31 gennaio 2026 - Aggiornato alle 07:00
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Le ragioni del Sì

Referendum sulla Giustizia, Giuffrè: «La riforma ribadisce l’indipendenza del giudice e addirittura rafforza quella del pm»

L'intervista al membro laico del Csm. «Separare le carriere sul piano costituzionale significa allineare l’Italia agli standard delle democrazie liberali, rafforzando le libertà e i diritti dei cittadini»

31 Gennaio 2026, 01:45

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Parte da oggi uno spazio dedicato alla riforma costituzionale della giustizia. Un percorso che accompagnerà i lettori verso il Referendum del 22 e del 23 marzo. Due interviste sui due fronti, due volte a settimana, con dei "tecnici" della materia: giuristi, accademici del diritto, avvocati, magistrati. Una scelta d'informazione e formazione per arrivare preparati al voto. 

«La riforma della giustizia non mette a rischio l'indipendenza della magistratura». Netto il chiarimento di Felice Giuffrè, giurista, costituzionalista, professore dell'Università di Catania e membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura. 

Professore, la prima domanda è semplice: perché votare Sì a questo Referendum?

Perché non è una riforma punitiva, né ideologica, ma una soluzione tecnica e di garanzia. Completa un percorso costituzionale avviato da decenni: con il passaggio al processo accusatorio nel 1988 e con la riforma dell’art. 111 della Costituzione nel 1999, che hanno consacrato il giusto processo e la parità delle armi. Separare le carriere sul piano costituzionale significa allineare l’Italia agli standard delle democrazie liberali, rafforzando le libertà e i diritti dei cittadini.

Questa riforma mina davvero l’indipendenza della magistratura?

Assolutamente no. L’indipendenza non deriva dall’unità delle carriere, ma dalle garanzie costituzionali. La riforma elimina una evidente incrostazione di matrice autoritaria, residuo del modello processuale inquisitorio. Durante il Fascismo, l’allora Ministro della Giustizia Dino Grandi, nella relazione al Re per l’approvazione della legge sull’Ordinamento Giudiziario del 30 gennaio 1941, affermava che “superata la separazione fondamentalmente errata tra i poteri dello Stato e subentrata la concezione di una differenziazione di funzioni, non sarebbe più concepibile nello Stato moderno una netta separazione tra magistratura richiedente, partecipe della funzione esecutiva e magistratura giudicante, da quella nettamente distinta…” Ebbene,  con la riforma si ribadisce l’indipendenza esterna e interna del giudice e addirittura si rafforza quella del pubblico ministero rispetto ad oggi, chiarendone però la corretta posizione nell’ordinamento democratico e il suo ruolo naturale nel processo.

La separazione delle carriere: perché ora?

La distinzione delle funzioni non basta più. Serve una separazione delle carriere con percorsi professionali, di formazione e di autogoverno distinti, coerenti appunto con il processo accusatorio e con la terzietà del giudice.

Lo sdoppiamento del CSM: cosa significa?

Se funzioni e carriere della magistratura giudicante e requirente devono essere separate, devono essere naturalmente distinti anche i rispettivi organi di governo autonomo.  Lo sdoppiamento riduce conflitti di interesse, i condizionamenti reciproci e le dinamiche correntizie, rafforzando l’indipendenza del singolo magistrato e le garanzie del cittadino nel processo.

Perché il sorteggio?

Il sorteggio dei togati è una misura forse amara, ma necessaria contro il correntismo e del resto – come ha chiarito la Corte costituzionale nella sentenza n. 142 del 1973 - il CSM non è un organo rappresentativo dei magistrati, né tanto meno la proiezione istituzionale della vocazione “politica” di alcune correnti della magistratura. Il sorteggio serve, dunque, a spezzare l’improprio legame tra le correnti e l’organo di governo autonomo, garantendo il singolo magistrato dalla invadenza della magistratura associata.

Perché l’Alta Corte?

Perché non può esistere una giurisdizione disciplinare senza un giudice strutturalmente terzo. L’Alta Corte assicura terzietà, autonomia e credibilità del sistema disciplinare.

Il pubblico ministero ne esce indebolito?

No. Ne esce rafforzato sul piano costituzionale, con autonomia e indipendenza espressamente garantite direttamente nel nuovo art. 104 Cost.

Il pm diventerà un super poliziotto?

No, affatto. Serve una cultura del processo, non una confusione dei ruoli. La parità delle armi è il vero presidio delle garanzie per le libertà e per i diritti del cittadino.

Ci sono rischi di controllo politico?

In alcun modo ci potrà essere controllo politico sul PM. Il Governo non nomina i componenti del CSM, né dell’Alta Corte, e la maggioranza di questi organi sarà sempre composta da componenti togati. Parlare di derive autoritarie è del tutto fuori luogo, non vi è alcun appiglio normativo per affermare cose del genere.

La riforma renderà la giustizia più giusta?

Sì, perché rafforza le garanzie per il cittadino e riduce il rischio di errori giudiziari derivanti da eccessiva contiguità tra accusa e giudice.

Ci saranno meno errori giudiziari?

Nessuna riforma rende infallibile il sistema, ma un assetto che rafforza terzietà e garanzie è un sistema più attento ai diritti e alle libertà. Questa è la cosa più importante in uno Stato democratico di diritto.