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Niscemi, il piano del 2010 che ha salvato mezza città, ma l’altra metà cade a pezzi

Dopo la frana del 1997 il progetto del Comune per consolidare il versante ovest. Il geologo: quell’intervento ha evitato esiti peggiori

04 Febbraio 2026, 05:37

Niscemi, il piano del 2010 che ha salvato mezza città, ma l’altra metà cade a pezzi

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Non è vero che a Niscemi non si è fatto assolutamente niente per trent’anni dopo la grande frana del 1997. Quel poco che è stato realizzato, anzi, potrebbe avere salvato il paese da esiti ancora peggiori.

Ne è convinto Pietro Todaro, geologo palermitano, che tra 2009 e 2010 firmò un progetto per il versante ovest del paese nisseno che fu seguito da alcuni interventi di consolidamento: canalizzazione delle acque bianche e nere, realizzazione di strutture di terre armate a supporto della scarpata. «Il nostro fu uno dei pochi lavori fatti in 30 anni e probabilmente ha salvato un pezzo di paese», dice oggi Todaro.

Nel 2010 il geologo realizza il progetto esecutivo di "Stabilizzazione del versante Ovest della città di Niscemi". A commissionarlo è il Comune, allarmato dai vari Piani di assesto idrogeologico che a partire dal 2000 hanno messo nero su bianco gli enormi rischi di cui è circondato il paese: «87 dissesti, di cui 83 attivi, principalmente dovuti a erosione accelerata», si legge nel Pai di 26 anni fa. L'amministrazione bandisce un appalto che viene aggiudicato alle società Med Ingegneria e Sud Progetti. Todaro viene coinvolto come esperto esterno e mette la firma sia sul piano di interventi da mettere in atto, che sulla relazione geotecnica che nel 2014 dà conto di quanto effettivamente realizzato.

Il versante ovest non è quello della frana del 1997. Ma è stato oggetto nel tempo di altri smottamenti. Da ultimo, quello del 16 gennaio 2026 che ha costretto a interdire la strada provinciale 12 che passa a valle del paese. Cinque giorni dopo sul lato sud parte il grande smottamento di cui mezza Europa parla. Il disastro di oggi ricalca quello del 1997, ma si allarga a dismisura su un fronte di cinque chilometri: parte dallo stesso versante meridionale e si prende anche un pezzo del lato occidentale. Ma non tutto. Buona parte del ciglio Ovest del paese non crolla. I segni dei movimenti franosi si vedono sul terreno, ad esempio al cimitero si aprono delle crepe. Mentre più a valle dello stesso versante la terra frana sulla strada provinciale 12. Ma il bordo del paese che si affaccia sulla scarpata e resiste ricalca in parte proprio gli interventi svolti tra 2010 e 2012, che riguardarono il cimitero, l'area cosiddetta dell'ex cava Saita e lo strapiombo sotto via Verdi.

A valle del cimitero cittadino, in un'area ad alto rischio idrogeologico, nel passato si era dato addirittura autorizzazione a una cava di argilla da cui venivano prodotti tegole e catusi di terracotta. «Siamo intervenuti per chiuderla e riempirla - racconta Todaro - così come nel vallone sotto via Verdi abbiamo lavorato per mettere in sicurezza l'area». Vengono realizzati, in particolare, interventi con terre armate, cioè strutture di contenimento che aumentano la resistenza del terreno consentendo la realizzazione di scarpate molto ripide. E ancora vengono progettati innesti di terre chiodate e georeti, trincee drenanti, inerbimento e rinverdimento. Una serie di azioni che si sarebbe dovuta attuare su tutto il fronte Ovest di Niscemi, ma anche su quelli Sud e Nord, perché la conformazione del terreno è sempre la stessa. E le cause esogene che accentuano il dissesto pure. «Anche qui - si legge nella relazione geotecnica del 2014 relativamente alla situazione sottostante via Verdi e via Gagliani - il pericolo di frana dipendeva da due fattori interattivi e subordinati: un'intensa azione erosiva di acque bianche ruscellanti provenienti dal bacino urbano dei quartieri Purgatorio, Madrice e, in subordine, Vacirca», che finivano «alla base della scapata che ne era impulsivamente erosa e scalzata». E poi «le caratteristiche morfologiche, litologiche, stratigrafiche e geotecniche dei terreni che costituiscono l'ossatura della scarpata stessa».

D'altronde, che la gestione sconsiderata delle acque sia centrale in tutte le frane che hanno colpito Niscemi negli anni è ormai elemento chiaro. E non a caso è lo stesso tema su cui anche il procuratore capo di Gela Salvatore Vella ha detto di «prestare molta attenzione» nell'indagine in corso.

Ultimati i lavori nel 2012, viene previsto un piano di monitoraggio geotecnico-strutturale delle opere, mediante l'inserimento di vetrini, assestimetri e inclinometri, tutti strumenti adatti a misurare eventuali spostamenti del terreno. E proprio sulla base di questa previsione di controllo, «estendendola al controllo globale e interattivo di tutto il versante, delle terre armate di contenimento e degli edifici, la cui stabilità è da valutarsi nel tempo», si decide di evitare l'abbattimento di tutti gli edifici dell'area oggetto dei lavori, inizialmente previsto. Ma il monitoraggio da parte dell'ufficio tecnico comunale dura un anno e mezzo. Poi l'attrezzatura finisce nel dimenticatoio. «Sarebbero servite letture regolari per anni», sottolinea oggi Todaro. E non solo quelle.