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il caso

Il triplice omicidio di Montagnareale rimane un mistero: molti interrogati, nessun indagato. La chiave nel ruolo del più anziano

Tre corpi a distanza di 30 metri, tutti vestiti da caccia, tutti colpiti (non crivellati) da arma da fuoco compatibile con il fucile che ognuno di loro aveva accanto

30 Gennaio 2026, 12:35

04 Febbraio 2026, 08:42

Il triplice omicidio di Montagnareale rimane un mistero: molti interrogati, nessun indagato. La chiave nel ruolo del più anziano

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Erano andati a caccia i due fratelli Pino, Davis e Giuseppe (di 26 e 44 anni). Questa è l’unica certezza nel mistero dei tre cadaveri trovati nei boschi di Montagnareale. Erano partiti da San Pier Niceto e, dopo aver percorso una serie infinita do curve, sono arrivati sui Nebrodi. A Montagnareale c’è un'ampia campagna che è ideale per la caccia al cinghiale.

La caccia pare essere stato l’unico diversivo a una vita fatta di famiglia, lavoro e attività religiosa, tra le file dei testimoni di Geova: «Non li incontravi neanche al bar. Solo la scorsa settimana, invece, sistemavano un paio di mattonelle in piazza», racconta il sindaco di San Pier Niceto, Domenico Nastasi.

Un paesino abbarbicato sui monti, di appena 2.500 anime, qui si conoscono un po' tutti da sempre, e il primo cittadino ne è certo: «Erano dei bravi ragazzi, può essere stata solo una casualità, non so di che tipo, ma di certo non avevano nemici, erano persone pulite, riservate ma allo stesso tempo integrate nella nostra comunità». Avevano preso in mano le redini della ditta edile del padre e raramente si concedevano un po' di svago».

Mercoledì mattina il loro destino ha incrociato quello di Antonio Gatani, l'82enne originario di Montagnareale. Lì era nato ma poi si era trasferito a Patti, e andava spesso a Librizzi, paese confinante con Montagnareale, perché lì vive il figlio, meccanico.

Anche Gatani è oggi ricordato con dolore: «La perdita di un padre spegne un frammento di cuore eternamente». I messaggi di condoglianze riempiono la bacheca social del figlio. Mentre il sindaco di Librizzi, Renato Blasi, racconta: «Era un uomo tranquillo, ogni tanto usciva in gruppo a caccia, strano che fosse solo, perché i cinghiali possono essere molto pericolosi».

Sono tanti gli interrogativi che affollano la mente di parenti e amici in queste ore. Cercano di dare una risposta. Lavorano intensamente anche i carabinieri e la magistratura di Patti. Sono tutti abbottonatissimi, non vogliono dare indicazioni non attentamente verificate. Domani verrà effettuata anche una Tac sui tre corpi. 

Angelo Cavallo, capo della procura di Patti, è a un passo dall'andare via: tra poco andrà a guidare la procura di Termini Imerese. Proprio sul finire del suo mandato a Patti, lo travolge un nuovo giallo, il primo era stato la vicenda di Viviana e Gioele, nell'estate del 2020. Madre e figlio erano scomparsi e per un mese il procuratore si ritrovò addosso l'attenzione di tutta la stampa nazionale. Questo triplice omicidio lo trasporta di nuovo sotto i riflettori. Proprio un attimo prima di chiudere il suo mandato. E non si sbilancia, mentre attende il risultato degli esami balistici del Ris e l'esito dell'autopsia che farà il medico legale, Giovanni Andò.

Solo dopo si dipanerà quello che è un vero e proprio mistero: c'era una quarta persona? Per tutta la giornata di ieri, Cavallo ha dovuto smentire la notizia che ci fosse un sospettato. Al momento, quindi, non c'è nessun indagato. Ad essere stati interrogati sono stati in tanti. Tra questi, anche il ragazzo sul motocross che passando da lì ha notato i tre cadaveri nel pomeriggio di mercoledì, quando ha lanciato l'allarme, chiamando il 112. Tre corpi a distanza di 30 metri, tutti vestiti da caccia, tutti colpiti (non crivellati) da arma da fuoco compatibile con il fucile che ognuno di loro aveva accanto. Cadaveri immersi in un bagno di sangue e avvolti nel mistero.