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Dal nipote di Nitto Santapaola al figlio del boss ucciso. Chi sono gli “eredi” della mafia a piede libero a Catania

Come sta oggi l'organizzazione mafiosa nel capoluogo etneo? Una domanda che passa necessariamente da un punto cruciale: molti capi sono tornati in libertà per fine pena o malattia

20 Febbraio 2026, 08:12

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«Sta uscendo anche Roberto….il nipote dello zio Nitto… io sentendo tutte queste cose…io a lui lo porto avanti…». Parlava così Marco Battaglia, trafficante di droga catanese, qualche anno fa. Quella intercettazione è finita nelle carte dell’operazione “Ombra” della Squadra Mobile che l’estate del 2024 ha mandato in carcere Ciccio Russo, considerato - almeno fino a quel momento - il capo indiscusso della famiglia catanese di Cosa Nostra.

Battaglia, il ras dello spaccio in via Capo Passero, nel frattempo è finito dietro le sbarre per espiare una condanna definitiva. E un po’ prima era tornato in libertà quel nipote dello zio Nitto di cui parlava. Il riferimento è a Roberto Vacante, che ha scontato quasi tutta la pena inferta nel processo “Bulldog” recluso al 41bis. Sposato con Irene Santapaola, la figlia del defunto Salvatore. Quindi è in realtà il nipote acquisito di Nitto Santapaola, ma i matrimoni nella mafia valgono quanto il dna. È considerato l’uomo capace di “lavare” i soldi sporchi della famiglia di sangue di Cosa Nostra. I pentiti, in particolare Eugenio Sturiale, lo hanno definito colui che “riciclava” i fondi neri della mafia. L’inchiesta Bulldog, infatti, portò a ricostruire la rete di prestanome con la conseguente confisca di un impero milionario.

La malattia ha portato alla sospensione della condanna per Lello Quattroluni, il “postino” di Cosa Nostra. A fargli da padrino durante la cerimonia della “pungiuta” a uomo d’onore qualcuno dice sia stato Turi Santapaola in persona. Per un periodo, negli anni 90, ha avuto in mano lo scettro del comando. Già all’ergastolo per omicidio, qualche tempo fa è stato condannato per altri delitti emersi dalle dichiarazioni del pentito Francesco Squillaci “martiddina”.

Uno degli storici della cupola di Cosa Nostra catanese che è a piede libero (da diverso tempo in realtà) è Eugenio Galea, al momento indagato a Reggio Calabria per l’omicidio del giudice Scopelliti. Con in tasca un diploma da geometra, Galea aveva il ruolo di portavoce negli importanti summit della commissione provinciale ai tempi di Totò Riina. Il suo nome lo si trova in un documento dell’inchiesta del Ros "Chaos" del 2017: è citato in una conversazione come l’uomo da compulsare per dirimere alcune questioni.

Da diverso tempo è tornato in libertà anche Francesco Marsiglione, l’uomo che accompagnava Aldo Ercolano (il killer di Pippo Fava) quando fu arrestato da latitante in Lombardia. Coinvolto in Iblis, ha avuto diverse imputazioni per associazione mafiosa. Della cellula di Picanello ci sono parecchi boss di calibro a spasso. Giovanni Comis è un uomo d’onore che, dopo aver scontato la sentenza Orfeo, si è trovato coinvolto in un processo per i fondi neri investiti in una casa discografica specializzata in canzoni neomelodiche. Poi c’è Lorenzo Pavone, altra figura carismatica della cellula di Picanello. Senza dimenticare Saro Tripoto, che nel 2009 fu trovato seduto assieme ai boss dei boss nel summit di Belpasso convocato da Santo La Causa. In quella riunione era presente anche Sebastiano Laudani ‘u nicu, figlio di Santo che è stato ucciso in un agguato di mafia trent’anni fa. Iano Laudani è a piede libero. Per molti pentiti regge le fila dei “Mussi i ficurinia”.

Fra le fila dei Mazzei è libero da tempo Maurizio Motta, fratello di Giambattista (ucciso), coinvolto nel blitz Target che portò all’arresto di Nuccio Mazzei, il figlio di Santo ‘u carcagnusu. Ha lasciato il carcere da un po’ anche Santo Di Benedetto ‘u panitteri, ritenuto uno dei vertici nell’inchiesta Chaos del 2017. Sarebbe il “patrozzo” di Christian Lo Cicero, che ha creato una squadra dei Mazzei ad Adrano.

Il clan Cappello ha subito colpi devastanti dalla Dda. A Monte Po è stato avvistato Claudio Strano, fratello di Mario, Alessandro e Marco (tutti e tre detenuti). La famiglia ha fatto un “accordo” mafioso con Ianu Lo Giudice ‘u carateddu”. Dalle carte di Camaleonte risulta una corrente autonoma dei Cappello-Carateddi. Dello stesso clan, ma sono “autoctoni”, risultano a piede libero Pietro Guerrera “pumaroru” e Cosimo Viglianesi, che sono citati ai vertici della piramide dal pentito Carmelo Liistro.

E lo stesso collaboratore parla di Salvatore Ventura “Puddicinu”, uno storico dei Cursoti-Milanesi, anche lui da tempo fuori dal carcere. È tornato a casa, ma già da qualche anno, anche Gaetano Distefano, detto “Tanu Sventra” che è stato l’erede diretto del defunto Jimmy Miano. Lui è il padre dei fratelli Carmelo e Ciccio “pasta ca sassa”, anche loro Cursoti Milanesi.