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il sopralluogo

Niscemi, la collina che si muove: tra crepe e promesse, la prova più difficile per il governo Meloni

Dall’elicottero al Municipio, nei giorni in cui Niscemi ha vissuto il dramma. Le parole della premier, i numeri degli sfollati, le responsabilità in campo e ciò che cambierà davvero per chi ha perso la casa

28 Gennaio 2026, 17:29

Niscemi, la collina che si muove: tra crepe e promesse, la prova più difficile per il governo Meloni

La fessura si è prima aperta poi ha inghiottito muretti, ringhiere, pezzi di strada. Sopra sull'elicottero la presidente del Consiglio Giorgia Meloni arrivata a Niscemi per rendersi conto di persone del dramma di una intera città. La “zona rossa” comprende i quartieri di Sante Croci, Pirillo, Canalicchio. La frana non è un evento, perché è ancora in corso. Gli sfollati sono oltre 1.500 molti dei quali, se non tutti, che non potranno mai più tornare nella loro casa, la frattura ha un fronte di circa 4 chilometri.

“La situazione è più complessa. Voglio dare risposte immediate”

Nell’incontro in Municipio, davanti al sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti, ai vertici della Protezione Civile, al prefetto di Caltanissetta Donatella Licia Messina, Giorgia Meloni ha scelto toni pacati: la situazione è più complessa di quanto apparisse nelle prime ore e il governo intende garantire risposte immediate, senza ripetere la spirale di rinvii che, nel 1997, lasciò dietro di sé cantieri eterni e famiglie sospese. 

Lo scenario: una collina che “cammina” verso la piana di Gela

I rilievi del Dipartimento della Protezione Civile e del team scientifico dell’Università di Firenze confermano il quadro più temuto: l’instabilità interessa l’intero versante, “la collina che scivola verso la piana di Gela”. Per questo il perimetro di sicurezza è stato esteso a 150 metri e la valutazione è che molte abitazioni, specie sul ciglio della frana, siano ormai irrimediabilmente compromesse. La frana resta attiva, alimentata da settimane di piogge eccezionali legate al ciclone Harry, e il terreno, ricco di argille e sabbie, reagisce come una spugna satura: cede a blocchi, senza preavviso.

Stato d’emergenza, primi fondi e perché non bastano

Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per Sicilia, Calabria e Sardegna e ha stanziato 100 milioni di euro per i “primi interventi urgenti”. È un paracadute iniziale, non un piano di volo: diviso tra tre regioni, copre l’immediato – assistenza, ripristini essenziali, messa in sicurezza – mentre la Regione Siciliana stima per l’isola danni di oltre 1,5-2 miliardi di euro. Intanto, per gli sfollati scatta il Contributo di Autonoma Sistemazione (CAS): 400 euro al nucleo familiare più 100 euro per ogni componente, fino a un tetto di 900 euro al mese e per 12 mesi. È un aiuto economico per passare dall’emergenza alla temporanea sistemazione; non risponde però alla domanda che pesa su centinaia di famiglie: “Dove vivremo tra sei, dodici, ventiquattro mesi?”.

“Non si ripeterà il 1997”: memoria e monito

Il 12 ottobre 1997, nella stessa area, 400 persone furono costrette a lasciare le loro case. Allora si parlò di “ordinaria malamministrazione” in una zona vincolata dal punto di vista geologico. Fu demolita anche la chiesa settecentesca di Sante Croci. Lo stato di emergenza restò aperto a lungo, con proroghe fino al 2007. Quel passato non è un esercizio di nostalgia: è lo specchio in cui, oggi, Meloni dice di non voler rivedere la stessa lentezza, la stessa frammentazione di competenze, la stessa distanza tra norme e cantieri. La sua promessa – “agiremo celermente” – poggia su strumenti più snelli previsti dal Codice della Protezione Civile, ma dovrà fare i conti con i tempi di progettazione, i vincoli urbanistici e la gestione delle delocalizzazioni definitive.

La Procura si muove: l’indagine per disastro colposo

La Procura di Gela ha aperto un fascicolo per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Non è una formalità: l’inchiesta serve ad accertare se errori di pianificazione, manutenzione, o interventi edilizi in aree a rischio abbiano aggravato una vulnerabilità già nota. Per i cittadini significa una cosa semplice e cruciale: definire le responsabilità può accelerare o rallentare il percorso dei risarcimenti, incidere sulle perizie e sul destino delle case a ridosso del fronte di frana.

Il punto di equilibrio tra urgenza e visione

Ora c'è da riflettere: Governo, Regione e Comune di Niscemi devono stabilire ciò che va fatto subito – assistenza, messa in sicurezza, viabilità alternativa, monitoraggi – e ciò che richiede una visione: rifare un pezzo di città altrove. Ed è qui che entra in campo la parola più pesante delle ultime ore: delocalizzazione. Il capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, lo ha detto con chiarezza: molte famiglie non potranno rientrare. Servono censimenti, stime, perizie geologiche, acquisizioni di aree, progetti, gare e cantieri. E, soprattutto, indennizzi.

Quanto costa ricostruire? E dove?

Se i danni in Sicilia si stimano in oltre 1,5 miliardi di euro, la sola ricucitura di Niscemi richiederà una dote a parte: dalle opere di consolidamento e drenaggio profondo al ridisegno delle reti idriche e fognarie, dalla nuova urbanizzazione per gli alloggi sostitutivi alle opere di compensazione ambientale. In parallelo, c’è il costo sociale: affitti da coprire, attività economiche da sostenere, scuole da riaprire in sede provvisoria. La presidente del Consiglio evoca uno stanziamento addizionale oltre i 100 milioni iniziali; il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, parla di un rischio crollo del paese e di un piano urbanistico di ricostruzione parziale lontano dalla frana.

Ma ci sono diverse domande: dove saranno costruite le case sostitutive? Con quali criteri e in quali tempi? Come verranno indennizzati gli immobili dichiarati inagibili o distrutti? Quale sarà la viabilità alternativa stabile per collegare Niscemi con Gela e con i principali assi dell’isola? Chi controllerà che le nuove edificazioni rispettino i vincoli geologici e le carte del rischio idrogeologicoQuali attività economiche – artigianato, commercio, servizi – avranno accesso a contributi per la ripartenza?

Promesse, critiche e scelte di bilancio

C’è chi chiede di dirottare risorse da grandi opere controverse e ancora sulla carta – il Ponte sullo Stretto è il bersaglio preferito dell’opposizione – verso la ricostruzione e la messa in sicurezza dei territori colpiti dal maltempo. Il governo rivendica la velocità della dichiarazione d’emergenza e la presenza sul campo di ministro Nello Musumeci e Protezione Civile. L’opinione pubblica, stremata da giorni di immagini di case sul ciglio del vuoto, chiede una cosa semplice: tempistiche certe. In mezzo, le imprese locali, che reclamano liquidità e sospensione di imposte e contributi per non chiudere.

Le vite dietro i numeri

Ogni 1 nella statistica è un volto. La famiglia che dorme nell’area accoglienza del Pala “Pio La Torre”, il commerciante che ha spostato la merce in un furgone, la maestra che aspetta di sapere dove saranno ospitati i suoi alunni. La scuola non è solo un servizio: è il primo segnale che una comunità può rimettersi in cammino. Per questo la premier ha indicato tra le priorità la riapertura in sicurezza degli istituti, anche con soluzioni provvisorie. È un modo per dire ai bambini – e agli adulti – che la routine, prima o poi, tornerà.