Le ragioni del Sì
Riforma della Giustizia, Manes: «Il giusto processo si realizza solo con la separazione ordinamentale delle carriere»
L'intervista al professore del dipartimento di scienze giuridiche dell'Università di Bologna
Continua lo spazio dedicato alla riforma costituzionale della giustizia. Un percorso che accompagnerà i lettori verso il Referendum del 22 e del 23 marzo. Due interviste sui due fronti, due volte a settimana, con dei tecnici della materia: giuristi, accademici del diritto, avvocati, magistrati. Una scelta d'informazione e formazione per arrivare preparati al voto.
«Il giusto processo si realizza appieno solo attraverso la separazione ordinamentale delle carriere». Per il professore Vittorio Manes, ordinario del dipartimento di scienze giuridiche dell'Università di Bologna e difensore di molti politici siciliani, la separazione delle carriere nella magistratura è uno dei punti nodali e cruciali della riforma costituzionale.
«Non riesco a comprendere, sotto questo profilo, le critiche, che peraltro mi paiono molto contraddittorie, perché da un lato denunciano che la riforma indebolirebbe la funzione del pubblico ministero e la sua indipendenza, e dall’altro evocano il rischio di un pubblico ministero “superpoliziotto”. Critiche che si contraddicono tra loro. Io credo che la riforma responsabilizzerà maggiormente il pubblico ministero, che dovrà verificare con maggior scrupolo le ipotesi di accuse prima di presentarle ad un giudice davvero “terzo”, e credo che rafforzerà molto la magistratura giudicante, consentendole di riappropriarsi con pienezza del proprio ruolo. Quindi la riforma non è assolutamente “contro i giudici”, come alcuni slogan vorrebbero far credere: è a favore della maggiore responsabilizzazione della magistratura e a favore, soprattutto, delle libertà e garanzie dei cittadini».
Professore: votando Sì al referendum si concretizza la separazione delle carriere in magistratura. Cosa significherà?
«La separazione delle carriere è una riforma di chiara ispirazione liberare, finalizzata a tutelare maggiormente le garanzie dei cittadini. La distinzione strutturale è genetica tra chi accusa, ossia il pubblico ministero, e chi deve giudicare la fondatezza o meno dell’accusa, ossia il giudice, è chiaramente una maggiore tutela, perché colloca il giudice in una posizione di effettiva distanza e “terzieta’” rispetto all’accusa. Oggi non è così, perché pubblico ministero e giudice condividono appunto la stessa carriera, accedono alla magistratura attraverso lo stesso concorso, sono assoggettati al medesimo organo di autogoverno, il consiglio superiore della magistratura. E come se l’arbitro di una parità di calcio vestisse la stessa maglia della squadra avversaria: ciascun giocatore avrebbe dubbi sulla sua effettiva imparzialità».
La mancata separazione era un ostacolo al giusto processo?
«Certamente, il giusto processo si realizza appieno solo attraverso la separazione ordinamentale delle carriere, ed è una riforma coerente con il modello accusatorio, che dunque porta a compimento il modello accolto nel nostro codice: il processo di parti che vede contrapposte accusa e difesa di fronte ad un giudice “terzo e imparziale”, come vuole l’articolo 111 della Costiuzione, che troverà dunque definitiva attuazione e completamento con la separazione. Ma questa riforma liberale non è solo coerente con la nostra Costituzione, è coerente anche con la stragrande maggioranza degli ordinamenti europei, che adottano la separazione delle carriere, considerato - per così dire - quasi un “golden standard”».
L'Anm focalizza il pericolo che la separazione porti alla creazione di un pm superpoliziotto. Come risponde?
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