Le ragioni del No
Riforma della Giustizia, Lima: «La Costituzione non si può manomettere per interessi privati»
L'intervista al magistrato (in pensione) Felice Lima
Continua il nostro percorso verso il Referendum del 22 e 23 marzo. Voce a tecnici del diritto per analizzare i due fronti della riforma costituzionale della Giustizia. Uno spazio di informazione e formazione per arrivare preparati al voto.
«Questa della “colleganza” è proprio una bufala assoluta». Sicuramente il magistrato Felice Lima, da qualche mese in pensione dopo il ruolo di sostituto procuratore generale a Messina, non ha remore ha dire quello che pensa. Diretto e franco: «I giudici bravi e con il carattere forte decidono senza alcun condizionamento di alcun tipo. Quelli “suggestionabili”, nella grandissima parte dei casi vengono suggestionati dalla pressione del potere».
Dottor Lima, comincio con una domanda semplice e diretta: perché votare No al Referendum?
«La domanda è semplice, ma la risposta non può esserlo, perché si tratta di una riforma che incide molto e in maniera complessa sull’assetto costituzionale della giurisdizione. Comprenderne le conseguenze è quasi impossibile per chi non abbia una profonda conoscenza della materia. E per questo è stato irresponsabile e, nella sostanza, elusivo della Costituzione, approvarla “a scatola chiusa”, con un Parlamento ridotto a “passacarte” del Governo, con una maggioranza inferiore ai due terzi, che rende necessario affidarla a un referendum, che, infatti, è funestato da una propaganda che mistifica sia le ragioni del si che quelle del no. Ma anche per i più esperti non è possibile conoscere del tutto cosa succederà, perché molta parte della riforma è affidata a leggi ordinarie successive il cui contenuto non è nemmeno prospettato da chi le farà se prevarrà il “si”. L’unica cosa certa e chiara sono le intenzioni propagandate dal Ministro Nordio: “La riforma ridarà alla politica il suo spazio”, “eviterà invasioni di campo dei PM” e “servirà anche a quelli del PD, quando torneranno al governo”. In sostanza, un aumento della già forte ingerenza della politica sulla giustizia. I motivi per votare “no” sono tantissimi e non riducibili a uno. Dovendo necessariamente essere sintetico, perché la Costituzione è stata scritta da gente con senso dello Stato e della democrazia e non la si può manomettere per interessi privati».
La democrazia di questo Paese è davvero a rischio?
«La democrazia in questo Paese, da molti anni, è peggio che a rischio. È erosa costantemente nascondendo la sua demolizione dietro falsi slogan di propaganda. La democrazia non è un metodo di scelta del governante. Non siamo in democrazia perché ogni tanto si vota (scegliendo peraltro solo fra persone designate da un piccolo numero di capi partito). La democrazia è un metodo di esercizio del potere. C’è quando i poteri sono separati (e in Italia non lo sono quasi più: il Parlamento è ridotto a passacarte del Governo e dell’indipendenza del giudiziario già oggi non è rimasto quasi più niente); c’è quando tutti e anche i potenti sono soggetti alla legge (e in Italia, che è molto in alto nelle classifiche della corruzione, i potenti godono di sostanziale impunità); c’è quando la stampa è libera (e siamo in fondo alle classifiche per la libertà di stampa: dodici posti dopo il Sudafrica, molto dopo la Slovenia, la Namibia e il Montenegro); c’è quando la giustizia controlla il potere e non diventa il “braccio armato” del potere, come la vuole il Governo attuale (e per questo sono stupefatto dal sostegno dell’Avvocatura a riforme finalizzate al controllo della giurisdizione)».
Nella sua carriera ha svolto il ruolo di pm, giudice e poi nuovamente pm. Essere della stessa casacca, secondo i sostenitori del Sì, crea una pericolosa commistione per l'imputato?
«Questa della “colleganza” è proprio una bufala assoluta. Io, nei miei 40 anni di magistratura, non ho mai visto dare ragione o torto al pubblico ministero perché collega. Si badi, purtroppo ho visto molte volte dare ragione o torto per motivi “obliqui”, per pressioni di varia natura sul giudice, ma mai per motivi di “colleganza”. Da pubblico ministero ho vinto e perso cause normalmente perché i giudici pensavano “tecnicamente” quello che decidevano. Quando mi è capitato – purtroppo tante volte – di avere la sensazione che la decisione era stata anche inconsapevolmente influenzata da “fattori esterni”, questi non avevano proprio niente a che fare con la “colleganza” con me (che, infatti, tantissime volte ho visto respinte le mie tesi). La principale pressione condizionante che ho visto sui giudici è quella del contesto culturale e sociale e, ancora di più in tempi recenti, quella della propaganda di regime. I giudici bravi e con il carattere forte decidono senza alcun condizionamento di alcun tipo. Quelli “suggestionabili”, nella grandissima parte dei casi vengono suggestionati dalla pressione del potere. Non è facile condannare una persona potente, una persona stimata, una persona “in vista”, una persona addirittura difesa pubblicamente dal Governo. Pensate al Presidente della Camera Casini, che, quando il Tribunale di Palermo si è ritirato in camera di consiglio per giudicare Marcello Dell’Utri, è andato in televisione a dire che lui lo stimava e gli era amico ed era sicuro che sarebbe stato assolto (mentre, invece, è stato condannato per mafia). E’ facilissimo, invece, condannare una persona che la TV e i giornali dipingono come un “mostro”. E’ facilissimo condannare un poveraccio, uno squilibrato, un “eretico”, uno “di colore”, uno “straniero” (tranne che non sia Almansri, che, invece, lo accompagniamo a casa con l’aereo di Stato). Pensi a quello che è accaduto alla collega catanese Iolanda Apostolico, perseguitata dalla stampa del regime per avere adottato un provvedimento poi confermato in Appello e Cassazione e coerente anche con le decisioni della CEDU. Altre suggestioni vengono dall’avvocato. Tutti parlano del pubblico ministero, ma, per esempio, uno degli scandali giudiziari degli ultimi decenni è stata la corruzione compiuta dagli avvocati Amara e Calafiore, che hanno praticamente “scalato” la giustizia, utilizzando in parte il denaro per corrompere magistrati e in parte avvalendosi dell’aura di potere della quale si ammantavano in relazione all’essere inseriti dentro una importante azienda di stato. Sulla obiettività dei magistrati incidono molto le amicizie, le parentele, la fama e il prestigio dell’avvocato, la fama e il prestigio dell’imputato. Altro che la colleganza con il pm! Inoltre, se esistesse questo problema di “colleganza”, cosa si dovrebbe dire del fatto che i giudici del Tribunale del riesame (il c.d. “Tribunale della libertà”) che confermano o revocano le misure cautelari date dai GIP sono colleghi d’ufficio e non solo di carriera, dei GIP stessi? Cosa si dovrebbe dire del fatto che i reclami avverso i provvedimenti cautelari civili si fanno dinanzi alla stessa sezione di cui fa parte il giudice reclamato, sicché se ne occupano magistrati che non sono solo colleghi di carriera e neppure solo colleghi di tribunale, ma proprio colleghi di sezione? Cosa si dovrebbe dire del fatto che l’appello si fa davanti a giudici che sono colleghi di quelli che hanno redatto le sentenze che vengono appellate? Se ci fosse veramente un problema di “colleganza” sarebbe un problema gigantesco e bisognerebbe separare le carriere dei GIP da quelle dei GUP, quelle del GIP da quelle del riesame, quelle del riesame da quelle dei giudicanti, quelle del Tribunale dal quelle della Corte d’Appello e così via. Infine in Italia operano 6.000 giudici onorari (a fronte di circa 9.400 magistrati di carriera), che sono in stragrande maggioranza avvocati e nessun avvocato lamenta che questo crei un problema di “colleganza”».
Lo sdoppiamento del Csm la preoccupa?
«Certo! Preoccupa moltissimo la separazione del pubblico ministero dal giudice. Le carriere dei magistrati sono state volute unite dai Padri Costituenti non a caso. Perché questa storia che serve un giudice terzo, che tutti ripetono come se fosse la cosa decisiva, è solo un pezzo della storia. Perché la giustizia sia terza, non basta che sia terzo il giudice, serve che sia terzo anche il pubblico ministero. Perché si può fare una giustizia razzista in due modi. O scegliendo giudici razzisti, che giudicano in modo diverso i bianchi e i neri, i ricchi e i poveri, i potenti e i deboli (ma la cosa si noterebbe troppo e sarebbe sgradevole), oppure scegliendo dei giudici onesti e imparziali, ma mandando a giudizio solo i neri, i poveri, i deboli (cosa che, per una serie di ragioni, succede ogni giorno in America e già molte, troppe volte anche oggi in Italia e dà decisamente meno nell’occhio). Questa cosa può essere agevolmente compresa oggi, da chi è intellettualmente onesto, considerando che tutti abbiamo visto i video dei due omicidi commessi dagli squadroni della morte di Trump e il Dipartimento della Giustizia USA ha dichiarato che i poliziotti non saranno incriminati e ben sei Procuratori Distrettuali si sono dimessi per non sottostare alle pressioni dello stesso Dipartimento che pretendeva che loro incriminassero … la moglie della povera Renée Good. Come disse nel 1949 il tanto citato prof. Vassalli, il pubblico ministero non è e non può essere parte in senso sostanziale. Lo trattiamo da parte in senso processuale per le stesse ragioni per le quali non facciamo decidere la causa al GUP che ha disposto il rinvio a giudizio. Perché, avendo deciso il rinvio a giudizio, in qualche modo ne sarebbe condizionato. Ma la causa sarà decisa (anche dopo la riforma) da un giudice che è collega non solo di carriera ma anche d’ufficio del giudice che ha disposto il rinvio a giudizio. Il pm ha e dovremmo pregare che continui ad avere gli stessi interessi e gli stessi obiettivi del giudice. L’avvocato deve avere, sacrosantamente, un obiettivo completamente diverso: l’interesse del suo assistito. L’avvocato e il pubblico ministero sono entrambi ugualmente indispensabili per un giusto processo, ma lo sono in modo completamente diverso. E tutti i disegnini e i pupazzetti della campagna elettorale con i giudici e i pm a forma di gatto e gli avvocati a forma di topo sono degli artifici retorici menzogneri. Non ignoro che i sostenitori del si dicono che la riforma non incide sulla indipendenza del pm, ma è anche questo un artificio retorico. La separazione delle carriere è il passaggio indispensabile per potere regolare i due uffici in modo diverso. Non sarebbe passata se si fosse detto fin d’ora quale sarà il futuro del pm. Dunque, intanto si fa un passo che è indispensabile e che è quello a cui l’opinione pubblica sembra pronta ora. Poi si farà il resto. In molta parte anche con leggi ordinarie».
E l’Alta Corte?
«Anche l’Alta Corte è un grande cambiamento peggiorativo. La percentuale di magistrati da cui è composta è inferiore rispetto all’attuale Sezione Disciplinare del CSM. E’ vero che i magistrati restano in maggioranza, ma, per cambiare un risultato, basterà “convincerne” un numero minore di prima. Inoltre, saranno scelti con sorteggio c.d. “secco”. E per capire cosa questo significhi, basta guardarsi intorno (perché i magistrati sono esseri umani come tutti gli altri) e fare un calcolo statistico delle probabilità di scegliere con il sorteggio persone con una struttura di personalità tale da restare tetragoni rispetto alle pressioni che vediamo ogni giorno e che, per giunta, la campagna elettorale dei partiti di Governo rivendica: “La polizia arresta gli immigrati e loro li scarcerano. Vota Si per fare finire tutto questo”. Le decisioni dell’Alta Corte saranno impugnabili “soltanto” (è la parola che usa la riforma) dinanzi alla stessa Alta Corte e non più anche dinanzi alla Cassazione come accade adesso (nonostante i sostenitori del si stiano cercando interpretazioni che mantengano la ricorribilità in Cassazione). Infine i magistrati dell’Alta Corte non saranno sorteggiati fra tutti i magistrati (come accade oggi con le elezioni), ma solo fra i Consiglieri di Cassazione. Cosa molto rilevante, considerato come si va oggi in Cassazione (gli addetti ai lavori conoscono il fenomeno come “nomine a pacchetto”)».
Una campagna referendaria corretta?
«Chiunque può constatare che si tratta della campagna referendaria più scorretta di sempre. Per molte ragioni. La prima è che è irresponsabile e, quindi, sostanzialmente eversivo, sottoporre a referendum questioni numerose e così tanto complesse che la stragrande maggioranza dei votanti non può in alcun modo avere una consapevolezza adeguata di cosa si sta decidendo. Non è come decidere “divorzio si/divorzio no”. Dunque, ognuna delle parti propone argomenti così tanto semplificatori da essere mistificatori. Quelli più diffusi assomigliano a “Vota no, perché questo governo è fascista” o a “Vota si, perché i magistrati sono comunisti e/o fanno schifo”. In sostanza si affida una riforma costituzionale epocale a un azzardo di propaganda, confidando nel fatto che la propaganda governativa prevarrà per il consenso di cui gode il Governo e per il consenso di una parte dell’opposizione (in Italia sulle questioni relative alla giustizia c’è grande trasversalità)».
Ci sono dei magistrati che voteranno Sì. Secondo lei perché?
«Fra quelli che conosco io ci sono alcuni (pochi) carissimi amici che stimo tanto e con cui ho condiviso anni di battaglie importanti contro il “correntismo”. Sono stato con loro fra i promotori dell’idea del sorteggio (ma io pensavo al sorteggio c.d. “temperato” ed erano altri tempi). Loro credono che il sorteggio eliminerà le distorsioni del correntismo. Io, considerato il fatto che si tratterà di un sorteggio c.d. “secco” e considerate le attuali condizioni normative, culturali e sociali in cui opererà, ritengo che loro pecchino gravemente di ingenuità. Per di più, per avere quello che credono sarà un bene (e non lo sarà), si fanno piacere l’inaccettabile separazione delle carriere».
Questa Riforma è conseguenza degli errori della magistratura. Scusi la brutalità: forse ve la siete cercata?
«Scusi lei la mia di brutalità. Posta così la domanda mi sembra inaccettabile. Non si possono fare riforme Costituzionali gravide di conseguenze per “punire” qualcuno che “se l’è cercata”. Noi non difendiamo i magistrati (la maggior parte dei quali non se lo meritano), noi difendiamo la possibilità di una giustizia come l’hanno voluta persone come Calamandrei, Mortati, Dossetti. In altro senso la sua domanda è pertinentissima. Io penso dell’Associazione Nazionale Magistrati tutto il male possibile. Nata in un altro secolo da nobili spinte ideali, si è trasformata in una lobby che ha come unico vero fine gli interessi di carriera degli associati. Io e altri colleghi denunciamo da decenni tutto questo in ogni dove. Siamo sempre stati accusati di ledere l’onore della magistratura e diverse volte anche querelati (e sempre assolti). Quelle false accuse sono inevitabilmente finite quando le chat di Palamara hanno reso documentata e di pubblico dominio la realtà. La risposta della magistratura è stata cacciare in fretta e furia Palamara e sostenere che faceva tutto da solo, mentre è incontrovertibile che Palamara era solo uno dei tanti burattini del sistema. La questione, però, non è se le correnti siano “buone”, perché è sicuro che non lo sono proprio per niente. La questione è perché sono come sono e se la soluzione proposta migliori o peggiori la situazione. Quanto al perché, per essere sintetici basta dire che le dinamiche sono le stesse della Sanità, dell’Università e di quasi tutto quello che vive e opera in Italia. Questo, ovviamente, non assolve minimamente i “correntocrati”, ma spiega perché non può bastare il sorteggio a sradicare una piaga che è l’essenza stessa del “made in Italy” e che affligge in misura ancora maggiore la componente “laica” del Csm, quella di nomina politica, della quale si intende aumentare il potere. In questi giorni a Catania sono stati assolti molti professori universitari solo perché provvidenzialmente è stato abolito l’abuso d’ufficio. Pochi mesi fa è stato riarrestato Cuffaro per fatti connessi alla gestione della Sanità e tutti conosciamo le dinamiche con cui si gestiscono i posti di potere negli ospedali. Quanto alla soluzione proposta, essa in definitiva darà un potere decisivo ai membri di nomina politica del CSM. Questi membri che un tempo annoveravano persone del calibro del prof. Vittorio Bachelet e che oggi annoverano persone come la nostra conterranea Rosanna Natoli, le cui deplorevoli gesta al CSM sono agevolmente conoscibili sul web. Mandata dalla politica al CSM nonostante non avesse un curriculum minimo, non potendosi considerare tale la foto su Facebook mentre cucina spaghetti con il Presidente del Senato La Russa. Che, mentre faceva parte come giudice della Sezione Disciplinare, convocava nel suo studio di avvocata una magistrata sottoposta al suo giudizio ed esordiva dicendo di “volerla aiutare”, perché “lei è amica degli amici” e perché anche Claudia Eccher, Consigliera del CSM indicata della Lega (perché la politica ha lottizzato queste nomine, nonostante questo non sia né previsto né voluto dalla Costituzione), “le ha chiesto un occhio di riguardo”. All’inaugurazione dell’anno giudiziario di qualche giorno fa è stato detto che l’80% delle nomine per i posti direttivi viene deciso dal CSM all’unanimità. E si decide all’unanimità il 100% delle nomine in Cassazione (cosa particolarmente significativa per i motivi che ho detto prima). In sostanza, i partiti si dicono nemici delle correnti, ma i Consiglieri del CSM nominati da loro sono in perfetta sintonia con i metodi correntizi. Il sorteggio indebolirà la componente “corporativa” e rafforzerà quella “politica”. E questo viene propagandato come strumento per ridurre la politicizzazione della giustizia!».