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ROMA

Il caso Spada e quei soccorsi che non arrivarono: la Procura chiude le indagini sui due chirurghi Procopio

Dalla Sicilia alla capitale per un “ritocco” al naso, poi l’errore che non ammette repliche. Cosa c’è nel fascicolo, cosa non ha funzionato e cosa ci attende ora

18 Febbraio 2026, 14:53

14:55

Margaret Agata Spada

Margaret Agata Spada

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Si avvia al processo il caso della siciliana Margaret Spada, morta a Roma in seguito alle complicazioni di un intervento di rinoplastica ambulatoriale.  Agata Margaret Spada era arrivata da Lentini e aveva da poco varcato la porta di quell’ambulatorio in viale Cesare Pavese, all’Eur, per quale ritocchino che sognava da tempo. Ne uscirà verso l’Ospedale Sant’Eugenio, in coma, e morirà il 7 novembre 2024. Ieri, a Roma, la Procura ha chiuso l’indagine a carico di Marco Procopio e Marco Antonio Procopio: per i due medici l’accusa è di omicidio colposo in ambito sanitario e lo scenario che si apre è quello del rinvio a giudizio.

Il cuore dell’inchiesta: un quarto d’ora che pesa come una sentenza

Secondo gli atti, mentre Margaret si sente male sul lettino, in una fase iniziale dell’intervento di rimodellamento del naso — un trattamento parziale in regime ambulatoriale — i due chirurghi non allertano subito il 118. Passano circa 16 minuti (in altri passaggi investigativi, l’arco temporale considerato si allarga fino a oltre 30 minuti): è il lasso temporale che gli inquirenti ritengono “potenzialmente” decisivo tra la vita e la morte. È su questo “vuoto” che si è cristallizzata la contestazione principale.

Il “così vicino, così lontano” dei soccorsi

Quei sedici minuti non sono solo un numero: raccontano, per l’accusa, la mancata attivazione tempestiva della catena dell’emergenza. In una reazione avversa — che sia uno choc anafilattico, un effetto da farmaco vasocostrittore o un dosaggio inappropriato degli anestetici — il tempo è terapia. Qui, dicono le carte, la terapia non c’è stata o è arrivata tardi.

Il nodo del defibrillatore: presente, ma inservibile

C’è un particolare che ritorna, inchiodato dentro i verbali: nell’ambulatorio c’era un defibrillatore, ma con le batterie scariche. È una circostanza che gli accertamenti tecnici hanno messo nero su bianco. La tesi della Procura — consolidata da una consulenza medico-legale — è che un corretto impiego del dispositivo, unito a un allarme immediato al 118, avrebbe potuto cambiare l’esito di quella crisi. Non è successo. E quel mancato utilizzo, insieme al ritardo nei soccorsi, è parte essenziale dell’imputazione ipotizzata.

“Ambulatorio non autorizzato” e protocolli: dove si doveva e non si doveva operare

Un altro tassello cruciale riguarda la cornice autorizzativa. Gli accertamenti hanno indicato che lo studio non aveva le autorizzazioni necessarie per eseguire procedure chirurgiche del genere. Questo non significa, da solo, che l’evento fosse inevitabile, ma sposta l’attenzione sulla sicurezza dei setting in cui si svolgono procedure invasive, anche se presentate — e percepite — come “ritocchi” rapidi. In più, secondo quanto emerso in fase d’indagine, a Margaret non sarebbe stato raccomandato il digiuno pre-operatorio: un dettaglio che, in un contesto di sedazione o anestesia locale con possibili reflussi, aumenta i margini di rischio e che gli inquirenti hanno ritenuto meritevole di approfondimento.

Carte cliniche, messaggi e social: ciò che resta in mano agli inquirenti

Gli investigatori hanno ricostruito il percorso che porta Margaret in quello studio: una pubblicità social, su TikTok, l’invio di esami via WhatsApp, il consenso informato da chiarire in ogni dettaglio. In parallelo, è rimasta aperta per mesi la questione della documentazione clinica e della tracciabilità completa dell’atto sanitario. Questa stratificazione di elementi non è folclore digitale: è sostanza probatoria che racconta una relazione medico-paziente spesso spostata sulle piattaforme, con i rischi connessi alla semplificazione dei percorsi pre-operatori.

La famiglia e le domande senza risposta

I genitori di Margaret, assistiti dall’avvocato Alessandro Vinci, hanno tenuto alta l’attenzione sul caso. Il loro legale, nelle sue dichiarazioni, ha più volte rimarcato come la gestione dell’emergenza e la mancata attivazione tempestiva dei soccorsi rappresentino i varchi principali attraverso cui si sarebbe potuta evitare la tragedia. A rafforzare questa prospettiva sono arrivate, nei mesi, le conclusioni dei consulenti tecnici nominati dalla Procura — i dottori Filippo Milano e Gianluca Marella — che hanno individuato una catena di criticità nella risposta clinica all’insorgenza del malore.

La difesa: “Hanno rispettato i protocolli”

Sul fronte opposto, la linea difensiva patrocinata dall’avvocato Domenico Oropallo ruota attorno a due punti: i medici, secondo la difesa, avrebbero agito nel perimetro delle linee guida, e l’evento avrebbe comunque avuto un decorso imprevedibile e rapido, tale da rendere ininfluente il ritardo contestato. La difesa ha inoltre contestato la portata delle misure cautelari adottate in seguito, ritenendole “sanzioni” tardive e non misure giustificate dall’“attualità” del pericolo. Sarà il processo, se richiesto e ammesso, a scandagliare perizie controperizie e a misurare il nesso tra ritardi e evento letale.

La misura interdittiva: un anno senza camice, in Italia e all’estero

C’è già un passaggio-chiave in sede cautelare: il 16 ottobre 2025 il gip di Roma ha disposto per Marco e Marco Antonio Procopio il divieto di esercizio della professione per 12 mesi, misura valida anche all’estero. La decisione è stata motivata — tra l’altro — dalla necessità di prevenire la reiterazione di condotte ritenute rischiose nella gestione di emergenze. La difesa ha annunciato ricorsi; ma il segnale giudiziario, a un anno dai fatti, ha messo un primo punto fermo sulla valutazione della colpa in fase investigativa.

Dall’Eur all’Albania e ritorno: la geografia di una vicenda scomoda

Le cronache hanno documentato come, travolti dalla bufera mediatica e giudiziaria, i due medici abbiano tentato di proseguire l’attività in altre sedi, fino all’Albania, e poi in un nuovo indirizzo a poca distanza dallo studio originario, nell’area dell’Eur. Un rientro operoso che ha allarmato Ordini professionali e opinione pubblica, sollevando domande sul potere effettivo di interdizione in assenza di sentenze definitive e sui tempi lunghi della giustizia disciplinare. Anche questo è finito agli atti del grande processo mediatico che accompagna, e talvolta precede, quello in aula.

Le testimonianze: la stanza d’attesa, il video, il caffè

Le cronache hanno raccolto elementi di testimonianza che hanno colpito l’opinione pubblica: il fidanzato che attende fuori, il video girato dopo aver forzato una porta, l’offerta di un caffè nei concitati momenti successivi. Tasselli emotivi che, seppur non determinanti sotto il profilo tecnico, pesano nel racconto e contribuiscono a tracciare una cornice di disorganizzazione e sottovalutazione. Sarà il dibattimento a selezionare cosa è rilevante e cosa è solo rumore.

Il contesto più ampio: quando la libera offerta incontra i buchi della regolazione

La storia di Margaret illumina un problema più grande: l’offerta privata di chirurgia estetica e medicina estetica si è spostata sempre più su piattaforme social, dove il messaggio è talvolta seduttivo e semplificato. Dall’altra parte, gli Ordini professionali e gli organismi di vigilanza faticano a intervenire con tempestività, tra ricorsi che sospendono misure e vuoti procedurali. Il caso Procopio è stato portato ad esempio anche in inchieste giornalistiche che hanno quantificato in centinaia i professionisti che, pur sospesi, continuano a esercitare in attesa delle decisioni degli organi di secondo grado. È una faglia del sistema, non un dettaglio.

Cosa significa “chiusura delle indagini” e cosa accade ora

La chiusura delle indagini — firmata dalla pm Eleonora Fini — non è una condanna: è l’atto con cui l’accusa ritiene esaurita la fase istruttoria e si prepara, di norma, a chiedere il rinvio a giudizio. Le difese potranno depositare memorie, chiedere interrogatori, sollecitare ulteriori atti. Sarà poi un giudice dell’udienza preliminare a decidere se aprire il processo o disporre archiviazioni parziali o totali. Nel frattempo, l’opinione pubblica è chiamata a una doppia prudenza: ricordare che vige la presunzione di innocenza e, al contempo, pretendere che i fatti accertati — come un defibrillatore inutilizzabile o un ritardo nei soccorsi — abbiano conseguenze regolatorie e organizzative immediate nei luoghi dove si fa sanità.

Il dolore resta, la giustizia cammina

Per la famiglia di Margaret, per chi l’ha amata, resterà sempre l’eco di quei sedici minuti. Ma, fuori dalle aule e dai post, resta soprattutto un compito collettivo: chiudere le falle di un sistema che consente procedure rischiose in contesti inadeguati, rimuovere ambiguità sulle responsabilità, e accompagnare i cittadini in scelte più consapevoli. In attesa che i giudici — e solo loro — dicano se quel quarto d’ora fu colpa o destino, c’è già qualcosa che non può più essere rimesso al verdetto: l’obbligo di prendere sul serio ogni atto sanitario, anche quando lo si vende come “semplice”.