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Caltagirone

Suicidio del femminicida: condannati 2 agenti penitenziari

Suicidio in carcere dopo l'omicidio della moglie, la Gup condanna due agenti a 3 mesi e 3 giorni con pena sospesa per perquisizione insufficiente in cella singola sotto massima sorveglianza. Assolti altri due colleghi

06 Febbraio 2026, 21:15

Suicidio del femminicida: condannati 2 agenti penitenziari

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Quel suicidio in carcere poteva essere evitato attraverso una più accurata perquisizione del detenuto, che era stato trasferito in una cella singola, e senza suppellettili, in regime di grande e/o grandissima sorveglianza, proprio perché si temeva che potesse commettere un gesto grave e irreversibile.

Queste le conclusioni a cui è giunta la Gup del Tribunale di Caltagirone, Desirée Augusto, che ha condannato per omicidio colposo, a 3 mesi e 3 giorni di reclusione ciascuno, con sospensione condizionale della pena e non menzione nel certificato del casellario giudiziale, due agenti di polizia penitenziaria per il suicidio, avvenuto nella casa circondariale di Caltagirone il 14 agosto 2020, di Giuseppe Randazzo, il ceramista 50enne che il giorno prima aveva ammazzato la moglie da cui era in procinto di separarsi, la 46enne operatrice socio-sanitaria Catya Di Stefano, al culmine di una violenta colluttazione nell’androne del condominio di via Pietro Mascagni in cui la coppia aveva vissuto (la donna morì per soffocamento).

L’indomani, probabilmente non reggendo al rimorso, l’uomo, nel frattempo arrestato dagli agenti del locale commissariato di polizia e portato in carcere, si impiccò trasformando in un cappio il laccio dei propri pantaloncini. I due poliziotti penitenziari dovranno altresì risarcire i danni patiti dalle parti civili, da liquidarsi in un separato giudizio. La giudice, davanti alla quale si è svolto il processo con il rito abbreviato, ha invece assolto “per non avere commesso il fatto” i loro due colleghi che rispondevano dello stesso reato e che non sono stati, pertanto, riconosciuti responsabili di mancata diligenza nell’assolvimento dei propri doveri.

Il pubblico ministero Samuela Lo Martire, al termine della propria requisitoria, aveva chiesto per i primi due la condanna alla pena di un anno di reclusione già ridotta di un terzo per il rito, mentre per gli altri due aveva sollecitato l’assoluzione.

Il collegio difensivo era formato dagli avvocati Giancarlo e Cristina Crispino, Giovanni Di Martino, Pietro Marino e Fabio Bennici, mentre le parti civili, vale a dire i diversi familiari del femminicida-suicida, erano rappresentate dagli avvocati Carmelo Garziano, Filippo Lo Faro, Maria Bizzini, Francesco Villardita e Salvo Barone.