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l'analisi

Frane in Sicilia: cause, prevenzione e responsabilità pubbliche (spoiler: non è solo colpa del maltempo)

A Niscemi la collina scivola, la politica rincorre: cosa c’è dietro un disastro che o prima o dopo doveva accadere

28 Gennaio 2026, 20:05

20:06

Frane in Sicilia: cause, prevenzione e responsabilità pubbliche

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Le case sono sul ciglio della scarpata. Sotto, un taglio netto lungo quasi quattro chilometri: la terra si è mossa come una lama, inghiottendo auto, muri, pezzi di strada. A Niscemi la frana esplosa nel primo pomeriggio di domenica 25 gennaio 2026 ha costretto a lasciare le abitazioni circa 1.500 persone, ha imposto una “zona rossa” profonda 150 metri e ha riaperto una ferita che la comunità conosce da decenni. Sul posto è arrivata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha definito i 100 milioni stanziati dal governo un “primissimo” intervento, in attesa di un decreto più ampio. Intanto la Protezione civile parla chiaro: «l’intera collina sta scendendo verso la piana di Gela». Il resto d’Italia guarda le immagini e si chiede: perché succede? E, soprattutto, si poteva evitare?

Niscemi, che cosa è successo davvero

La notte tra il 25 e il 26 gennaio ha portato sulla Sicilia piogge persistenti legate al ciclone “Harry”. Non un evento isolato: il contesto climatico recente ha moltiplicato gli episodi di precipitazioni intense e brevi, quelle che imbibiscono il terreno e innescano scivolamenti rapidi. A Niscemi le autorità hanno misurato un fronte di frana di circa 4 chilometri, con salti di quota dell’ordine dei 20 metri: una morfologia “a falesia” che avanza verso il centro abitato e rende impraticabile qualsiasi rientro nei fabbricati affacciati sulla scarpata. La Procura di Gela ha aperto un fascicolo per “disastro colposo”, mentre la Regione stima danni fino a 2 miliardi e chiede strumenti straordinari. Sul piano nazionale è stato dichiarato lo “stato d’emergenza” per Sicilia, Calabria e Sardegna.

La città, però, conosce questa storia: il 12 ottobre 1997 una frana colpì le stesse aree — Sante Croci, Pirillo, Canalicchio — con circa 400 sfollati, demolizioni e un lungo contenzioso. All’epoca il geologo e sottosegretario Franco Barberi parlò di «ordinaria malamministrazione». Oggi i geologi ribadiscono: si tratta in buona parte della riattivazione di un corpo di frana già noto, aggravato da carenze di regimazione delle acque di scorrimento urbano.

Le cause geologiche: quando sabbie “scivolano” sulle argille

Per capire Niscemi bisogna guardare dentro il terreno. L’abitato sorge su un “piastrone” di sabbie e arenarie relativamente permeabili, poggiato su argille e marne grigiastre molto meno permeabili e facilmente deformabili quando imbibite. L’acqua meteorica filtra nelle sabbie ma si ferma sulle argille, creando una superficie di scivolamento lubrificata e fragile: il risultato è un scorrimento complesso che arretra verso monte in maniera retrogressiva, “mangiando” a piccoli ma continui crolli la corona della frana. È il classico quadro delle frane rotazionali in terreni coesivi tipiche dell’Appennino meridionale e della collina siciliana. Nel caso di Niscemi, gli esperti segnalano il ruolo decisivo delle infiltrazioni concentrate — le “grondaie a cielo aperto” di fossi e collettori urbani — che incidono il versante e ne aumentano la propensione all’instabilità. Non c’è, per ora, evidenza di una causa tettonica attiva.

Da qui discende una prima verità scomoda: in un contesto del genere, alcune porzioni dell’abitato non possono essere rese sicure con “opere puntuali” e basta. Se l’evoluzione è retrogressiva, il rischio residuo resterà alto e la delocalizzazione selettiva può diventare la misura più razionale ed eticamente doverosa.

Il contesto climatico: piogge più intense, suoli più fragili

Non è una novità: l’ISPRA ha certificato nel Rapporto 2024 sul dissesto che le aree a pericolosità da frana nei PAI sono cresciute del 15% tra 2021 e 2024, fino a coprire il 23% del territorio nazionale; i comuni esposti ad almeno un rischio idrogeologico sono il 94,5%. In Sicilia, l’incremento della pericolosità mappata è del +20,2%. Complessivamente, in Italia vivono in aree a rischio frana circa 5,7 milioni di persone, con 1,28 milioni concentrati nelle zone a pericolosità “elevata e molto elevata” (P3-P4). Il 2024 è stato anche l’anno più caldo della serie storica italiana, con anomalie termiche positive e il Mediterraneo eccezionalmente caldo: condizioni che favoriscono piogge estreme e lunghi periodi di siccità alternati a rovesci violenti, gli “ingredienti” perfetti per instabilizzare i versanti.

La cornice amministrativa: pianificazione, fondi e responsabilità diffuse

Qui si entra nel duro della responsabilità pubblica. La Sicilia dispone — come tutte le regioni — di PAI aggiornati e di una Autorità di Bacino che negli ultimi anni ha ampliato le aree classificate a rischio. Esistono piattaforme nazionali come IdroGEO, che integra il catasto frane IFFI, e il repertorio ReNDiS, che monitora gli interventi finanziati contro il dissesto. Non mancano, sulla carta, i canali di programmazione. Mancano semmai la continuità amministrativa, la capacità progettuale e la manutenzione ordinaria.

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha oscillato tra l’ambizioso coordinamento centrale di Italia Sicura (nato nel 2014) e la sua chiusura nel 2018, con il travaso delle competenze al Ministero dell’Ambiente e poi a Casa Italia. Il pendolo istituzionale ha prodotto l’effetto più temuto: perdita di memoria tecnica, ritardi nella progettazione, disallineamento tra fondi disponibili ed esecuzione. Lo dimostra una lunga stagione di risorse aperte a singhiozzo e cantieri partiti al rallentatore.

Sul fronte più recente, il PNRR e i capitoli complementari per la Protezione civile destinano alla Sicilia quote rilevanti (circa 63,7 milioni su alcune linee per la riduzione del rischio) e programmi FESR 2021-2027 prevedono assi specifici per il dissesto. Eppure la capacità di spesa resta diseguale: secondo un’analisi pubblicata il 28 gennaio 2026, su 115,8 milioni tra PNRR e altri fondi per rischio idrogeologico e alluvioni, la Regione avrebbe impegnato finora “solo un terzo” e Niscemi non figura nei 46 progetti finanziati. È uno scarto che racconta di progettazione insufficiente, uffici tecnici sotto organico, gare complicate, ricorsi, varianti e, spesso, la tentazione di destinare risorse a opere più “visibili” politicamente.

Intanto, nell’immediato post-evento, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza per le tre regioni colpite dal maltempo e stanziato 100 milioni per i primi interventi: la premier Meloni ha ribadito che si tratta di una “prima tranche”, promettendo un decreto mirato entro poche settimane. La Procura indaga; in Assemblea Regionale Siciliana è stato approvato un ordine del giorno che, con voto segreto, propone di riallocare risorse destinate al Ponte sullo Stretto verso la ricostruzione post-ciclone. Sono tutte mosse politiche che dicono due cose: la reazione c’è, ma la prevenzione non può ridursi a una corsa dopo il disastro.

È bene chiarire: non ci sono elementi che colleghino il MUOS all’innesco della frana. Le cause sono geologiche e idrauliche. Ma la coesistenza, nello stesso territorio, di un impianto militare strategico e di un centro abitato costruito su terreni ad alta suscettibilità dà la misura della fragilità della governance: la pianificazione territoriale deve mettere al primo posto la sicurezza dei cittadini, e questo significa investire in conoscenza del suolo, monitoraggio e scelte urbanistiche coerenti.