Dissesto idrogeologico
Niscemi, la collina che scivola (e scivolerà ancora): così la frana lunga 4 km cambia la mappa della città
Evacuazioni a catena, viabilità spezzata e una geologia che non perdona: dentro l’emergenza che sta ridisegnando i margini dell’abitato e della Piana di Gela
Un elicottero taglia l’aria grigia sopra la periferia ovest di Niscemi. Dall’alto, la città appare come sospesa: una linea di case affacciate nel vuoto, il terreno strappato via come fosse stoffa, una cicatrice terrosa che corre per chilometri verso la Piana di Gela. Sotto, persone in fila al palazzetto dello sport, sacche e coperte tra le mani. Il dato che inchioda la scena è uno: un fronte di frana lungo circa 4 chilometri, attivo, che avanza e retrocede in modo imprevedibile, spingendo il Comune a tracciare una “zona rossa” di almeno 150 metri e a far allontanare oltre 1.500 residenti. Non è una frana “puntuale”: è l’intero versante che sta scendendo, come ha constatato in sopralluogo il capo della Protezione civile. E a Niscemi ce lo ripetono in coro amministratori, tecnici, geologi: non stiamo parlando di un’emergenza qualunque, ma del confine materiale tra un abitato e i suoi limiti geologici.
Cosa sta succedendo a Niscemi
La sequenza degli eventi dal 25 gennaio racconta un’escalation: prima i cedimenti localizzati e i distacchi lungo le scarpate; poi le crepe che si aprono nelle sedi stradali e le interruzioni su arterie provinciali decisive; quindi l’ordine di evacuazione che sale rapidamente da 500 a oltre 1.500 persone. Quartieri come Sante Croci, Trappeto e l’asse di via Popolo sono stati svuotati in via precauzionale. La città, 30 mila abitanti a poche decine di chilometri da Gela, ha visto chiudere la SP 12 e la SP 10, rimanendo collegata verso la statale Gela–Catania con una sola strada ancora praticabile, mentre il traffico e i servizi essenziali si comprimono.
Il Centro Operativo Comunale è attivo da subito. Il sindaco — Massimiliano Conti — coordina con la Prefettura di Caltanissetta e con la Protezione civile le misure urgenti: sfollamento assistito, allestimento del palazzetto “Pio La Torre” come area di accoglienza, trasporto di brandine e beni essenziali, monitoraggi in continuo. Sul campo lavorano i Vigili del Fuoco, le forze dell’ordine, i volontari, i tecnici dei Comuni e del Dipartimento regionale della Protezione civile.
Le parole che pesano: “una frana attiva e una collina che scende”
Il sopralluogo istituzionale di oggi ha una cifra di nettezza: «La frana è pienamente attiva e la situazione è critica». A dirlo è Fabio Ciciliano, capo del Dipartimento della Protezione civile, che dopo un volo di ricognizione e un esame in situ con i centri di competenza conferma l’evidenza che gli strumenti e gli occhi mostravano già: «Non è solo il ciglio a cedere, ma l’intera collina sta scivolando verso la Piana di Gela». Tradotto: non siamo davanti a un unico distacco da contenere, ma a un sistema di instabilità che può evolvere, con propagazione retrogressiva verso il centro abitato e ben oltre — una dinamica ben conosciuta dai geologi.
Accanto al capo dipartimento, il presidente della Regione Renato Schifani e il direttore della Protezione civile siciliana Salvo Cocina: la catena istituzionale, in una giornata, deve prendere decisioni che incidono sulla quotidianità di migliaia di persone e sulla rete dei servizi. Il governo nazionale, nel frattempo, ha deliberato lo stato di emergenza per le regioni colpite dal maltempo (tra cui la Sicilia), con uno stanziamento iniziale di 100 milioni di euro da ripartire: una cornice che consente atti e fondi immediati, in attesa della quantificazione dei danni e dei piani di medio periodo.
La chiave geologica: sabbie sopra argille e marne, l’acqua che non drena
Per capire Niscemi bisogna entrare nei suoi strati. L’abitato poggia su una successione che vede sabbie permeabili in copertura e, subito sotto, argille e marne grigiastre molto meno permeabili. È un contrasto cruciale: l’acqua meteorica penetra nelle sabbie con facilità, ma incontra un “tappo” argilloso in profondità. Il risultato è un incremento di pressione interstiziale lungo i piani di contatto e una riduzione della resistenza al taglio dei terreni, soprattutto lungo le scarpate. Quando la pioggia è intensa o prolungata, il sistema si satura e i piani di scivolamento trovano le condizioni per attivarsi.
Geologi come Giovanna Pappalardo (Università di Catania) e tecnici della SIGEA richiamano un concetto di base: in letteratura, terreni sabbiosi compatti hanno un angolo di resistenza al taglio intorno ai 35°; a Niscemi, in alcuni tratti, l’assetto della parete ha raggiunto inclinazioni di circa 85°. È un equilibrio impossibile da mantenere senza interventi di alleggerimento e contenimento: la natura tenderà a riportare il versante a un assetto più stabile, e ciò può voler dire, nel concreto, avanzamento della frana fino a un nuovo equilibrio geomorfologico.
Per questo i tecnici parlano di scenario destinato a evolvere, con la necessità di una sorveglianza strumentale continua (inclinometri, estensimetri, radar interferometrici, rilievi dronici) e, dove possibile, di opere drenanti per abbassare le pressioni dell’acqua nel sottosuolo.
Non è la prima volta: memoria corta, frana lunga
Niscemi conosce le frane. Il 12 ottobre 1997 una grande instabilità interessò la parte meridionale del centro abitato: circa 400 persone evacuate, edifici lesionati, strade interrotte. Tra contenziosi tecnici, burocrazia e finanziamenti dispersi, i programmi di consolidamento non hanno mai completato il ciclo virtuoso prevenzione–messa in sicurezza–manutenzione. Anche negli anni ’90 episodi minori avevano già segnalato la fragilità del versante ovest. Quella memoria oggi torna d’attualità, con una differenza quantitativa e qualitativa: il fronte attivo è più esteso (circa 4 km) e coinvolge direttamente abitazioni prossime alla scarpata, con uno scenario urbano molto più esposto.
Viabilità, scuole, servizi: quando l’ordinario diventa emergenza
Una frana di questo tipo non riguarda solo chi vive sul ciglio. Riguarda l’intera città: le scuole chiuse, i percorsi dei mezzi di soccorso allungati o deviati, il servizio sanitario sotto stress, le attività economiche che non possono aprire o ricevere fornitori, i cantieri fermi. La CNA Sicilia ha chiesto la dichiarazione di emergenza specifica proprio per gli effetti a catena: la chiusura di due su tre principali vie d’accesso ha di fatto isolato Niscemi, concentrando tutto su una sola arteria considerata a rischio e mettendo in sofferenza il tessuto artigiano e commerciale.
Gli sfollati — 300 famiglie circa nella prima ondata, poi numeri crescenti — sono assistiti in strutture comunali e palestre, ospitati da parenti o sistemati in strutture ricettive. Qui la gestione dell’emergenza è fatta di dettagli: brandine, mense, trasporto disabili, farmaci salvavita, reperibilità medica, supporto psicologico, custodia dei beni nelle abitazioni interdette, vigilanza per prevenire intrusioni e furti.
La “zona rossa” e cosa significa viverci accanto
“Zona rossa” non è solo una campitura sulle mappe. È un perimetro dinamico — oggi stimato in 150 metri a partire dal ciglio di rottura — che può essere ampliato in base ai monitoraggi. All’interno: divieto di accesso, interdizione ai veicoli, sgombero delle persone, servizi sospesi. Ai margini: controlli geotecnici più fitti, piani di evacuazione pronti, informazione puntuale e non allarmistica. Le decisioni non sono popolari: “chi ha la casa sulla frana non rientrerà” ha detto con chiarezza la Protezione civile. È brutale ma necessario: promettere rientri “rapidi” dove il terreno continua a muoversi significa tradire la realtà e, peggio, mettere le persone in pericolo.

Il ruolo della Protezione civile: dall’urgenza al medio periodo
Nelle prime 48–72 ore l’obiettivo è stato mettere in sicurezza vite e collegamenti minimi. Ora si apre un tempo diverso, che richiede: un quadro strumentale completo del movimento: velocità, accelerazioni, profondità dei piani di scivolamento, correlazione con la pioggia, aree di trazione e compressione; la progettazione di misure temporanee: drenaggi superficiali e profondi, canalizzazioni delle acque, rimozione controllata di materiale in eccesso lungo i cigli, berlinesi o paratie locali dove tecnicamente sensate e sicure; la valutazione di delocalizzazioni definitive per le case edificate sul corpo di frana o sul ciglio attivo; la definizione di un piano di viabilità alternativo per evitare l’isolamento, con cantieri rapidi e cantierizzazione compatibile con la sicurezza; un sostegno economico per famiglie e attività (contributi autonoma sistemazione, sospensione tributi locali, accesso al credito garantito) in attesa della ricostruzione.
In parallelo, il livello politico-amministrativo dovrà sfruttare lo stato di emergenza per accorciare i tempi di gara e progettazione, attivare i centri di competenza universitari e del CNR, stabilire una governance chiara di responsabilità e monitoraggi pubblici, consultabili dai cittadini.
Cause prossime e cause lontane: dal meteo estremo al disordine del territorio
I giorni precedenti hanno visto precipitazioni abbondanti, collegate al passaggio del ciclone “Harry”, con effetti diffusi in Sicilia e nel Sud. Ma la meteorologia, da sola, non spiega una frana così vasta. Gli esperti parlano di una “vulnerabilità strutturale” del versante: combinazione di geologia sfavorevole, pendii acclivi, drenaggi storicamente insufficienti, urbanizzazione a ridosso della scarpata, manutenzioni episodiche. È la somma di concause che trasforma una pioggia intensa in un fattore scatenante. Da qui l’insistenza dei geologi: si tratta di un sistema franoso già noto, con precedenti documentati (almeno 1993 e 1997), riattivato e ampliato.
Le domande dei cittadini, le risposte possibili
- Potrò rientrare a casa? Per chi ha l’abitazione dentro la frana o sul ciglio instabile, la risposta — lo hanno detto le autorità con trasparenza — è probabilmente no. Per le zone limitrofe, decideranno i monitoraggi.
- Quanto durerà l’emergenza? I tempi tecnici sono incompatibili con soluzioni lampo: tra rilievi, progettazione e cantieri si parla di mesi, in alcuni casi anni per il ripristino integrale e per le delocalizzazioni.
- La città resterà isolata? La priorità è garantire almeno due assi di collegamento sicuri e ridondanti. La cantierizzazione su terreni instabili richiederà fasi, sensori e chiusure temporanee.
- Gli aiuti economici quando arriveranno? Lo stato di emergenza nazionale consente l’immediata attivazione dei primi fondi e delle procedure per i contributi di autonoma sistemazione e per le prime spese urgenti; la quantificazione puntuale dei danni orienterà gli stanziamenti successivi.
Cosa significa “retrogressiva”: perché la frana può salire verso la città
Molti residenti si chiedono: se la frana scende verso valle, perché parlate di avanzamento verso le case? La spiegazione è nella meccanica dei versanti: quando un tratto cede, il margine superiore (il “ciglio”) arretra. Se le condizioni di instabilità persistono (acqua, carichi, geometrie), si attivano rotture successive sempre più indietro: è la propagazione retrogressiva. Nei contesti con sabbie sopra argille, l’acqua che ristagna lungo i contatti è un motore potente della retrogressione, soprattutto se il profilo supera l’angolo di equilibrio dei materiali. Per questo i 150 metri di zona rossa non sono un numero “politico”, ma una stima prudenziale che potrà essere rivista.

La lezione di Niscemi
La storia del 1997 e i contenziosi successivi insegnano: gli interventi di consolidamento non possono essere pensati come “opere una tantum”. In territori con dissesto idrogeologico radicato, le opere vanno curate come si cura un’infrastruttura viva: ispezioni, piccole riparazioni, sfalci, spurghi, aggiornamenti tecnologici. La qualità progettuale e la scelta delle soluzioni (ad esempio drenaggi rispetto a grandi muri rigidi su terreni compressibili) sono il primo filtro. Il secondo è la manutenzione. Il terzo è il controllo: vincoli edilizi effettivi, enforcement amministrativo, coerenza urbanistica con le Carte di Pericolosità.
In controluce, Niscemi restituisce una lezione che va oltre Niscemi: in Italia, il confine tra città e natura non è una riga netta ma una trattativa continua. Quando si costruisce a ridosso di una scarpata di sabbia sopra argilla, si firma un patto che chiede manutenzione, attenzione e verità. La verità, oggi, dice che la collina sta scendendo. Il tempo per fermarla, forse, è passato; quello per governarla — con scienza, opere e buone decisioni — è adesso.