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la sentenza

Ucciso a Capodanno, i colpevoli sono nullatenenti: Presidenza del Consiglio condannata a risarcire la famiglia

La giustizia civile riconosce l’indennizzo per l’omicidio del 2005 a Siculiana: oltre 70 mila euro ai genitori di Stefano Di Giacomo

28 Gennaio 2026, 12:29

Ucciso a Capodanno, i colpevoli sono nullatenenti: Presidenza del Consiglio condannata a risarcire la famiglia

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C’è una carta dei tarocchi rimasta sul tavolo, un’alba che non è mai arrivata e un silenzio squarciato dal rumore secco di una porta sfondata. Erano le prime ore del 31 dicembre 2005 quando la vita di Stefano Di Giacomo, 29 anni, si fermava nel sangue in una villetta di contrada Pietre Cadute, a Siculiana. Oggi, vent’anni dopo quella notte di Capodanno che sconvolse l’Agrigentino, arriva una sentenza civile che non restituisce Stefano alla sua famiglia, ma sancisce un principio di civiltà giuridica fondamentale: se chi ha ucciso non può o non vuole pagare, lo Stato deve farsi carico del vuoto.

Quella maledetta notte di Capodanno

La tragedia si consuma mentre un gruppo di amici è intento a giocare a carte, in attesa dei festeggiamenti per il nuovo anno. Un commando armato fa irruzione nella villa con l’obiettivo di compiere una rapina. La situazione degenera in pochi istanti: Stefano viene colpito a bruciapelo, morendo sotto gli occhi dei presenti. Le indagini dei Carabinieri, serrate e complesse, portano nel settembre 2006 al fermo di cinque giovani: David Tuttolomondo, Antonino Gagliano, Alfonso Iacono, Antonio Fretto e Francesco Bruno.

I procedimenti penali si chiudono con condanne definitive, ma per la famiglia Di Giacomo inizia un altro calvario: quello del risarcimento. I responsabili risultano nullatenenti, rendendo la vittoria giudiziaria un titolo cartaceo senza alcun valore economico. È in questa frattura che si è inserita l’azione civile contro lo Stato.

Il dovere dello Stato: la Direttiva Europea

La condanna della Presidenza del Consiglio dei Ministri a versare oltre 70.000 euro ai genitori della vittima nasce da un obbligo europeo che l’Italia ha ignorato per troppo tempo. La Direttiva UE 2004/80/CE impone infatti agli Stati membri di garantire un indennizzo alle vittime di reati intenzionali violenti qualora non sia possibile ottenerlo dai colpevoli.

Per anni, il nostro Paese ha attuato questa norma in modo lacunoso, offrendo rimborsi minimi e puramente simbolici. Tuttavia, una serie di sentenze della Corte di Giustizia dell'Unione Europea (tra cui la storica decisione del 16 luglio 2020) ha chiarito che il ristoro deve essere "equo ed adeguato". Non basta un "contentino": lo Stato deve rispondere della propria inadempienza legislativa nel non aver protetto adeguatamente il diritto della vittima a essere risarcita.

Una sentenza che fa giurisprudenza

La somma riconosciuta alla famiglia Di Giacomo è significativamente superiore agli importi "standard" stabiliti dai decreti ministeriali italiani del 2017 (che prevedevano, ad esempio, appena 7.200 euro per un omicidio). Il Tribunale civile ha dunque recepito l'orientamento europeo, valutando la gravità del danno e la sofferenza patita. Per i genitori di Stefano, questo indennizzo non cancella il dolore di vent'anni di assenza, ma riconosce ufficialmente che la loro battaglia per la dignità era giusta. Lo Stato, seppur tardivamente, ha dovuto ammettere che il vuoto lasciato da un delitto violento non può restare un problema privato dei sopravvissuti, ma è una ferita che riguarda l'intera comunità e le sue istituzioni.