15 febbraio 2026 - Aggiornato alle 11:13
×

il punto

Niscemi, la collina che scivola e il terreno che si è abbassato di 50 metri: la situazione

Un fronte di terra lungo chilometri, case affacciate sul vuoto e un archivio digitale che racconta quanto siamo fragili: dentro l’emergenza e la mappa del rischio aggiornata da IdroGEO

28 Gennaio 2026, 22:26

22:28

Niscemi, la collina che scivola: quando la geologia riscrive la mappa di una città

Seguici su

Quel ciglio di strada dove fino a pochi giorni fa ci si fermava per guardare la Piana di Gela oggi è un precipizio: oltre l’asfalto, un vuoto che inghiotte, un gradino di terreno crollato in profondità. A Niscemi, nel quartiere Sante Croci, la terra ha preso a scivolare come una stoffa troppo tesa che si strappa, aprendo una ferita che corre per circa 4 chilometri e lasciando un abbassamento del terreno di decine di metri lungo la corona della frana. È uno scivolamento imponente, un fenomeno vivo, che interessa il margine occidentale del centro abitato e lambisce la SP10, costringendo all’evacuazione oltre 1.500 residenti e all’istituzione di una “zona rossa” di 150 metri lungo il ciglio instabile. Mentre i tecnici piazzano paline, droni e teodoliti, il paese trattiene il fiato e la scienza riordina i dati: l’evento è stato censito dall’ISPRA e pubblicato su IdroGEO, la piattaforma nazionale che incrocia inventari, mappe e indicatori per misurare il rischio in tempo reale.

Un territorio predisposto a muoversi

L’impianto geologico di Niscemi aiuta a capire perché questi dissesti non siano un fulmine a ciel sereno. L’abitato è posizionato su un pianoro con una scarpata netta a margine della città; affiorano sabbie con livelli di arenaria appoggiate su argille: una stratigrafia che, saturandosi d’acqua, offre piani di distacco e superfici di scivolamento favorevoli. È lo schema tipico delle frane per scivolamento su litotipi teneri: l’acqua infiltra, aumenta la pressione interstiziale, riduce la resistenza al taglio lungo il contatto sabbie-argille e il versante “cede” in blocco o per settori. Negli ultimi giorni, le precipitazioni legate al maltempo hanno saturato il suolo: “l’acqua è il motore del fenomeno”, osservano gli esperti della Protezione civile, sottolineando che la fase evolutiva dipenderà anche dal deflusso e dal graduale abbassamento della falda nel corpo di frana.

Non è la prima volta: la memoria locale conserva l’eco della frana del 12 ottobre 1997, che colpì gli stessi quartieri (Sante Croci, Pirillo, Canalicchio), lasciando macerie e feriti nell’identità urbanistica della città. Allora, come oggi, un boato e poi il terreno che si apre. Nel 2000 furono demolite 48 abitazioni e la settecentesca chiesa delle Sante Croci. Il precedente è scolpito anche negli atti e nella cartografia storica del rischio.

Una frana che non è “un punto”

A differenza delle frane localizzate, qui si muove un intero versante. Il fronte attivo di circa 4 chilometri ha generato salti di quota fino a 50-55 metri in alcuni tratti e impone interdizioni estese. La zona rossa di 150 metri lungo il ciglio è stata ampliata man mano che le misure strumentali e i sopralluoghi hanno evidenziato nuovi arretramenti. La stima degli sfollati ha superato quota 1.500 e, secondo la Protezione civile nazionale, per una parte di famiglie si profila la necessità di una delocalizzazione definitiva: “non sta crollando solo ciò che vediamo, ma l’intera collina scende verso la Piana di Gela”, ha spiegato il capo dipartimento Fabio Ciciliano, al termine di un sopralluogo con la componente scientifica del Centro di competenza.

Nel frattempo, la Procura di Gela ha aperto un fascicolo per disastro colposo, mentre la premier Giorgia Meloni ha sorvolato l’area il 28 gennaio 2026 e partecipato a una riunione operativa in Comune con il sindaco Massimiliano Conti e il prefetto Donatella Licia Messina. Il messaggio politico è doppio: sostegno immediato e promessa di tempi rapidi nelle decisioni, con l’impegno a non ripetere i ritardi del passato.

IdroGEO, IFFI e PAI: cosa raccontano le mappe

L’ISPRA sta censendo l’evento e lo ha inserito su IdroGEO, in collaborazione con Regioni e Province autonome, aggiornando la base conoscitiva dell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI) e supportando l’Autorità di bacino del Distretto Idrografico della Sicilia per gli aggiornamenti del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI). IdroGEO, accessibile anche da smartphone, consente di verificare la pericolosità e il rischio in un intorno di 500 metri da un punto dato, incrociando dissesti, elementi esposti e indicatori. È uno strumento operativo e pubblico, pensato per tecnici, amministrazioni e cittadini, con logica open data.

Il contesto nazionale, che aiuta a leggere il caso Niscemi, è chiaro: secondo gli ultimi dati IFFI, in Italia le frane censite superano le 684.000 e quasi 1,3 milioni di persone vivono in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata; il 94,5% dei comuni è esposto a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Le superfici classificate a maggiore pericolosità sono cresciute negli ultimi anni, complice la maggiore frequenza di piogge intense.

Il tempo lungo del rischio: da Sante Croci al 2026

La frana del 1997 non fu un’anomalia, e le cronache locali raccontano dissesti analoghi già alla fine del XVIII secolo. Dopo il crollo degli anni Novanta, interventi strutturali risolutivi sul versante non risultano essere stati realizzati: la dinamica dell’erosione e la natura dei terreni hanno continuato a “rosicchiare” il margine urbano, nonostante demolizioni e interdizioni. Nei giorni precedenti all’evento del 25 gennaio 2026, alcuni cedimenti avevano già indotto interruzioni viarie sulle provinciali della zona. È un promemoria severo sul valore della prevenzione e della manutenzione programmata del territorio.

Dentro la zona rossa: l’effetto domino su scuole, affitti, servizi

Nei quartieri prossimi alla scarpata franosa, la normalità si è spezzata: scuole chiuse (salvo plessi fuori area di rischio), viabilità spezzata, un’auto sospesa sul bordo del collasso divenuta immagine-simbolo della fragilità del margine. In poche ore, il palazzetto dello sport e altre strutture hanno accolto famiglie che hanno lasciato le case con poche cose. La pressione sugli affitti è salita, con episodi di speculazione segnalati dai residenti. Il centro storico ha perso i suoi belvedere: anche la piattaforma dedicata all’aviatore Angelo D’Arrigo non esiste più. È l’impatto materiale e sociale di una frana di scivolamento che, per estensione e profondità, cambia la geografia della città.

Monitoraggi, scenari e soglie

Nell’immediato, la priorità è il monitoraggio strumentale: estensimetri, inclinometri, rilievi con droni e satellitari, foto multiperiodo e misure topografiche ripetute. L’obiettivo è descrivere la cinematica del movimento, individuare i segmenti più attivi lungo il fronte e la testata, stimare la velocità e capire se si va verso una stabilizzazione temporanea o verso ulteriori arretramenti. L’ingresso di nuova pioggia o la permanenza di alti tenori di umidità (indicati dagli esperti attorno al 90% in suoli sabbiosi superficiali) sono fattori che possono prolungare la fase attiva. In parallelo, si lavora alla cartografia di dettaglio per l’aggiornamento del PAI, da cui dipendono scelte urbanistiche e programmi di intervento.

Sullo sfondo c’è l’ipotesi — per alcune porzioni del margine urbano — di una delocalizzazione con piani di ricollocazione definitiva, da modulare su criteri di sicurezza, sostenibilità economica e coesione sociale. La Protezione civile nazionale e regionale, insieme al Comune e alla Prefettura, hanno avviato un censimento puntuale degli aventi diritto all’assistenza.

Che cos’è una “frana di scivolamento” e perché la pioggia fa la differenza

Nel linguaggio tecnico, una frana di scivolamento è un movimento di massa che avviene lungo una superficie di distacco relativamente ben definita. Il corpo di frana si muove come un blocco (o per blocchi successivi) scorrendo lungo quella superficie, spesso concava, chiamata scivolamento rotazionale quando l’asse di rotazione è approssimativamente cilindrico. Il ruolo della pioggia è duplice: da un lato aumenta la saturazione e la spinta sull’interfaccia sabbie-argille, dall’altro erode canali e nicchie lungo il fronte, facilitando nuovi crolli localizzati. Nei terreni argillosi, la plasticità del materiale e il rigonfiamento per imbibizione possono accelerare il degrado meccanico. La gestione del deflusso superficiale e delle acque bianche in area urbana è dunque parte integrante della prevenzione. Questi principi, che i geologi utilizzano per leggere casi come Niscemi, stanno alla base dei criteri di pericolosità considerati da PAI e IdroGEO.