Le ragioni del No
Referendum, Regolo: «Non si creino le condizioni per una magistratura sempre più forte con i deboli e debole con i forti»
L'intervista al sostituto procuratore di Reggio Calabria, per 12 anni pm a Catania
Continua il nostro spazio verso il Referendum. Diamo voce ai "tecnici" sui contenuti della riforma costituzionale della giustizia. Un modo per informare e formare, per arrivare preparatati al voto del 22 e 23 marzo.
«Questa riforma è inutile e potrebbe rivelarsi dannosa», così il sostituto procuratore Fabio
Regolo, che da qualche settimana lavora a Reggio Calabria dopo aver lavorato 12 anni
negli uffici giudiziari di Catania. Per il pm «separare le carriere potrebbe dare un segnale
molto pericoloso, soprattutto alle nuove generazioni».
Dottore, cosa pensa della riforma?
La cittadinanza si trova spesso a dover fare i conti con i tempi della giustizia ed è quindi convinta che questo Referendum migliorerà la loro situazione di utenti. Ma non è così. La separazione delle carriere, la creazione di due Csm, la creazione dell'Alta Corte non ha nulla a che vedere con la velocità dei processi e con l'efficientamento della macchina giudiziaria. Per questo ritengo che questa riforma sia inutile da un lato e dannosa dall'altro. Condivido come sento dire che il primato è certamente della politica, ma la politica se non vuole trasformarsi in tirannia della maggioranza, nel gioco di bilanciamento dei poteri, deve accettare i vari controlli tra i quali quello di legalità esercitato dai magistrati. È l’essenza dello stato di diritto quindi nel parlare di efficienza non si creino invece le condizioni per avere una magistratura sempre più forte con i deboli e debole con i forti. I Giudici in uno stato di diritto retto dalla separazione dei poteri, come osservato da Zagrebelsky, svolgono un ruolo di controllo di legalità anche degli atti governativi e della stessa legge quando appaia contraria alla costituzione e agli obblighi internazionali, non è compito della magistratura operare senza turbare i piani di governo, facciamo un altro mestiere.
Perché inutile?
Inutile perché questa riforma non accorcerà di un'ora la durata dei dibattimenti, non accorcerà di un minuto la durata di un'indagine, non migliorerà minimamente la qualità di un provvedimento giudiziario ed in generale il livello del servizio Giustizia. Io so che nel mondo Giustizia varie sono le cose che andrebbero cambiate, ma soffro da addetto ai lavori ma prima ancora da cittadino nel vedere che si pensi di migliorarla riformando la magistratura in questo modo. Non vi è dubbio che se vogliamo ragionare seriamente sul futuro e quindi sulla qualità del sistema democratico in cui vogliamo vivere dobbiamo
partire da quelli che sono i numeri che caratterizzano a mio avviso la specificità della esigenza di Giustizia in Italia, mi piace sempre ricordarlo perché altrimenti facciamo inutili sofismi e soprattutto rischiamo di confrontarci sul merito di riforme come se fossimo in un Paese qualsiasi senza allarmanti numeri da fronteggiare. Stime prudenziali redatte dai migliori osservatori mondiali dicono che esistono 70 miliardi di euro di costo della corruzione e 120 miliardi di euro di evasione ai quali deve aggiungersi 130 miliari di euro di crediti erariali insinuati ai passivi dei fallimenti e dei quali si ricupereranno poco più del 1,5% la gran parte dei quali derivanti da modi predatori di fare impresa. Evidentemente non è colpa della magistratura se il resto del paese è troppo spesso schiavo dei circuiti viziosi, delle lobby di potere più o meno occulto, dei centri di interesse in cui si curano gli interessi dei pochi anzi dei pochissimi a scapito di quelli di più. Eppure si parla sempre di riformare la magistratura mai di intervenire per spezzare questi circuiti viziosi.
E perché dannosa?
Dannosa perché creare due vere e proprie carriere distinte potrebbe dare un segnale molto pericoloso, soprattutto alle nuove generazioni di magistrati. Prima però partiamo da un dato.
Quale?
La riforma Cartabia, con l’art. 12 della legge delega che ha consentito la modifica dell’art. 13 del d.lgs. 160 del 2006, ha già introdotto vincoli rigidissimi al passaggio da una funzione all’altra, innestandosi su una situazione che di fatto era caratterizzata già da una sostanziale separazione delle funzioni con la regola generale un solo passaggio da requirente a giudicante e viceversa da porre in essere entro 9 anni dalla prima assegnazione con eccezioni in caso di passaggi da funzioni penali a civili: dal 2006 ad oggi il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa ha riguardato in media lo 0,5% dei magistrati in servizio, i quali, nel 99% dei casi, hanno effettuato un solo cambio e quasi sempre nei primi anni di esercizio delle funzioni. Scomodare una riforma costituzionale per 50 persone lo ritengo veramente un fuor d'opera. Evidentemente è altro
che si vuole. Si potrebbe pensare, infatti, che la separazione delle carriere non farebbe altro che certificare uno stato di fatto. In realtà non è così anzi il fatto che si insiste su una riforma che di fatto avrebbe numericamente un impatto risibile deve preoccupare ancora di più a mio avviso perché evidentemente la si vuole per altro.
Perché pericoloso?
Sono stato Giudice per 5 anni all’inizio della mia carriera e quell’esperienza mi ha insegnato tutto. Quando ho iniziato a lavorare come pubblico ministero ho portato con me la cultura della prova, l’abitudine al confronto e l’apprezzamento del contradditorio tipico del processo penale. Altro che separazione, io credo che il mutamento di funzioni, la contaminazione dei saperi sia un arricchimento per la stessa qualità della giurisdizione. Se dipendesse da me obbligherei i pubblici ministeri ad assumere per qualche anno le funzioni di giudice e viceversa. Temo invece che questa riforma, impedendo definitivamente di passare dalla magistratura giudicante a quella requirente e di fatto eliminando ogni momento di formazione comune, di reciproco confronto, creerà due corpi distinti e distanti e che quindi alla fine si impoveriranno entrambi. A perderci saranno le
garanzie dei cittadini. A mio avviso il pubblico ministero perderà la cultura della giurisdizione. La frattura totale e definitiva di quello che fino ad oggi è stato ordine giudiziario unico voluto e realizzato dai Padri costituenti, produrrebbe una rottura della
“comune cultura della giurisdizione”, che non è un inutile orpello o un principio fatto di vuoto ma è appunto presidio di garanzie per i cittadini. Possibile che non ci si avveda del fatto che indagini e processi come quelli sulle stragi di Stato o sui depistaggi posti in essere da apparati dello Stato, sui cosiddetti crimini dei colletti bianchi non ci sarebbero mai stati se avessimo avuto un modello giurisdizionale diverso da quello attuale e che avremmo con la separazione delle carriere. Inoltre andrebbe in totale contrasto con i principi affermati in ambito europeo, dove si invitano gli Stati membri a rafforzare l’indipendenza e l’effettiva autonomia del pm, in quanto “corollario indispensabile” dell’indipendenza di tutto il potere giudiziario, nel presupposto che “i pubblici ministeri contribuiscono ad assicurare che lo stato di diritto sia garantito e concorrono ad un’amministrazione della giustizia equa, imparziale ed efficiente” ed indipendente (così si legge nel Parere del Consiglio Consultivo dei Procuratori Europei n. 9 del 2014). Curioso, peraltro, che mentre l’Europa nell’introdurre la Procura Europea il così detto PED ha guardato al nostro modello di Pubblico Ministero, di fatto ritenendolo il migliore, noi siamo pronti a buttarlo in mare in un batter d’occhio.
Prudenza del giudizio da cui il bel nome di giurisprudenza intesa come rifiuto di ogni arroganza cognitiva o semplificazione nella soluzione di una controversia civile o un processo penale; l’etica del dubbio come elemento costitutivo della deontologia giudiziaria. L’art. 358 c.p.p. ci ricorda che il pubblico ministero è organo essenziale della giurisdizione, non lotto contro nessuno, non deve conoscere nemici, nemmeno se mafiosi, corrotti o terroristi, ma solo cittadini da tutelare e casi da trattare con imparzialità ma senza indifferenza. Non rappresenterebbe, invece, un elemento di garanzia per il cittadino e quindi anche per coloro che lo invocano a gran voce un PM trasformato in un “avvocato dell’accusa”, che vive una condanna come una vittoria e un’assoluzione come una sconfitta, non più tenuto ad agire come parte imparziale nelle indagini e primo garante dei
diritti dell’imputato, ma come un “accusatore puro” interessato, anche per ragioni di carriera, solo a vincere il processo. Con la separazione delle carriere rischiamo una trasformazione del Pm in una sorta di “super poliziotto”, indifferente alle ragioni della
giurisdizione, pienamente immedesimato solo nelle sue ragioni di difesa sociale, attento solo al risultato, disposto ad incastrare l’imputato che ritiene colpevole con qualsiasi mezzo.
Questa riforma però l'ha voluta la Camera Penale…
Lo so, conosco molti Avvocati iscritti alla Camere Penali e con loro mi confronto da anni alla fine delle udienze, lungo i corridoi, nei convegni. Mi piace sentire il loro punto di vista, comprendo quindi le loro ragioni ma non le condivido perché si rischia di stravolgere una architettura costituzionale che a mio avviso andrebbe invece salvaguardata. Le energie riformatrici dovevano essere a mio avviso convogliate per pretendere un maggiore rigore nelle valutazioni di professionalità dei magistrati e nella individuazione dei dirigenti degli uffici, maggiore controllo nel modo in cui si esercita la giurisdizione nella quotidianità, per
mettere in luce chi esercita la giurisdizione in modo eccessivamente domestico, chi è troppo vicino ai salotti che contano nella città in cui si lavora, chi non rispetta il giuramento fatto sulla Costituzione. Ho sempre pensato che sia corretta la loro pretesa di maggiore professionalità da parte dei magistrati, la professionalità è il pre requisito dell’indipendenza. Così come credo che abbiano ragione nel pretendere che il magistrato non sia arrogante, non abusi dei propri poteri o, aggiungo io, non si chiuda nelle proprie torri dorate dimenticando le dinamiche della società in cui si opera. Questa riforma però
non incide minimamente su tutto ciò.
Sul pericolo di condizionamenti fra pm e giudice?
È veramente un falso problema. Dire che il giudice si lascia condizionare dal pubblico ministero perché fanno parte della stessa categoria non esiste. Lo dicono i numeri delle assoluzioni. È stato diffuso un articolo in cui si denunciano i numeri delle richieste di intercettazioni autorizzate dal gip che sfioravano il 90%, peccato che hanno creato una percentuale su un numero che non esiste perché nessuno di noi, dati ministeriali alla mano, è in grado di dire quante sono le richieste di intercettazioni che non sono state accolte dal gip perché sono numeri non rilevati a livello statistico. L’appiattimento dei giudici sulle tesi dei pubblici ministeri è un “fattoide” smentito dal tasso di assoluzioni che si attesta, per i motivi più vari, intorno al 40% e che quindi, oltre ad essere oggettivamente falso, è anche ingeneroso nei confronti dei Giudici italiani, che vengono così accusati di
tradire quella stessa Costituzione su cui hanno giurato e che, come recita l’art. 111 Cost., li vuole “terzi e imparziali”. Ribadisco, quando poi si individuano singoli casi di patologia con Giudici che si appiattiscono sul Pubblico Ministero e/o di Pubblici Ministeri che si appiattiscono sulla Polizia Giudiziaria si intervenga in modo chiaro e netto, ma non si generalizzi. Buttare il bambino con l’acqua sporca non è mai una buona soluzione, non crede?
Però ci sono gli errori giudiziari.
Ci mancherebbe, ho sempre detto che dovremmo accantonare questa pagina di riforme costituzionali, che sembrano, mi lasci dire, più mirate a riformare in senso punitivo la magistratura che pensate per migliorare mondo Giustizia, per aprirne una altra pagina da scrivere tutti insieme nell’interesse del nostro Paese per mettere in atto quelli che da tempo sono stati individuati come interventi necessari (forte depenalizzazione, modifiche procedurali, assunzione di nuovo personale amministrativo, infrastrutture adeguate per l’informatizzazione in atto, etc) per poter rendere un Servizio Giustizia all’altezza di un
Paese moderno e democratico. So bene che non tutti i magistrati sono uguali, non tutti sono lavoratori allo stesso modo, professionali al medesimo livello e dovremmo quindi essere più selettivi nelle nostre valutazioni di professionalità. Non sono qui a difendere la categoria a prescindere. L’esperienza di questi ormai quasi 20 anni di lavoro mi ha insegnato che non esiste “la” magistratura, esistono “i” magistrati e quindi non si possono fare generiche valutazioni di gruppo, però ripeto non si può pretendere di violentare la fisiologia, per fermare la patologia. Si curi e si estirpi quest’ultima, ma si lasci operare
nell’interesse di tutti la prima. Questa riforma però non incide minimamente sul rischio “errori”. Anzi, credo che una indagine penetrante portata avanti da chi ha la cultura della giurisdizione nelle proprie corde, da chi esercita il dubbio e lascia da parte arroganze cognitive, da chi ricorda il vero significato dell’art. 358 c.p.p. che impone di acquisire elementi a favore dell’indagato, se ci sono, fin dalla fase delle indagini sia la migliore garanzia contro errori grossolani, mentre una indagine condotta da chi si troverebbe di fatto ad operare sempre più come un Avvocato della polizia giudiziaria, sullo stile delle fiction americane, potrebbe portare con se insidie pericolosissime, innanzitutto per l’indagato.
Il correntismo si cura con il sorteggio?
Pensare che il CSM debba essere un organo con sole competenze strettamente gestionali (assunzioni, trasferimenti, promozioni e disciplinari) e che quindi ciascuno di noi sia idoneo ad assumere la veste di consigliere del CSM è miope e costituzionalmente non sostenibile secondo me. Pertanto, creare due Csm, uno tutto di pubblici ministeri e uno di giudici, a mio avviso, significa svilire il ruolo di alta amministrazione che la Costituzione conferisce al Csm prevedendo non a caso che a presiederlo vi sia il Presidente della Repubblica. Ridimensionare la funzione dell’organo di autogoverno della magistratura è pericoloso per la stessa autonomia ed indipendenza della magistratura che si dice invece di non voler toccare. Far assumere alla politica maggiore peso all’interno del CSM tramite il sistema del sorteggio dei membri togati potrebbe peraltro contribuire a creare le condizioni per una sottoposizione della giurisdizione al potere governativo. Qualunque potere governativo, sia chiaro. Non è un problema di “colori”, ma di principi posti a base del nostro vivere civile. Ho sempre pensato che il sorteggio sia mortificante applicato in qualunque settore perché porta con se un giudizio di incapacità di scegliere propri rappresentanti all’altezza del compito. In futuro poi mi piacerebbe che a giudicarmi sia in termini di valutazione di professionalità, sia in termini di concorsi, sia ove dovessero esserci problemi disciplinari ci fossero anche giudici che sanno apprezzare quando il pubblico ministero ha archiviato
perché c’era un ragionevole dubbio, che ha chiesto l’assoluzione perché ha preso atto che non c’erano prove. Il rischio è che domani, un organo di soli pubblici ministeri, faccia passare il messaggio che i pubblici ministeri bravi sono quelli che restano “cattivi” fino alla fine anche contro ogni evidenza fattuale. Dovremmo premiare l’autorevolezza non chi si erge ad autoritario. Bisogna sempre porsi idealmente dall'altra parte della propria scrivania: io dico sempre ai giovani colleghi che sono passati nella mia stanza “ricordatevi che dovete lavorare così come vorreste che lavorasse il pubblico ministero che sta
indagando su vostra madre, su vostro padre, su vostra figlia, sulle vostre persone care”. Anche nell’Alta Corte disciplinare vedo una grande pericolo, già il nome “alta” mi crea prurito, le cose migliori partono dal basso, ma non voglio mettere troppa carne al fuoco.
Forse qualche mea culpa la magistratura lo dovrebbe fare?
Sono assolutamente d’accordo. La magistratura troppo spesso ha regalato e regala pagine non encomiabili. Troppo si lasciano accecare dall’ambizione, dalla voglia di fare “carriera”. Dico sempre citando una frase di Ferraioli che noi dobbiamo lavorare sine spe e sine metu, quindi senza speranze di vantaggi ma senza timori di ripercussioni, ma solo per amore di giustizia e per senso di dignità del ruolo. L’etica del mestiere intesa come amore per il lavoro ben fatto al servizio del cittadino lasciando stare le poltrone, il potere, riscopriamo l’amore per il servizio quell’amore che ci ha spinto a studiare tanto in modo forsennato sognando di indossare la toga per rendere giustizia. Mi sia consentito però sottolineare anche che se possiamo parlare di errori giudiziari, di corruzioni in atti giudiziari, di scandali in una nomina piuttosto che nell’altra è perché ci sono stati altri
magistrati che indagando hanno fanno emergere superficialità altrui, errori e, quando c’erano, anche malefatte dei propri colleghi, così come sono magistrati quelli che compongono la sezione disciplinare e che in tale veste comminano sanzioni con numeri che non trovano eguali in nessuna altra professione come documentato peraltro da una
recente ricerca statistica divulgata dal Consigliere Roberto Fontana.