Tra cronaca e storia
Il racconto di chi ha iniziato «quella corsa contro il tempo per salvare il maxiprocesso»
Quarant'anni dal mega processo contro Cosa nostra: il lavoro di Giordano e Grasso e il ruolo decisivo dei pentiti nel svelare l'organizzazione
Ci fu un momento nell’estate del 1988 in cui il celebre Maxiprocesso apertosi giusto 40 anni fa, il 10 febbraio 1986, e che si era concluso il 16 dicembre del 1987 con 346 condanne e 19 ergastoli, stava per affondare, quasi demolito, perché le motivazioni della storica sentenza contro la mafia tardavano ad essere depositate. Un ritardo, che se si fosse verificato, avrebbe provocato uno slittamento del processo d’appello e la scarcerazione di un centinaio di imputati per la scadenza dei termini sulla custodia cautelare. Era un momento cruciale e pericoloso che avrebbe vanificato anni di lavoro di forze dell’ordine e magistrati e che per la prima volta (dopo i flop dei grandi processi a Bari e a Catanzaro e che si erano conclusi con l’assoluzione della gran parte degli imputati con la famosa formula “per insufficienza di prove”) aveva portato a severissime condanne e svelato e confermato l’esistenza di Cosa Nostra, grazie alla collaborazione di boss pentiti come Buscetta, Contorno e tanti altri.

A scrivere quelle motivazioni, migliaia e migliaia di pagine, erano però soltanto due magistrati, il presidente del Maxi Alfonso Giordano (che da civilista accettò l’incarico di presiedere quella Corte che tanti suoi colleghi del penale con scuse a volte ridicole rifiutarono) e il giudice a latere Pietro Grasso. Avevano trascorso più di due anni della loro vita dentro quell’aula bunker affollata di imputati, forze dell’ordine, pubblico, giornalisti e ancora non ne erano usciti per completare la stesura delle motivazioni della storica sentenza. Il pericolo per la scarcerazione di numerosi imputati provocò l’intervento dell’allora presidente della Corte d’Appello Carmelo Conti che sollecitava i due magistrati a fare presto. Un sollecito che provocò la risposta del presidente Giordano.
Ci furono scambi epistolari tra le due parti un po’ polemici anche se nessuno dei protagonisti voleva creare un “caso”. In una delle lettere inviate a Carmelo Conti Alfonso Giordano e Pietro Grasso ribadivano che era necessario il coinvolgimento dei giudici togati supplenti, sia per la camera di consiglio che per la stesura delle motivazioni ricordando che la mastodontica istruttoria che aveva portato al rinvio a giudizio degli oltre 400 imputati era stata scritta da ben cinque magistrati e lo stesso doveva prevedersi per il Maxi. Giordano respinse l’accusa non tanto velata di battere la fiacca ricordando che per tre mesi avevano dovuto studiare gli atti rimanendo impegnati in aula per un anno e otto mesi, la camera di consiglio era durata un mese e cinque giorni e, soltanto dopo una brevissima parentesi per “riscoprire” il mondo, era cominciata la stesura delle motivazioni della sentenza.
Per fortuna alla fine furono scritte e depositate in tempo vanificando il pericolo delle scarcerazioni.
Ma quelle motivazioni furono timidamente criticate da molti avvocati, che mai esponendosi personalmente, sostenevano che l’ultima parte, scritta in fretta e furia, era state “copiata” dalla richiesta di rinvio a giudizio. Un sospetto mai esplicitato ufficialmente dai difensori degli imputati che viene però respinto categoricamente da Pietro Grasso che a 40 anni di distanza dice: «Noi abbiamo fatto tutto il possibile per scrivere quelle motivazioni in tempo utile e ce l’abbiamo fatta, ma alcuni avvocati forse volevano far credere ai loro assistiti che sarebbero stati scarcerati per decorrenza dei termini della custodia cautelare. Ricordo ancora quando, nel tentativo di allungare i termini, avevano chiesto la lettura in aula di tutti gli atti del processo, ma per fortuna nel febbraio del 1987 arrivò una legge che prorogò i termini della carcerazione preventiva. Sono stati due momenti in cui lo Stato si è fatto parte diligente».
Per Grasso, che ha scritto un libro, “’U Maxi” ricordando quello storico processo, quel dibattimento «ha rappresentato una svolta professionale e familiare fino al deposito della sentenza dopo tre anni di vita a fare un solo processo». «Ebbi una fortissima emozione - ricorda oggi il magistrato ed ex presidente del Senato - facendo ingresso in quell’aula bunker e in questo libro ricordo il contributo di Tommaso Buscetta che aveva aperto il forziere di Cosa Nostra svelando numerosi segreti, ma ricordo anche altri personaggi come il thailandese Ko Ba Kim, trafficanti turchi, il triangolo d’oro, la Pizza Connection, e tanti altri episodi non solo processuali ma anche umani. Quel processo rappresentò una grande svolta nella lotta alla mafia. Che non è ancora finita».