L'anedotto inedito
Quando dissero a Michele Greco nel carcere di Pianosa «Sei il Papa della mafia? allora inginocchiati e prega...»
La fede ostentata al maxiprocesso, l'ergastolo, la scarcerazione e poi l'umiliazione in quel carcere di massima sicurezza
«Mi chiamano il “Papa della mafia ma io non posso paragonarmi a loro, neanche a quello attuale, (Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla nda) anche se per la mia fede e la mia coscienza pulita posso essere uguale se non superiore a loro». «Della mafia so quello che sanno tutti. La droga mi fa schifo solo parlarne. Tutto quello che posseggo è frutto del mio lavoro e dell’eredità dei miei genitori. Non ho mai abbandonato la casa dove mi trovavo nella latitanza (un casolare nelle campagne di Caccamo in provincia di Palermo) dove mi hanno trovato i carabinieri, ho lavorato in campagna, comprato e venduto bestiame». Così si definiva Michele Greco, il capo della Cupola mafiosa, che in realtà era semplicemente una figura carismatica, ma agli ordini del corleonese Totò Riina. E a testimonianza del suo ruolo di Capo dei capi della della mafia non fu un caso che l’11 novembre 1987, nell’ultima udienza del primo maxiprocesso a Cosa nostra, poco prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio, chiese e ottenne la parola. Fu lui a “concludere” il dibattimento e dalla gabbia dell’aula bunker dov’era rinchiuso pronunciò l’ultima parola.
E con il suo modo pacato ma più micidiale di un detenuto arrabbiato disse, rivolto alla Corte presieduta da Alfonso Giordano con il giudice a latere Pietro Grasso e ai giudici popolari: «Io desidero fare un augurio. Vi auguro la pace signor presidente, a tutti voi auguro la pace perché la pace è la tranquillità e la serenità dello spirito e della coscienza e per il compito che vi aspetta la serenità è la base fondamentale per giudicare. Non sono parole mie, sono parole di Nostro Signore che lo raccomandò a Mosè: quando devi giudicare, che ci sia la massima serenità, che è la base fondamentale. Vi auguro ancora, signor presidente, che questa pace vi accompagni per il resto della vostra vita».
Con queste parole si chiuse il processo. Il 16 dicembre 1987, dopo 638 giorni di dibattito, 35 giorni di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Palermo emise la sentenza: Greco e altri 18 capimafia vennero condannati all’ergastolo. Nell’aula bunker calò il gelo. Era un “augurio” o una minaccia? Ma erano parole chiare, anzi chiarissime, di un anziano boss che ancora pensava di poter condizionare le decisioni della Corte. Perché speravano e non a torto che le cose sarebbero potute cambiare. Confidavano nella decisione della Cassazione che, come era avvenuto in passato smontava i processi. E quindi speravano, non a caso, che ci potessero essere decisioni favorevoli grazie alle loro influenze anche nei massimi organi della giustizia. E un primo segnale a queste “speranze” arrivò l’11 febbraio 1991 quando insieme ad altri 39 boss vennero scarcerati per la scadenza dei termini di custodia cautelare decisa dalla prima corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, denominato “l’ammazzasentenze” morto a 95 anni pochi giorni fa.
Fu una decisione che generò grande fragore all’interno dell’opinione pubblica. Greco fece così ritorno nella sua villa di Ciaculli dove ad attenderlo eravamo tanti giornalisti e alle nostre domande rispose dicendo: «Cinque anni di carcere vissuti in assoluto isolamento mi hanno provato moltissimo e se mi chiedete anche solo le mie generalità non sarei in grado di rispondere». E quando gli chiesi di dare la sua opinione sul giudice Carnevale rispose: «Siamo in quaresima e mi parlate di Carnevale. In questi anni di galera ho trovato conforto solo nella Bibbia che è la base fondamentale: ci sono stati anche dei porci che hanno osato fare dell’ironia al riguardo, ma io me ne fotto».
Ma il 18 settembre 1991 fu arrestato nuovamente e Michele Greco, detenuto all’Ucciardone sotto il regime del 41 bis, in seguito all’uccisione del giudice Paolo Borsellino, venne trasferito nel carcere di Pianosa, in Sardegna, insieme con altri 55 componenti di Cosa nostra. Nel penitenziario di massima sicurezza Michele Greco subì una pesante umiliazione (inedita) e mai denunciata dallo stesso boss. Che fu costretto dagli uomini incappucciati di una squadretta speciale della polizia penitenziaria a inginocchiarsi: «Tu sei il Papa della mafia? E allora inginocchiati e prega». Lui non pregò. Nessun affiliato, e tanto meno un capomafia, avrebbe mai potuto denunciare una cosa del genere, che gli avrebbe fatto perdere dignità e prestigio.