Attualità
Scicli, quando un bambino diventa bersaglio dell'orrore
Ecco tutto il dolore che non si può raccontare
Ci sono storie che non si riesce a leggere senza sentire un nodo alla gola. Storie che non dovrebbero esistere, che non dovrebbero trovare spazio in nessuna casa, in nessuna famiglia, in nessun angolo del mondo. E invece accadono. Accadono qui, tra le nostre strade, dentro le nostre comunità, dove pensiamo che l’infanzia sia ancora un luogo sacro, intoccabile.
La condanna a quattro anni di carcere inflitta a un uomo di 39 anni di Scicli non è solo una sentenza. È la fotografia di un fallimento umano che ci riguarda tutti. Perché quel bambino di cinque anni, con le braccia e le gambe spezzate, non è un numero, non è un caso giudiziario: è un figlio della nostra terra. È un piccolo che ha conosciuto la violenza prima dell’amore, la paura prima della protezione, il dolore prima della vita.
Quando è arrivato al Pronto Soccorso dell’ospedale Maggiore di Modica, portato via con la scusa di una caduta dal letto, i medici hanno capito subito che qualcosa non tornava. Le fratture, le lesioni, la sofferenza muta di quel corpo così piccolo parlavano più di qualsiasi parola. E da lì è iniziato tutto: il codice rosa, le indagini, le testimonianze, la ricostruzione di due episodi distinti di violenza. Due. Come se una volta non fosse bastata.
È impossibile non provare rabbia. È impossibile non provare vergogna. È impossibile non chiedersi come sia potuto accadere. E soprattutto: dov’eravamo noi?
Dov’erano i vicini, gli amici, la rete sociale che dovrebbe proteggere i più fragili?
Dov’erano gli occhi che avrebbero potuto vedere, le orecchie che avrebbero potuto ascoltare, le voci che avrebbero potuto denunciare?
Perché la violenza sui bambini non nasce mai dal nulla. Lascia segni, lascia ombre, lascia silenzi che gridano. E troppo spesso, quei silenzi restano lì, sospesi, ignorati, normalizzati.
Oggi Scicli è ferita. È indignata. È scossa nel profondo. Perché non c’è comunità che possa dirsi sana quando un bambino viene massacrato tra le mura di casa. Non c’è tradizione, non c’è cultura, non c’è privacy familiare che possa giustificare l’omertà, la paura, l’indifferenza.
Questa storia deve diventare un punto di non ritorno. Non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo. Non possiamo più accettare che la violenza domestica sia un fatto privato. Non possiamo più lasciare che i bambini paghino il prezzo del nostro silenzio.
Quel piccolo oggi è protetto, curato, seguito. È la sola luce in una vicenda che di luce non ne ha avuta. Ma la sua guarigione — fisica e soprattutto emotiva — sarà lunga, fragile, incerta. E noi, come comunità, abbiamo il dovere di accompagnarla, di sostenerla, di imparare da ciò che è accaduto.
Perché ogni bambino ferito è una ferita aperta nella coscienza di tutti. E ogni volta che la violenza trova spazio, è la nostra umanità a perdere un pezzo di sé.