L'anniversario
Maxiprocesso, 40 anni fa la svolta che cambiò la lotta alla mafia e l’Italia. Meloni: «Lo Stato non arretra»
Il ricordo di Stefano Giordano, figlio di Alfonso, il presidente della Corte che governò quel dibattimento titanico
Il presidente della corte alfonso Giordano e il giudice a latere Pietro Grasso si consultano con il cancelliere, al centro, durante una pausa. ANSA
Sono passati esattamente quarant’anni da uno dei momenti più importanti della storia d'Italia. Era il 10 febbraio 1986 quando, nell’aula bunker dell’Ucciardone costruita appositamente per l’occasione, ebbe inizio il più grande processo contro la criminalità organizzata. Un evento che non fu solo giudiziario, ma culturale e sociale: il Maxiprocesso, con 460 imputati, segnò lo spartiacque definitivo tra l’epoca dell’impunità e quella della responsabilità collettiva, dimostrando al mondo che Cosa Nostra non era invincibile e chiudendo per sempre un’era di silenzi e omissioni.
A ricordare l’importanza di quella data è la premier Giorgia Meloni, che affida a un messaggio su X la sua riflessione: «Quarant'anni fa iniziava il Maxiprocesso contro Cosa Nostra. In un’aula bunker con centinaia di imputati, divenuta un pilastro della storia perché ha mostrato che la mafia poteva essere combattuta con la forza della legge e della giustizia». La Presidente del Consiglio sottolinea il valore di un percorso costruito «sul lavoro rigoroso di magistrati e delle Forze dell'ordine, sul coraggio e la determinazione di tanti servitori dello Stato», citando espressamente i padri del pool antimafia: «Di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e di tutti coloro che hanno reso possibile quel processo, anche a costo di sacrificare la propria vita». Per Meloni, la lezione di quei giorni è un imperativo presente: «La lotta alla criminalità organizzata richiede - più di ogni altra cosa - uno Stato autorevole, coerente e presente, che non arretra».
Toccante e intima la testimonianza di chi quella storia l’ha vissuta dall’interno delle mura domestiche. Stefano Giordano, figlio di Alfonso Giordano, il presidente della Corte che governò quel dibattimento titanico, ricorda la figura paterna con affetto: «Mio padre è stato semplicemente un bravo direttore d’orchestra. Ricordo che, nei giorni che precedettero il Maxiprocesso, godette di una serenità che lui stesso definiva quasi ultraterrena». Stefano all’epoca aveva quattordici anni e viveva una quotidianità blindata: «Ogni mattina la scorta mi accompagnava a scuola, poi mi tornava a prendere all’uscita e mi portava in aula bunker dove attendevo, nel retro dell’aula, che mio padre finisse di lavorare». Quei viaggi in auto e la curiosità verso la procedura penale segnarono il suo destino: «Probabilmente fu proprio il Maxiprocesso che mi spinse ad intraprendere la carriera di avvocato».

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A chiudere il cerchio delle riflessioni istituzionali è Raoul Russo, senatore di Fratelli d'Italia e componente della commissione Antimafia, che ribadisce l'unicità dell'evento: «Quel momento segnò un punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata, grazie al coraggio dei magistrati, delle forze dell’ordine e dei testimoni di giustizia». Russo lancia un appello alla politica affinché non dimentichi: «Il 40ennale è un’occasione per ricordare il passato, ma anche un monito per il presente e per il futuro: la legalità non è mai scontata». È necessario, conclude il senatore, «investire nella cultura della legalità», perché solo così possiamo onorare il sacrificio di chi ha reso possibile quel processo che cambiò la storia e riaffermare «la necessità di un impegno collettivo per costruire una società libera dalla violenza».