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il personaggio

Dal sole della Trinacria al ghiaccio delle trincee in Ucraina: la storia di Sicily, l'uomo che combatte i russi

Ha 28 anni ed è inquadrato nell’esercito di Kiev: «Vi racconto perché ho deciso di andare a fare la guerra»

23 Febbraio 2026, 08:15

Dal sole della Trinacria al ghiaccio delle trincee in Ucraina: la storia di Sicily, l'uomo che combatte i russi

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C’è un filo invisibile, ma d'acciaio che lega il sole della Sicilia al fango ghiacciato e alle trincee del fronte ucraino.

Un filo tenuto stretto dalle mani di un soldato di 28 anni, che per i bollettini militari e i rigidi protocolli di Kiev è un Master Sergeant 2nd Class. Per i suoi commilitoni, e per gli ucraini con cui condivide i turni di guardia e i raid armati, lui è semplicemente “Sicily”, o “Sicilia” per chi vanta il suo stesso grado militare. La sua storia non è un semplice racconto di trincea: è uno spaccato che squarcia il velo della propaganda e ci consegna il ritratto crudo di chi ha scelto di combattere una guerra nel cuore dell’Europa, non per una manciata di soldi o per fanatismo, ma – come spiega lui – per un senso del dovere che affonda le proprie radici in una precisa visione del mondo.

La prima barriera che cade analizzando la testimonianza del sergente siciliano è la narrazione – spesso amplificata ad arte da Mosca – sui cosiddetti “mercenari occidentali”. La realtà nuda e cruda dei numeri spazza via la retorica dei soldati di ventura in cerca di bottino. «Non chiamatemi foreign fighter, non sono un mercenario» dice con fermezza. «Prendo 980 euro al mese, che mercenario sarei?» dice “Sicily”. Con lui è difficile parlare a voce, questa è una conversazione avvenuta tramite un social. Di sicuro non è un millantatore, le verifiche presso le forze di polizia italiane hanno confermato che è un uomo conosciuto. Lui è un sottufficiale, un non-commanding officer, regolarmente inquadrato nelle forze armate ucraine.

La decisione di varcare il confine verso una zona di guerra totale non è stata un colpo di testa dell'ultimo minuto. È maturata nei primissimi giorni dell’invasione russa, per poi concretizzarsi definitivamente due settimane dopo, quando le notizie parlavano della creazione della Legione Internazionale in risposta alla drammatica richiesta d’aiuto lanciata in televisione dal presidente Zelensky. Alla base di questa scelta radicale c’è una motivazione che intreccia inesorabilmente la geopolitica ai valori personali: «Avevo esperienza militare, sono andato in Ucraina perché la Nato non ha fatto niente». Avendo già testato con mano in altri contesti operativi di cosa potessero essere capaci i contingenti russi, il suo imperativo interiore era categorico: «Non volevo si ripetesse qui in Europa».

Il profilo di “Sicily” diverge nettamente dallo stereotipo dell'estremista o del cane sciolto. Le sue coordinate politiche e morali sono mosse da un profondo spirito europeista. «Ho sempre votato +Europa in vita mia. Adoro Mattarella per tutto ciò che rappresenta», spiega apertamente. Per lui, difendere i confini ucraini significa difendere l’essenza stessa dell’identità continentale. Mettendo in gioco la propria vita a migliaia di chilometri da casa, ritiene che ciò che sta compiendo sia, alla fine dei conti, una scelta «normale» per quanto per molti di noi – compreso chi scrive – non sia per niente “normale”.

A soli 28 anni, “Sicily” è ormai un veterano temprato da questo conflitto, essendo partito per la sua prima missione in Ucraina quando ne aveva soltanto 25. Ha operato su quasi tutto l’asse del fronte, partecipando a lunghi e logoranti schieramenti in alcuni dei teatri più sanguinosi e complessi della guerra: Bakhmut, Kreminna e la regione di Zaporizhzhia. Il suo reggimento, nonostante tutto, è ancora pienamente operativo in un’area che oggi rimane coperta da strettissimo segreto militare per motivi di sicurezza.

Il suo percorso ha seguito l’inevitabile mutazione tecnologica e tattica del campo di battaglia. Inizialmente inquadrato nel 73° centro operazioni marittime, dove ha messo a frutto le sue competenze specifiche, oggi il suo impiego ha subito una trasformazione radicale: si occupa principalmente di operazioni di fanteria e dell’utilizzo di droni. Dalla sua posizione privilegiata, l’analisi che il sergente offre costituisce un documento tattico lucidissimo. La fase delle grandi cariche meccanizzate è finita. «È inutile parlare di offensiva, intesa come controffensiva tipica 2022-2023», chiarisce senza mezzi termini, spiegando che oggi la strategia si basa piuttosto su un’incessante «pulizia del territorio».

Il quadro che dipinge delle truppe d'invasione nemiche è quello di un colosso profondamente limitato dalle falle sistemiche: «Immaginate, su tutto il fronte ci sono 715mila soldati russi senza comunicazione, senza analisi droni, senza modi di difendersi». La mancanza di accesso a sistemi satellitari vitali come Starlink, unita al blocco generale delle comunicazioni, ha creato una vulnerabilità critica nello schieramento avversario. È proprio sfruttando questo vuoto logistico che le unità di Kiev operano metodicamente per avanzare e «ripulire la 0 Line», ovvero l’avamposto assoluto di contatto visivo col nemico.

In questo inferno di fango e droni kamikaze, il sergente siciliano non è l’unico italiano. La presenza dei nostri connazionali è descritta come silenziosa ma altamente specializzata. «Noi italiani in Ucraina siamo in eccellenza, siamo tutti in ruoli attivi, forze speciali, istruttori e molti di noi hanno i gradi». Nessuna carne da cannone, ma professionisti che garantiscono un know-how militare insostituibile.

Ma l’eccellenza e il coraggio presentano un conto salato da pagare. “Sicily” convive quotidianamente con gli strascichi fisici che il conflitto gli ha lasciato addosso: ammette di soffrire di qualche problema di equilibrio e di natura neuro-muscolare, pur rassicurando di stare “bene”.

Eppure, le difese più alte non si ergono contro l'artiglieria, ma contro i rischi informativi. La sicurezza operativa è per lui un’ossessione vitale. L’anonimato deve essere assoluto. Nessun riferimento esatto alla città di provenienza, nessuna data precisa sulle sue ultime missioni, e un rifiuto totale di farsi coinvolgere in raccolte fondi pubbliche. Il motivo è uno solo: le ondate di odio e le minacce dei troll russi sui social, che finirebbero per terrorizzare sua madre. La sua famiglia, a cui è visceralmente legato, conosce il suo “callsign” (nome di battaglia), ma è tenuta all’oscuro di moltissimi dettagli, persino della sua effettiva presenza al fronte in tempi recenti. «Niente connessioni con la famiglia, sono la prima cosa che i russi colpiscono», avverte solennemente.

E dire che, sia pure con un passamontagna, sui social appare in tenuta da combattimento, con l’amata bandiera siciliana in vista, ma censurando ogni dettaglio del panorama o dell’equipaggiamento che possa svelare la sua posizione.