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Le ragioni del No

Referendum sulla Giustizia, Pacifico: «Questa previsione normativa mira solo a umiliare la magistratura»

L'intervista al procuratore aggiunto di Caltanissetta

18 Febbraio 2026, 13:18

13:42

Referendum sulla Giustizia, Pacifico: «Questa previsione normativa mira solo ad umiliare la magistratura»

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Continua il nostro spazio verso il Referendum. Diamo voce ai "tecnici" sui contenuti della riforma costituzionale della giustizia. Un modo per informare e formare, per arrivare preparatati al voto del 22 e 23 marzo. 

«Questa è una riforma figlia dell’insofferenza da parte della politica al controllo di legalità della magistratura». Il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Pasquale Pacifico, va dritto al "cuore" della materia referendaria. Senza fronzoli. E non nasconde preoccupazioni. «Il percorso che ha portato all’approvazione di questa riforma - argomenta - è stato caratterizzato da una sostanziale mancanza di dibattito parlamentare, a mio avviso particolarmente grave in quanto si tratta di modificare la Costituzione, cioè la carta dei diritti dei cittadini, non dei magistrati». 

Dottor Pacifico, la prima domanda è semplice: perché votare No alla Riforma?

Ritengo che si debba votare No al referendum Costituzionale in quanto la riforma proposta è del tutto inutile e non risolve alcuno dei problemi atavici della giustizia. Essa appare, piuttosto, come una “resa dei conti” nei confronti dei magistrati da parte di una politica che è insofferente al controllo di legalità esercitato dalla magistratura come potere autonomo ed indipendente così come disegnato nel nostro sistema costituzionale. In un recente intervento al Congresso nazionale della Anm lo stesso Ministro di Giustizia ha detto pubblicamente che questa riforma certamente non inciderà in alcun modo nel ridurre i tempi di durata dei processi che credo sia ciò che sta più a cuore ai cittadini ed agli utenti del sistema giustizia. Ancor più illuminate è stata una recente pubblica esternazione del Ministro della Giustizia che ha affermato di non spiegarsi la contrarietà della sinistra a questa riforma che mira ad evitare “le interferenze della magistratura sulla politica e dunque sul potere del governo che oggi spetta a noi e domani sarà di altri”. Ecco ritengo che questa sia la prova più evidente che è una riforma figlia dell’insofferenza da parte della politica al controllo di legalità della magistratura.

Sono tre i pilastri di questa riforma: separazione carriere, sdoppiamento del Csm, l'Alta Corte. C'è qualcosa che la preoccupa più delle altre?

Mi preoccupa l’intero impianto della riforma. La separazione delle carriere presentata come indispensabile al fine di realizzare compiutamente il principio del giusto processo sancito all'art. 111 della Costituzione è una mistificazione. Ad oggi, pur nella condivisione di un comune percorso di formazione tra Giudici e Pubblici Ministeri, le ipotesi di passaggio da una funzione all’altra costituiscono una percentuale estremamente bassa: circa il 2% per quanto attiene i passaggi da Pubblico Ministero a Giudice ed un percentuale addirittura inferiore all’1% nell’ipotesi opposta. Esistono, inoltre, una serie di paletti (cambiamento di distretto o di regione) per il passaggio di funzioni che scongiurano in partenza ogni rischio di incompatibilità. Anche l’altra obiezione che vorrebbe il Giudice appiattito sulle valutazioni del Pubblico Ministero è un clamoroso falso storico. Basterebbe analizzare senza pregiudizi i numeri. Numerosi sono i casi in cui la decisione del Giudice è contraria alle richieste del Pubblico Ministero sia in fase cautelare che di merito, così come frequenti sono le ipotesi di riforma in appello delle sentenze di primo grado. L’obiettivo che si vuole realizzare con la separazione è quello di sottrarre il Pubblico Ministero alla cultura della giurisdizione ed al suo ruolo di parte pubblica, dunque, tenuto a svolgere indagini anche nell’interesse dell’indagato. Ciò costituisce un rischio enorme per i cittadini. Il disegno mi sembra chiaro ed è un primo passo verso la sottoposizione del Pubblico Ministero all’esecutivo. D’altro canto, quando si prospettano ulteriori riforme come quella di sottrarre al Pubblico Ministero la direzione della polizia giudiziaria nelle indagini, mi pare fin troppo evidente che se ne vuole ridimensionare il ruolo ad un mero notaio di una attività svolta in autonomia dalle forze di polizia che, ovviamente, rispondono gerarchicamente all’esecutivo. Ciò che forse non si è compreso del tutto è che qui non è in gioco solo l’autonomia del Pubblico Ministero, ma anche quella del Giudice la cui autonomia, con l’organo titolare dell’azione penale sottoposto all’esecutivo, rischierebbe di rimanere come un vuoto simulacro. Lo sdoppiamento del CSM mi sembra una ulteriore riforma dannosa che, peraltro, comporterà un aumento esponenziale di costi per la collettività senza alcun beneficio concreto. È innegabile che il Consiglio Superiore della magistratura abbia subito per le note vicende legate al c.d. caso Palamara una perdita di credibilità, (comune peraltro sia alla sua componente laica che a quella togata). Su questo la magistratura ha fatto e deve continuare a fare una seria autocritica. Nell’ultima consiliatura, tuttavia, si sta assistendo ad un percorso positivo dell’operato del Consiglio Superiore della Magistratura nelle delicate scelte relative alle nomine per gli uffici direttivi e semi direttivi; in particolare si è realizzata una rigida auto regolamentazione volta ad introdurre dei criteri generali che fungono da limite alla discrezionalità tecnica in tali procedure. Su tale materia lo sdoppiamento del CSM non apporta alcuna garanzia di maggiore indipendenza e trasparenza nelle scelte, anzi a mio avviso pensare ad un CSM separato per i Pubblici Ministeri, amplifica il rischio di autoreferenzialità nelle scelte dei vertici degli uffici giudiziari requirenti che non saranno più svolte da un organo in cui è rappresentata anche la componente giudicante. Sull’Alta Corte Disciplinare nutro serie perplessità sotto il profilo della compatibilità costituzionale in quanto non sfugge al rischio di violazione dell’articolo 102 della Costituzione in tema di divieto di costituzione di giudici speciali. Anche la sua futura composizione ristretta a soli giudici di legittimità mi lascia perplesso in quanto esclude i giudici di merito, che pure sono coloro che certamente vivono quotidianamente le problematiche anche organizzative e le peculiarità degli uffici giudiziari, più che i giudici di cassazione. Non credo che ci sia bisogno di un organo disciplinare ad hoc. Il sistema disciplinare interno al CSM ha funzionato arrivando nei casi più rilevanti anche a disporre la radiazione di magistrati dall’ordine giudiziario. Non credo che in altri ambiti, faccio l’esempio dell’avvocatura, i Consigli dell’Ordine abbiano applicato con altrettanto rigore le sanzioni disciplinari.

Correntismo: la cura è il sorteggio?

Non esiterei a definirla una cura peggiore del male. Le correnti rappresentano all’interno della magistratura diverse sensibilità culturali che ne arricchiscono il pluralismo. Una omologazione ideologica e culturale dei magistrati ci avrebbe regalato una giurisdizione conformista che negli anni non avrebbe potuto portare alle tante evoluzioni giurisprudenziali che hanno inciso in modo positivo sul terreno dei diritti individuali e sociali dei cittadini e dei lavoratori, alla tutela di interessi diffusi come l’ambiente ed il territorio ecc. Ciò che è deprecabile e deve essere combattuta è la deriva correntizia, cioè il rischio che determinate scelte del Consiglio Superiore della Magistratura - che sono poi in massima parte quelle relative al conferimento di incarichi direttici o semi direttivi - siano condizionate da appartenenze a questa o quella corrente della magistratura. Su questo come ho già evidenziato si sono registrati sensibili miglioramenti grazie alle regole che il Consiglio Superiore ha saputo darsi nel corso di questa consiliatura. Il sorteggio non risolve, comunque, questo problema in quanto il magistrato, come ogni individuo, è portatore di una sua sensibilità culturale. Al contrario comporta il rischio elevatissimo che i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura siano magistrati sprovvisti della necessaria esperienza nello svolgimento delle loro delicatissime funzioni. La verità è che anche questa previsione normativa mira solo ad umiliare la magistratura nel suo complesso ritenendola incapace di esprimere in maniera autonoma il proprio organo di autogoverno. Stento poi a comprendere come questa riforma possa incidere favorevolmente su uno solo dei tanti problemi che affliggono la giurisdizione o garantire al cittadino una maggiore efficienza della risposta giudiziaria alle sue istanze.

L'Anm ha perso "peso" nel dibattito politico, secondo lei?

Credo che la domanda sia mal posta. Ritengo che l’Associazione Nazionale Magistrati non debba svolgere alcun ruolo politico e che il suo intervento debba limitarsi alle questioni inerenti alla giurisdizione e soprattutto alla tutela dei singoli magistrati. Si tratta del resto di una libera associazione che, al pari di tutte le altre, può esprimere liberamente le proprie opinioni su questioni che interessino la magistratura e soprattutto il modo di porsi della stessa verso il cittadino. Il problema che ci siamo posti all’interno della Anm è stato quello di evitare che posizioni di rappresentanza all’interno della stessa potessero essere un canale preferenziale per la candidatura al Csm. In tal senso sono stati posti nello Statuto e nel codice deontologico dei magistrati una serie di limiti a questo meccanismo c.d. di porte girevoli.

La dialettica delle due "fazioni" di questa campagna referendaria come la valuta?

Intanto valuto già positivamente il fatto che nell’ultimo periodo, grazie all’appuntamento referendario, ci sia un dibattito su queste tematiche, che finora sono state quasi del tutto oscurate sia nel dibattito politico che in quello sui media. D’altronde il percorso che ha portato all’approvazione di questa riforma è stato caratterizzato da una sostanziale mancanza di dibattito parlamentare, a mio avviso particolarmente grave in quanto si tratta di modificare la Costituzione, cioè la carta dei diritti dei cittadini, non dei magistrati. Ritengo poi assolutamente sbagliato fare di questa occasione elettorale una sorta di referendum di gradimento sul governo o, peggio ancora, una sorta di braccio di ferro tra una parte politica e la magistratura. Questa impostazione certamente non consente al cittadino di esercitare il proprio diritto al voto in maniera consapevole in una materia sicuramente tecnica e complessa. Inoltre rischia, qualunque sia l’esito della consultazione elettorale, di delegittimare alternativamente una parte politica o la magistratura reiterando la retorica di uno scontro tra politica e magistratura che si è andata costruendo a partire dalla metà degli anni '90 e di cui francamente ritengo che la pubblica opinione non abbia alcun bisogno.