mazzarona
Il “Parco delle sculture” fantasma: 600 mila euro tra ruggine e vandali
A dieci anni dal progetto europeo “Rebuilding the future”, lungo la ciclabile restano solo rottami corrosi dal mare e opere rubate. L’idea di riqualificare la periferia con l’arte si è trasformata in un caso politico e sociale
Resta ancora qualche traccia delle 10 sculture che nel 2015 furono disposte lungo la pista ciclabile alle spalle della Mazzarona, ma è ferraglia nascosta dall’erba e battuta dal vento salato. Ormai i rimasugli di quelle sculture sono medaglie al disonore sul petto della città, in parte distrutte, altre smontate e rubate dopo poco tempo.
Eppure il progetto era sfavillante, “Rebuilding the future”, 600 mila euro piovuti dall’Unione Europea per riqualificare e far rinascere l’estrema periferia di Siracusa, un “Parco delle sculture” che avrebbe dovuto piantare nella terra brulla dietro i palazzoni o a due passi dalla scogliera i manufatti di 10 artisti – pagati – che nelle intenzioni dell’amministrazione di allora – Giancarlo Garozzo sindaco, Francesco Italia assessore alla Cultura – avrebbero indotto curiosi e turisti a visitare il quartiere e ad ammirare le opere d’arte, oltre ad integrare il bello nella periferia.
Ma se oggi a qualche abitante della zona si chiede cosa pensi di quell’iniziativa, la riposta è una mano che indica lo squallore di una periferia che sembra abbandonata a se stessa – nonostante i lavori di messa in sicurezza di una parte, solo una parte, delle palazzine più ammalorate – e una sequenza di parolacce per quei “600 mila euro buttati al vento”, perché anche un bambino lo capiva che piazzare del ferro in riva al mare significava rovinarlo nel giro di niente.
Le installazioni in effetti furono fin da subito oggetto di vandalismo, dapprima sfregiate, incise, usate come arrampicatoi, piegate, dileggiate dai più e infine, in alcuni casi, smontate in pezzi e rubate per essere rivendute o finire come pezzi d’arredamento nei salotti di qualcuno, più per vanto che per amore dell’arte.
Quello che doveva e poteva essere un museo a cielo aperto, divenne nel giro di mesi e poi di anni un cimitero dell’arte, una scommessa basata sull’idea che il bello possa salvare le periferie e nobilitarle, rinvigorirle di visitatori e turisti, ma che forse non aveva tenuto conto dell’ammaloramento delle strutture e del loro inevitabile deteriorarsi senza una seppur saltuaria guardiania ma soprattutto senza una manutenzione che potesse salvaguardarle dal passare del tempo e dalle intemperie.
Alcune opere sembrano ancora resistere, coperte dalla sterpaglia, quelle non vandalizzate o rubate a pezzi, nonostante tutto, come frammenti caduti dal cielo casualmente in uno dei quartieri che manifesta un disagio sociale ed economico da record, e che fin dall’inizio (non tenendo conto della destinazione vincolata dei fondi europei) lamentò che la bellezza e l’arte sono meravigliose, ma che tutto intorno i palazzi cadevano (e in certi casi ancora cadono) a pezzi.
Secca la valutazione del professor Paolo Giansiracusa, storico dell’Arte, che sintetizza come non sia “questione di idee ma di priorità”: “se una persona è affamata non cominci con la torta, ma con la pasta e il pane”. Quel quartiere va prima risanato dal punto di vista sociale. L’abbellimento non è la prima cosa. Se nascesse insieme al bene, ok, ma se nasce come orpello aggiuntivo non va bene. Non solo: “Le cose essenziali in quella zona erano e sono, per esempio, i momenti di aggregazione”. “Se piazzi una scultura di ferro in un luogo che ha bisogno di altro, viene percepita come un’altra cosa inutile. Fate piuttosto centri sociali, biblioteche, ludoteche, luoghi di ritrovo”, tutto ciò che serve a far diventare un luogo abitato, comunità.