Il sequestro
Etnaland, nessun depuratore e nove metri di rifiuti sotterrati accanto al parco acquatico. Il procuratore: «Manca la prevenzione»
I reati ipotizzati sono di gestione di rifiuti, anche speciali, non autorizzata, combustione e traffico illecito di immondizia e inquinamento ambientale. Il danno è ancora da quantificare
Funzionava così: si raccoglievano i rifiuti del parco acquatico Etnaland, solo una parte venivano differenziati e gli altri finivano bruciati e poi seppelliti in un terreno adiacente a quello della struttura. Tanto da avere formato uno strato di immondizia alto circa nove metri. Le acque delle piscine, trattate chimicamente per essere sicure per gli utenti, finivano poi in un laghetto artificiale senza alcuna depurazione. È quanto c'è alla base delle accuse della procura di Catania, che nei giorni scorsi ha chiesto e ottenuto il sequestro dell'intero parco divertimenti di Belpasso, nella provincia etnea. Nei confronti del titolare, Francesco Andrea Russello, e della società Etnaland srl i reati ipotizzati sono di gestione di rifiuti, anche speciali, non autorizzata, combustione illecita di rifiuti, traffico illecito di rifiuti e inquinamento ambientale.
Comincia tutto nel 2022. Un sorvolo della Guardia costiera, ad agosto, nel periodo di massima attività di Etnaland, evidenzia più di qualche anomalia. Si vedeva un'area accanto al parco all'interno della quale erano stati eseguiti scavi di grandi dimensioni e dove sembrava che venissero abbancate grandi quantità di immondizia in modo del tutto irregolare. Un'intuizione che, unita alle attività di videosorveglianza avviata, aveva portato a mettere i sigilli all'area dove erano stati trovati circa mille metri cubi di rifiuti, assimilabili ai rifiuti solidi urbani. Era settembre 2022 quando i magistrati catanesi avevano ormai chiaro come funzionasse: il parco divertimenti chiudeva al pubblico, la spazzatura veniva accumulata, portata nel terreno e, nottetempo, veniva bruciata. In un terreno destinato alla semina.
Il danno ambientale è ancora in fase di quantificazione, ma le indagini sono andate avanti. Ed è emerso così che «il parco non risultava dotato di adeguati impianti di depurazione né di alcun titolo autorizzativo a livello ambientale». Infatti, scrive la procura di Catania, «la società risultava in possesso di una semplice autorizzazione allo scarico (rilasciata dal Comune di Belpasso e scaduta nel 2019) che non veniva sottoposta a rinnovo nonostante i numerosi ampliamenti a cui veniva sottoposta, nel corso del tempo, la struttura ricettiva». Le acque chimicamente trattate (quelle delle piscine) venivano, secondo i magistrati, in parte smaltite in un laghetto artificiale.
Nelle scorse settimane, anche a seguito di una perizia, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha concesso il sequestro preventivo di Etnaland, disponendo anche «stringenti prescrizioni all'impresa al fine di ottemperare alle gravi carenze ambientali riscontrate».
«Siamo intervenuti non certo perché vogliamo bloccare le attività economiche. Che ben vengano le attività turistiche, di cui abbiamo anzi bisogno. Ma si devono svolgere in modo compatibile con l'ambiente», dice il procuratore capo Francesco Curcio a margine della conferenza stampa. «Devono rispettare le norme a tutela anche dei cittadini e della salute pubblica. Siamo intervenuti per questo - continua - Se ci fosse un minimo di prevenzione, queste cose non succederebbero. Non è che parliamo di un fatto che è avvenuto una notte, approfittando del buio e dell'oscurità. Abbiamo illeciti che, se confermati ovviamente nelle fasi successive del giudizio, vanno avanti da anni».
«Parliamo di un'attività macroscopica perché non è una piccola azienda, è forse l'azienda più importante del posto, che doveva probabilmente essere monitorata in precedenza - aggiunge Curcio - Purtroppo arriviamo sempre alla fine». Le condizioni per la riapertura sono semplici soltanto a parole: ottenere le autorizzazioni che non aveva, bonificare l'ambiente circostante e organizzarsi per mettere a norma gli impianti, garantendo adeguati percorsi di depurazione delle acque. «I reati ambientali non sono reati di serie B», conclude il procuratore capo.