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la storia

Da ingiustizie a gesto di solidarietà: a Gela una casa gratuita per la famiglia di Niscemi

Santi Ventura e Egle Scalia offrono un'abitazione ad una famiglia sfollata: solidarietà concreta e appello alla responsabilità collettiva

04 Febbraio 2026, 09:38

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Da ingiustizie a gesto di solidarietà: a Gela una casa gratuita per la famiglia di Niscemi

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Nei giorni segnati dalla tragedia che ha colpito Niscemi, c’è chi ha scelto di trasformare lo sgomento in un gesto concreto.

A Gela, una coppia, Santi Ventura e la compagna Egle Scalia – insieme alla sorella di lei Patricia e al cognato Saverio Palumbo – ha deciso di mettere gratuitamente a disposizione una casa di loro proprietà per una famiglia niscemese rimasta senza un luogo sicuro dove vivere.

Un’offerta nata quasi in silenzio, senza proclami, che in poche ore ha trovato risposta: «Il messaggio ha viaggiato, ha incontrato sensibilità e umanità. Oggi quella casa ha trovato chi la abiterà». Vi abiteranno l’insegnante Maria Iannì, la figlia e la nonna che hanno perso la casa per la frana.

La decisione arriva in un momento tutt’altro che semplice per i tre niscemesi.

Santi Ventura sui social racconta di aver vissuto, nell’ultimo mese, una serie di ingiustizie e tentativi di inganno «da parte di chi avrebbe dovuto tutelarli». «Pretendevano di pagare 48 mesi di lavoro con appena 10 mesi di fatture», racconta. Una vicenda che avrebbe potuto generare amarezza, chiusura, diffidenza. E invece ha prodotto l’opposto: un gesto di apertura.

«Continuiamo a credere che l’unica risposta possibile sia il bene. Alla truffa rispondiamo con la solidarietà, all’arroganza con l’accoglienza, alla chiusura con porte aperte». Da qui nasce anche un appello ai concittadini, un invito a fermarsi un attimo e interrogarsi su ciò che ciascuno può fare.

«I gelesi, i più fortunati, che donano un euro o cinquanta centesimi, possono scegliere di aprire le porte come abbiamo fatto noi, gratuitamente, a chi oggi rischia di perdere tutto o lo ha già perso».

Un gesto che diventa simbolo e monito: le comunità si salvano così, non voltandosi dall’altra parte ma costruendo reti di cura, trasformando la paura in responsabilità e la fragilità in forza condivisa. Insieme.