti: stratificazione (maglia termica + strato isolante + strato antivento), calzature non sottili, protezione di estremità (mani/polsi) nei cambi d’aula. È un palliativo, non una soluzione strutturale, ma riduce il discomfort nelle giornate peggiori. Raccomandazione coerente con le linee di sanità pubblica che, in attesa di interventi, ammettono l’abbigliamento come mitigazione.
- Gestione umidità. Mantenere l’umidità relativa tra 40% e 50% in inverno riduce secchezza delle mucose. Evitare eccessi: sopra il 60% si rischiano condensa e muffe.
- Priorità a chi è fragile. Attenzione specifica per alunni con asma o patologie respiratorie: privilegiando aule più calde, posti lontani da spifferi, pause di movimento. La letteratura segnala che già intorno a 18°C i sintomi possono acuirsi.
- Piano anti-picchi influenzali. Alignare comunicazioni su vaccinazioni, igiene delle mani e permanenza a casa in caso di febbre, sincronizzandosi con i bollettini RespiVirNet per modulare attività e ricambi d’aria nei periodi di massima circolazione virale.
- Trasparenza e procedure. Se la classe resta sotto 18°C, l’istituto deve intervenire: riallocare temporaneamente la classe, attivare manutenzione, o, nei casi estremi, sospendere la didattica in quel locale. Le denunce di Unione degli Studenti e i casi di evacuazione nelle scorse settimane ricordano che non è un capriccio: è sicurezza.
Investimenti strutturali: dall’emergenza alla prevenzione
Il paradosso è che la soluzione “fredda” costa: aule gelide generano assenze, ore perse, apprendimento compromettono il benessere di studenti e personale. Gli edifici scolastici italiani — spesso costruiti prima della stagione dell’efficienza energetica — richiedono:
- Coibentazione dell’involucro (cappotti, infissi a bassa trasmittanza), per alzare la temperatura radiante e stabilizzare il comfort. Le linee guida OMS sottolineano che l’isolamento domestico migliora gli esiti di salute, raccomandandone l’adozione con adeguata ventilazione.
- Impianti moderni e regolazione fine: orologi astronomici, valvole termostatiche, bilanciamento idraulico, manutenzione pianificata prima dei picchi stagionali. Le cronache del 34% di riscaldamenti non avviati per tempo dicono che spesso non serve più energia, ma migliore gestione.
- Ventilazione meccanica con recupero di calore: ricambi d’aria costanti, filtrazione, riduzione degli sprechi energetici. Dove non è possibile, l’accoppiata sensori CO₂ + protocolli di aerazione “brevi e frequenti” è l’opzione pragmaticamente più efficace.
- Misure ponte a basso costo: guarnizioni, schermi radianti per pareti fredde, tende termiche, sottoporta anti-spiffero. Interventi rapidi che, sommati, possono recuperare diversi gradi percepiti nelle ore critiche.
Un diritto degli studenti, un dovere delle istituzioni
Il caso Einaudi di Siracusa — con 11-12°C in classe, un deputato in sopralluogo e un esposto annunciato — è l’emblema di un deficit di sistema. Gli studenti non devono scegliere tra apprendere e termoregolarsi. Il diritto a un ambiente scolastico sicuro e salubre, in cui la temperatura sia stabilmente tra 18 e 20°C, non è un optional: è scritto nelle norme e supportato dall’evidenza scientifica. Per questo servono:
- responsabilità chiare tra enti proprietari degli edifici e scuole sulla gestione del calore;
- manutenzioni programmate e accountability pubblica delle accensioni e dei consumi;
- dati trasparenti sulle condizioni microclimatiche (temperatura, umidità, CO₂) a disposizione di famiglie e comunità scolastiche.
Se vogliamo classi attente, motivate e in salute, non basta il registro elettronico impeccabile. Serve una cosa semplice e, oggi, rivoluzionaria: aule che stiano, costantemente, nel range di comfort. Quel confine tra 18 e 22°C non è un vezzo burocratico: è la soglia che separa un luogo di apprendimento da un frigorifero.