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l'approfondimento

Frana a Niscemi: perché è successo e cosa si può fare per contenerla

Cosa ha davvero innescato lo scivolamento e quali opere possono stabilizzare il versante senza promettere miracoli

29 Gennaio 2026, 17:50

Frana a Niscemi: analisi tecnica delle cause e delle possibili misure di contenimento

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Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio 2026, Niscemi ha contato ancora i “colpi” della collina. Boati secchi, ripetuti, come assestamenti. La pioggia persistente ha lavorato per ore nelle fratture del terreno, fino a far cedere altri lembi del fronte franoso. All’alba, i tecnici della Protezione civile e i Vigili del fuoco erano di nuovo in strada: sopralluoghi, rilievi strumentali, transenne. Il responso, prudente ma netto: nessun crollo “maggiore”, ma la frana è attiva e continua a muoversi verso sud. È una scena che racconta un rischio dinamico, più simile a un nastro trasportatore che non a un singolo crollo improvviso.

Dimensioni, cronologia, numeri

Il dissesto di Niscemi è diventato cronaca nazionale da domenica 25 gennaio 2026, quando il Comune ha avviato le prime evacuazioni e ha istituito una “zona rossa”. In poche ore, i residenti trasferiti sono passati da circa 500 a “circa 1000” il giorno successivo secondo il Dipartimento della Protezione Civile, fino a superare quota 1.500 tra il 27 e il 28 gennaio. Le strade provinciali SP10 e, in parte, SP12 sono state chiuse; le scuole sospese; il Centro Operativo Comunale attivato in modo permanente. Il fronte di frana, secondo i comunicati tecnici, si estende per circa 4 chilometri, con un abbassamento dell’orlo di decine di metri e un’evoluzione che ricalca (e in parte riattiva) un dissesto storico documentato il 12 ottobre 1997.

Non è un collasso qualsiasi: ISPRA descrive un grande scivolamento che interessa il margine occidentale dell’abitato, verso la Piana di Gela, con terreni di sabbie e livelli di arenaria poggianti su argille. La zonazione del Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI) indicava già l’area come P4 (pericolosità molto elevata) e con porzioni del centro urbano classificate R3–R4 (rischio elevato–molto elevato). È il motivo per cui l’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia ha preannunciato l’estensione di un’area di tutela – circa 25 chilometri quadrati a inedificabilità assoluta – mentre la “zona rossa” operativa sul ciglio resta di 150 metri.

Perché il versante ha ceduto

L’innesco meteorologico è noto: tra il 19 e il 22 gennaio 2026 la Sicilia è stata investita dal ciclone mediterraneo “Harry”, con piogge abbondanti e persistenti e venti di burrasca. Eventi che hanno portato allagamenti diffusi e frane in più province, con picchi pluviometrici e mareggiate eccezionali, specie sul versante ionico; ma l’entroterra del Nisseno non è rimasto immune. In questo quadro, i suoli già imbibiti sono passati oltre la soglia di saturazione: l’acqua infiltrata ha incrementato la pressione neutra nelle porosità delle argille e nei contatti sabbie/argille, abbattendo la resistenza al taglio lungo fragili piani di scivolamento preesistenti. La struttura litologica – sabbie e arenarie su argille impermeabili – è tra le più sensibili a fenomeni di scivolamento traslativo e rotazionale complesso, soprattutto laddove le acque di ruscellamento urbano non sono regimentate e si concentrano in canaloni e incisioni erosive.

Gli esperti della Società Geologica Italiana e geologi sul campo – tra cui Carmelo Monaco e Giuseppe Collura – sottolineano un punto chiave: non ci sono evidenze di una faglia attiva che abbia governato il collasso; piuttosto, si tratta della riattivazione (con ampliamento) di un corpo di frana già cartografato dal PAI 2006 (sigla 077-2NI-079), in un tessuto urbano che scarica sul versante acque di scorrimento incontrollate, accelerando l’erosione e predisponendo la rottura. In altre parole: il meteo ha fatto da miccia, ma la dinamica è sostanzialmente idrogeologica e geomorfologica.

Le altre frane del 1790, 1997, 2026

Niscemi non scopre oggi la parola “frana”. Nei documenti storici, movimenti del terreno sono citati già attorno al 1790; la cronaca moderna ricorda il 1997 (settore Sante Croci), quando il pendio fu interessato da una frana “di vaste proporzioni”. Quella memoria, tradotta in cartografia ufficiale con il PAI e nel Repertorio IFFI (l’inventario nazionale delle frane), era il presupposto per interventi di prevenzione che – come spesso avviene in Italia – hanno faticato a trasformarsi in cantieri incisivi e capillari di regimazione delle acque e stabilizzazione. L’IdroGEO di ISPRA, piattaforma pubblica che mappa pericolosità e rischi, già identificava livelli elevati di esposizione nel margine occidentale dell’abitato. Oggi quella mappa è lo strumento di riferimento per sovrapporre i danni e pianificare gli interventi urgenti e strutturali.

La notte dei boati 

Nelle ultime 24–48 ore le precipitazioni sono tornate insistenti sul Nisseno. A Niscemi, la notte tra 28 e 29 gennaio è stata segnata da più “boati” attribuiti ad assestamenti del fronte: un sintomo tipico della riattivazione localizzata di blocchi lungo la corona e il ciglio del dissesto. Sul posto, oltre agli operatori locali, le squadre della Protezione civile e i Vigili del fuoco: i sopralluoghi non hanno riscontrato crolli significativi, ma la valutazione del rischio resta alta e la “zona rossa” potrebbe essere estesa in base all’evoluzione. La viabilità, già fragile, è considerata il punto più delicato dai tecnici operativi.

Come si muove una frana come questa: tre livelli di cause

Le cause di primo ordine: la geologia del sottosuolo. La giacitura di sabbie/arenarie su argille imposta un contatto permeabile–impermeabile che, sotto carico idraulico, genera piani di scivolamento preferenziali. Il fenomeno è noto e documentato nella letteratura tecnica e nelle schede PAI locali.

Le cause di secondo ordine: la pioggia persistente e l’imbibizione dei suoli durante e dopo “Harry”. La durata dell’evento – non solo l’intensità – ha favorito l’innalzamento della falda sospesa e la saturazione degli strati sabbiosi, con incremento della pressione interstiziale e riduzione del coefficiente di sicurezza.

Le cause di terzo ordine: l’urbanizzazione di margine, la regimazione idraulica insufficiente e le opere viarie. Carichi e vibrazioni sono concausali, ma soprattutto contano le acque meteoriche convogliate senza adeguati dispositivi di drenaggio lungo le strade e i tetti, che si riversano sui versanti. I geologi in sito lo definiscono “disordine diffuso” delle acque di scorrimento.

Contenimento d’emergenza e monitoraggio

Davanti a un corpo di frana di kilometri e con abbassamenti di decine di metri, l’idea di “bloccare tutto” con muri e palificate è illusoria. Esistono però misure d’emergenza in grado di ridurre la pericolosità residua mentre si progetta la messa in sicurezza: gestione del rischio su persone e beni: mantenere e, se necessario, estendere la zona rossa di 150 metri; controllo accessi; evacuazioni mirate su edifici lungo il ciglio e nelle aree a R3–R4; piani di viabilità alternativa. Decisioni in capo a Comune, Prefettura, Protezione civile; monitoraggio multi-sensore: prismi topografici, GNSS continuo, InSAR satellitare, fotomonitoraggio e droni per tracciare velocità e accelerazioni del fronte; allertamento su soglie. Tecnologie già promosse da ISPRA e Autorità di Bacino per aggiornare PAI e IdroGEO in tempo quasi reale; drenaggio provvisorio: canalette e taglia-acque di superficie per intercettare il ruscellamento urbano e convogliarlo fuori dal versante instabile; tubi drenanti sub-orizzontali nelle porzioni argillose più superficiali laddove le condizioni geotecniche lo consentano. L’obiettivo è ridurre la pressione neutra e asciugare il “cuscino” lubrificato su cui scivolano gli strati sabbiosi; alleggerimenti localizzati: rimozione controllata di riporti e carichi non strutturali lungo il coronamento della frana; interdizione a carichi mobili pesanti (autocarri) in prossimità delle fessure principali; protezione dei fronti esposti: barriere leggere e rivestimenti antierosivi sulle nicchie di distacco per ridurre il rimaneggiamento durante le piogge, in attesa delle opere definitive.

Queste misure sono efficaci solo se inserite in un protocollo integrato di monitoraggio–manutenzione–prevenzione, governato in modo unitario tra Comune di Niscemi, Regione Siciliana (Autorità di Bacino, Protezione civile regionale), DPC e – per la parte tecnica – università e centri di ricerca.

Gli interventi strutturali possibili

Su orli instabili e corpi di frana estesi, le soluzioni non sono “standard”, ma un mix di opere idrauliche e geotecniche, da calibrare su un progetto esecutivo basato su sondaggi, prove in sito e modellazione: drenaggi profondi e pozzi dreno: quando la geometria del contatto sabbie/argille è chiara, pozzi e gallerie drenanti possono abbassare durevolmente la linea piezometrica. È un investimento significativo, ma spesso è l’unico modo per ridurre in modo stabile la spinta lungo il piano di scivolamento; berme di piede e contro-pesi in materiale sciolto (ghiaia, rockfill): laddove il piede del versante sia accessibile e non in piena area urbana, l’aggiunta di massa al piede migliora il coefficiente di sicurezza; è essenziale garantire la permeabilità della berma per non intrappolare acqua; rimodellamento dei pendii e riprofilatura delle scarpate: riduzione delle pendenze al valore compatibile con le caratteristiche geotecniche dei terreni; sistemazioni a gradonata con dispositivi di raccolta e smaltimento delle acque su ogni banca; opere di regimazione delle acque urbane: una rete di caditoie, vasche di laminazione, by-pass e collettori che separi le acque meteoriche dalle strade e dai tetti, impedendo che vengano scaricate sul versante; è il capitolo spesso trascurato che, da solo, può cambiare l’equilibrio stagionale del pendio; interventi “puntuali” su edifici: micropali e sottofondazioni possono salvare singoli fabbricati, ma non stabilizzano un corpo di frana di chilometri; vanno considerati solo dove la geometria locale e l’evoluzione temporale lo consentano e dopo aver messo in sicurezza il versante “di contesto”; rinaturalizzazione e gestione del suolo: tecniche di ingegneria naturalistica per proteggere il top-soil dall’erosione (biostuoie, talee, idrosemina), insieme a divieti d’uso dei terreni sensibili; filari e fasce vegetate funzionano solo se abbinate a drenaggi efficaci.

Per una parte del margine urbano – le case oggi “sul ciglio” – la soluzione più razionale sarà una delocalizzazione definitiva, da inserire in un programma di ricollocazione e recupero urbanistico che eviti di creare nuova vulnerabilità altrove. Decisione impopolare ma già prevista nei livelli R4 di rischio e coerente con il perimetro di inedificabilità annunciato dall’Autorità di Bacino.

Governance e tempi

La cabina di regia, oggi, è multilivello: il Dipartimento della Protezione Civile (capo dipartimento Fabio Ciciliano) coordina con Prefettura di Caltanissetta e Comune di Niscemi le fasi emergenziali e di monitoraggio; l’Autorità di Bacino aggiorna PAI e perimetri di tutela; ISPRA alimenta IdroGEO con dati e mappe; la Regione Siciliana attiva gli strumenti finanziari. A livello nazionale è in corso la decretazione d’urgenza per l’emergenza maltempo nel Mezzogiorno; stime preliminari parlano di prime risorse per la fase immediata, cui dovranno seguire i capitoli per gli interventi strutturali. L’aggiornamento cartografico è essenziale non per “fare carte”, ma per legare ogni euro a priorità P4/R4 e a interventi idraulici–geotecnici misurabili.

Quanta pioggia è bastata?

“Harry” è stato un evento di lunga durata e ampia estensione, con record di vento e mareggiate in più aree dell’Isola. In termini di pioggia, i massimi regionali sono caduti soprattutto sul versante orientale, ma la combinazione di suolo arido a fine 2025, poi imbibito da episodi di gennaio e quindi investito da precipitazioni persistenti, ha creato il contesto peggiore per pendii argillosi. È una lezione nota ai geotecnici: spesso non serve il “nubifragio estremo” sul punto; basta la cumulata su più giorni che satura i livelli sabbiosi superficiali sopra un’argilla poco drenante.