13 febbraio 2026 - Aggiornato alle 22:22
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il caso

Catania, l'omicida di Santo Re doveva essere espulso: la difesa della vittima cita il ministero come responsabile civile

Il 31enne pasticciere è stato ucciso a Ognina lo scorso maggio. Oggi alla prima udienza del processo, la difesa ha presentato l'istanza

13 Febbraio 2026, 11:31

19:13

Ucciso in piazza Mancini Battaglia: la vittima è Santo Re

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Si è aperto stamattina davanti alla Corte d’Assise di Catania il processo nei confronti di Akhabue Innocent, accusato di aver ucciso con sei coltellate il pasticciere Santo Re il 30 maggio 2025 in piazza Mancini Battaglia.

Secondo l’ipotesi accusatoria, sostenuta dal procuratore aggiunto Fabio Scavone e dal pm Emanuele Vadalà, la violenza si sarebbe scatenata dopo il rifiuto del giovane papà di pagare il parcheggiatore abusivo per la sosta dell'auto. Gli avvocati di parte civile, l’avvocato Alessandro Coco per la vedova e l’avvocato Salvatore Leotta per i familiari e colleghi della pasticceria Quaranta, hanno avanzato istanza di citazione del Ministero dell’Interno come responsabile civile.

Dal 2007 Akbahue ha avuto complessivamente sei ordini di espulsione in Italia, tre soltanto a Catania a partire dal 2017. Inoltre, fra i precedenti penali, risulta una condanna per violenza sessuale ai danni di una minorenne. «È un caso che riflette la difficoltà dello Stato nella gestione dei flussi migratori - spiega l'avvocato Coco - è prevista una disciplina ma non misure adatte e idonee per garantire le espulsioni. Si parla tanto di certezza della pena, dovremmo garantire anche la certezza delle espulsioni. Tollerare la presenza di extracomunitari in condizioni disperate nel nostro territorio non può che generare attività illecite o irregolari. O si regolarizzano o vanno via. Se eliminiamo mentalmente la condotta omissiva che a nostro avviso lo Stato ha compiuto, non attivandosi e rimettendosi alla buona volontà dell'immigrato, la morte di Santo Re non si sarebbe verificata».

Nell’istanza il legale, tra l’altro, sostiene che «il ministero dell’Interno ha consentito e tollerato la permanenza sul territorio nazionale di un soggetto che era stato qualificato dai provvedimenti emessi dagli organi periferici come indesiderato e pericoloso; purtuttavia, non ci si è dotati dei mezzi effettivi per fare rispettare le reiterate decisioni di allontanamento».
Per il penalista ne «consegue che la permanenza irregolare e non neutralizzata dell’immigrato Akhabue Innocent è la conseguenza diretta di una lacuna sistematica imputabile all’amministrazione centrale» e, aggiunge l’avvocato nell’istanza, «è questa permanenza ad aver costituito la condizione necessaria che ha reso possibile l’evento letale, dovuta a una causalità omissiva da 'mantenimento del rischiò». Per l’avvocato Coco, dunque, «esiste la responsabilità concorrente della Pubblica amministrazione» che «con la sua condotta omissiva ha creato o mantenuto una situazione a rischio evitabile con l’ordinaria diligenza organizzativa». «Il ministero dell’Interno - è la tesi del penalista - quale organo centrale predisposto alla sicurezza pubblica e alla gestione delle politiche migratorie, pertanto risponde civilmente delle omissioni poste in essere dalle proprie articolazioni territoriali».

Nella prossima udienza la Corte d’Assise scioglierà la riserva sulla richiesta della difesa.  La procura si è rimessa alla decisione dei giudici.