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il disastro

Niscemi, la collina che cammina: scuole riaperte, psicologi in classe e una città che cerca un nuovo equilibrio

Alunni di nuovo tra i banchi, mentre la “zona rossa” resta interdetta e oltre mille residenti sono fuori casa

02 Febbraio 2026, 07:59

Niscemi, la collina che cammina: scuole riaperte, psicologi in classe e una città che cerca un nuovo equilibrio

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A Niscemi, la frana - lunga 4 chilometri e alta fino a 50 metri - ha strappato al paese una porzione di versante e di quotidianità. Da oggi, lunedì 2 febbraio, le lezioni riprendono: 17 aule sono state trasferite in plessi alternativi, squadre di psicologi affiancheranno studenti e insegnanti, mentre i plessi Belvedere, Don Bosco e San Giuseppe resteranno chiusi perché dentro la zona rossa. Intorno, più di 1.000 persone non sono rientrate a casa e una collina “che cammina” costringe tutti a rimettere in discussione mappe e abitudini.

Cosa riapre e cosa no: la scuola come primo segnale di normalità

Il Centro di Coordinamento Soccorsi ha dato il via libera alla riapertura: le lezioni riprendono lunedì 2 febbraio 2026, con il trasloco concluso di 17 aule in edifici sicuri individuati dal Comune. In parallelo, è prevista l’assistenza psicologica in classe, con il coinvolgimento degli specialisti dell’Asp di Caltanissetta e dei team di Save the Children. Restano chiusi i plessi Belvedere, Don Bosco e San Giuseppe, ricadenti nell’area interdetta: qui il terreno continua a cedere a causa delle piogge persistenti e l’accesso è vietato. Per i bambini dei plessi inagibili è stata predisposta l’accoglienza in altre scuole del territorio, senza doppi turni: la priorità è garantire continuità didattica e sicurezza.

La frana: numeri, geologia e un fronte che si muove

Il fenomeno si è riattivato nel primo pomeriggio di domenica 25 gennaio 2026, spingendo le autorità a istituire una zona rossa profonda 150 metri dal ciglio del crollo. Le stime sugli sfollati oscillano: le prime evacuazioni hanno riguardato circa 500 residenti, saliti poi a 1.309 nelle liste ufficiali della Protezione Civile e fino a circa 1.500 secondo un conteggio più ampio delle persone costrette a lasciare le case. La natura del terreno – strati argillosi e limosi a bassa resistenza – associata a piogge intense legate al ciclone Harry ha favorito un movimento di scorrimento planare: un’“intera collina che scende verso la piana di Gela”, come ha sintetizzato il capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano. L’instabilità resta un fatto: in alcuni tratti il fronte non si è mosso per ore, ma bastano nuove precipitazioni per produrre distacchi e crolli lungo il margine. Tra gli edifici più a rischio anche la biblioteca “Angelo Marsiano”, con migliaia di volumi di storia siciliana.

Sullo sfondo, il dato che inquieta: dentro i primi 50 metri dal ciglio le case sono considerate irrecuperabili; all’interno dei 150 metri la regola è l’evacuazione. È uno spazio che non è più abitazione ma cuscinetto di sicurezza, un confine mobile che arretra quando arretra il coronamento della frana.

La frana ha compromesso la viabilità urbana e provinciale (tra cui le SP10 e SP12 in diversi tratti e accessi), ha interrotto per ore il gas e messo a dura prova le reti idriche e fognarie: l’assenza di un drenaggio efficace nell’area più antica del centro storico è un tema tornato con forza nel dibattito pubblico. Nel quartiere Sante Croci e lungo il Belvedere si sono registrati crolli parziali e cedimenti progressivi di edifici già in bilico; la zona rossa comprende anche l’area che scende verso il torrente Benefizio e la contrada Pirillo. I Vigili del Fuoco hanno effettuato centinaia di accompagnamenti controllati per consentire a famiglie evacuate di recuperare effetti di prima necessità, ma l’accesso è vietato entro i primi 50 metri dal ciglio per l’estrema pericolosità

Le valutazioni di Fabio Ciciliano sono nette: «Alcune abitazioni prospicienti il fronte non potranno essere più abitate». Le immagini dei rilievi aerei mostrano un movimento di massa che coinvolge l’intero costone, non solo le case in prima linea. Il confronto pubblico è acceso: parte dell’opposizione chiede valutazioni sul ruolo di chi ha governato la Regione Siciliana e sulle politiche di prevenzione; il Governo centrale richiama l’urgenza di fondi e procedure rapide. La Commissione di studio voluta dal ministro Musumeci dovrà rispondere a tre domande chiave: quali cause (tra piogge estreme, vulnerabilità del sottosuolo, carenze di drenaggio e carico edilizio), quale evoluzione è più probabile a breve/medio termine, quale rischio residuo resterà anche dopo gli interventi. Al di là della contesa politica, il punto è pratico: servono una rete di monitoraggio continua (satelliti, sensori, radar interferometrici), opere di drenaggio delle acque superficiali e sotterranee, consolidamenti mirati e un piano di delocalizzazione per le famiglie collocate entro i margini non più abitabili.