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17 febbraio 2026 - Aggiornato alle 22:34

L'intervista

Catania, la lunga attesa per il Piano urbanistico. Caserta (Pd): «In questa città manca la linea politica»

Parla il leader dell'opposizione in Consiglio comunale. «Ogni tanto - dice - fingo di sbagliare e chiamo "assessore" l'ingegnere Biagio Bisignani, direttore dell'Urbanistica»

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17 Febbraio 2026, 15:43

Entro giugno. Ci è voluto un po’ a Maurizio Caserta, capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale a Catania, per riuscire a ottenere una risposta con una scadenza, seppure vaga. «Ho dovuto chiedere tante e tante volte», racconta. Eppure, l’argomento non è di quelli di poco conto: è il Piano urbanistico generale della città, la cui fase di realizzazione è partita il 17 aprile 2025.

Caserta, c’è stato un momento, la scorsa primavera, in cui si è cominciato a parlare del Pug con grande attenzione.
«La scorsa primavera è cominciato il procedimento di formazione del Pug, il Piano urbanistico generale. Si è aperta la fase, prevista dalla legge regionale del 2020, delle consultazioni pubbliche. Un momento in cui la partecipazione dei cittadini, in forma singola o variamente associata, è incoraggiata. Ebbene, noi come Partito democratico abbiamo presentato un documento piuttosto articolato alla fine di questa fase, il 15 luglio. Da allora, non abbiamo saputo più niente».

In teoria, la legge prevede che le fasi siano scandite anche da tempi piuttosto precisi.
«Entro 90 giorni dall’avvio del procedimento, il Comune dovrebbe produrre un documento preliminare al Pug. Il 15 luglio si sono conclusi i termini per le osservazioni, ripeto, e l’unica cosa che sono riuscito a ottenere dal sindaco, dopo innumerevoli richieste, è stato che a giugno arriverà questo documento preliminare. L’amministrazione, prima di tutto, dovrebbe dare conto della fase delle consultazioni: com’è andata? Quali suggerimenti sono stati meritevoli di accoglimento, di che tipo? Eppure questo non c’è stato. E poi, a proposito del Dpp: la norma prevede che non sia un atto interlocutorio ma che, invece, sia già prescrittivo rispetto ad alcuni aspetti. Io capisco che esistano alcune e inevitabili lungaggini delle amministrazioni, ma resta il fatto che la città non sa niente».

E sembra che nemmeno ci sia una grande attenzione attorno a questo tema, o mi sbaglio?
«È come se i catanesi non avessero la percezione di quanto il Pug possa incidere sulle loro vite. È uno strumento centrale di governo del territorio, di cui non si può fare a meno. Il Pug decide se in un quartiere ci deve essere una scuola, un ospedale o un supermercato. Dentro il Pug c’è la città, c’è la vita delle persone. Dire che devono esserci meno regole e che nella progettazione delle città, e nella normativa urbanistica, bisogna avere maglie più larghe e più elastiche, secondo me, è un errore concettuale».

A cosa fa riferimento?
«Su queste pagine, a gennaio, è stato pubblicato il lungo intervento dell’ingegnere Biagio Bisignani, direttore dell’Urbanistica del Comune, che esplicitava la sua idea secondo la quale bisogna avere più ampi margini di libertà, perché poi il mercato si regola da sé. In Consiglio comunale ho chiesto all’assessore se questa fosse la linea dell’amministrazione, in una prima battuta l’assessore mi ha risposto che Bisignani è un privato cittadino che può esporre le sue idee come tutti. Però quell’intervento era, in qualche modo, programmatico. La politica deve indicare la direzione, deve stabilire chi è titolare di quali diritti, esclusi quelli inviolabili che non sono oggetto di dibattito, naturalmente. Una volta che sono stabiliti i diritti, si lavora per tutelarli; se non sono chiari, viene più facile violarli, no?».

L’accusa che lei muove a questa amministrazione qual è? Di non avere una linea politica sull’urbanistica o di essere appiattita sulla visione del dirigente di settore?
«Questa amministrazione ha tutto il diritto di avere una propria linea politica sullo sviluppo della città. Se ce l’ha, che la esponga. Perché quando una linea manca, allora quello spazio viene riempito da altre parti, la composizione degli interessi avviene a un altro livello. Io dico che il Consiglio non conta niente, ma neanche la giunta. Contano i dirigenti. I dirigenti devono tradurre in atti una linea. Che linea stanno traducendo?».

Cosa la preoccupa?
«La paura è che si finisca per fare le cose seguendo le suggestioni di studi legali, di commercialisti o di tecnici. Attenzione: non sto dicendo che, qualora questo avvenisse, ci sarebbe qualcosa di illegale. Nessuno accusa nessuno di violare la legge. Le lobby esistono, non dobbiamo nasconderci dietro a un dito, ma chi è stato votato deve rispondere agli elettori. Chi non è stato votato, invece, no».

Se la pianificazione non è chiara, poi ampie porzioni della città finiscono per essere ostaggio degli imprenditori che le posseggono. Mi viene da pensare a corso dei Martiri, di cui a metà febbraio i privati avevano detto che avrebbero presentato il progetto e ancora niente.
«Corso dei Martiri è l’esempio classico dello spazio lasciato libero dalla pianificazione politica. Se l’amministrazione vuole dare l’urbanistica in mano al mercato, lo faccia. Ma deve regolare anche quello. Torno al discorso dei diritti: se so quali ho, utilitaristicamente posso fissare il prezzo per venderli. Se è un mio diritto abitare al quarto piano di un palazzo con la vista sul mare, e qualcuno mi vuole costruire davanti un palazzo di otto piani che quella vista me la toglie, allora il costruttore deve venire da me a chiedermi quanto costa quella vista. Magari voglio vendergliela, ma deve essere un mio diritto non farlo».

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